Ricominciare e ricostruirsi. In un’intervista concessa al Corriere del Veneto, Alex Schwazer ha raccontato come stia cercando di rimettersi in marcia non nel senso agonistico del termine, ma del percorso esistenziale. L’azzurro ha tentato negli ultimi anni di riprendersi quello che un iter procedurale decisamente controverso gli aveva tolto, senza però centrare il proprio obiettivo. L'anno scorso la Corte federale svizzera, prima delle Olimpiadi di Tokyo, aveva respinto la domanda di sospensione della squalifica per doping del marciatore altoatesino, scagionato invece dal gip di Bolzano per le accuse rivoltegli. La Corte elvetica aveva stabilito che non vi fossero i presupposti per una sospensiva della squalifica, confermando la sentenza del TAS. In definitiva, i giudici di Losanna avevano fatto valere le posizioni di Wada e World Athletics (ex Iaaf), da sempre contrari a un rientro alle competizioni di Schwazer.

"Potevo fare molto di più, ma non ho rimpianti"

E così l’azzurro sta rimettendo insieme i pezzi della sua vita: “Mi sono accontentato di un’Olimpiade vinta, potevo fare molto di più, questo lo ammetto. Ma oggi non ho particolari rimpianti, perché sono grato alla vita di quello che ho: sono un uomo molto fortunato ho una famiglia bellissima. E posso assicurare che avere una famiglia solida e una moglie che ti sostiene contribuisce alla serenità“, ha rivelato al Corriere.
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Alex Schwazer, Atletica, Getty Images

Credit Foto Getty Images

"Ho sbagliato e ci ho rimesso la salute e la carriera"

Guardandosi indietro, le idee sono chiare: “Cambiare le cose non è possibile, mi sono trovato nel 2012 in una situazione molto brutta a livello psicologico e mentale. Ho sbagliato e ci ho rimesso la salute e la carriera. Chi ha affrontato la depressione sa cosa significa. Ho deciso sbagliando. Per quanto riguarda il ritorno alle gare, non lo farei più. Ho voluto totale trasparenza, ma questo ha creato qualche ostacolo supplementare. Il mio ritorno è stato una guerra di altri interessi. Ho vissuto due ingiustizie, una a Rio e l’altra a Tokyo. Io volevo avere un nuovo processo sportivo, penso che lo avrei meritato. La seconda ingiustizia è stata prima di Tokyo. Magari qualcuno non lo capirà, ma non ho mai cercato di doparmi per aver cercato un vantaggio nei confronti dei miei avversari. L’ho fatto perché altri lo avevano fatto come i russi. Io nella mia testa volevo essere come loro. La mia seconda squalifica è stata ingiusta, anche se sappiamo che la giustizia ordinaria non è la stessa cosa della giustizia sportiva“.
E c’è il peso di un’etichetta: “Dipende tantissimo dal punto di vista. Sono convinto che molti crederanno sempre che io sia un dopato, ma il 90% ha una visione globale della mia carriera. Il mio caso doping ha avuto parecchio clamore mediatico. Ho imparato che nello sport ti insegnano che devi sempre dare tutto, non c’è solo il bianco e il nero ma anche il grigio, come nella vita. Dopo le Olimpiadi non sono riuscito a trovare un equilibrio come persona“.

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