Eurolega. È stato il minimo comun denominatore della quattro giorni del Forum. Milano ha approcciato, giocato e chiuso tutte le partite della Final Eight con la stessa cattiveria agonistica di una grande serata di coppa, mostrando di poter trovare una quadratura ottima anche con il 6+6 e gli annessi sacrifici dolorosi - ma necessari - di elementi che, in realtà, rientrano ampiamente nelle classiche rotazioni da Eurolega, da Kaleb Tarczewski a Michael Roll fino all'infortunato Vlado Micov. Ma con il futuro reintegro di Jeff Brooks (altro assente di lusso) nel reparto italiani, l'assetto schierato e mantenuto da Messina in Coppa Italia sembrerebbe essere, per chimica ed efficacia, il migliore possibile al netto del regolamento.
Quest'anno Milano non ha mai sbagliato una gara secca, a eliminazione diretta, tra Supercoppa di settembre e Coppa Italia, mostrando una differenza marcata rispetto a una classica partita di normale campionato, dove gestione, rotazioni e approccio mentale sono giocoforza differenti (quasi in maniera fisiologica, verrebbe da dire) da quelle d'Europa. Non è un caso, considerando il fatto che quel nucleo centrale di 7-8 elementi su cui Messina ha impostato, costruito e conquistato i primi due trofei della stagione è interamente composto da giocatori di esperienza internazionale. Così come il mercato estivo, il primo realmente gestito in maniera diretta dallo stesso Messina, ha portato a Milano nuove pedine con un pedigree ben chiaro: niente rookie, ma soltanto giocatori che hanno già saputo dimostrare il proprio valore in Eurolega, da Datome a Delaney, da Punter a Shields, da LeDay a Kyle Hines, il Re di tutti in questo senso con i suoi quattro titoli vinti tra Olympiacos e CSKA. E sono stati questi 6, assieme al Chacho Rodriguez, a costituire quel nucleo inattaccabile su cui Milano ha fatto quadrato, puntellato dai sostegni di Moraschini e Biligha.

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Il quadrato magico dei vincenti: Messina, Rodriguez, Datome e Hines

Con questi nomi, vedere una Milano da Eurolega anche in campionato è probabilmente normale, se non quasi scontato. Ma potremmo anche andare oltre perché, come succede ad ogni livello, non tutti i giocatori di Eurolega sono uguali. Milano può strutturarsi su una sorta di quadrato magico che propone, ai propri vertici, le figure più importanti all'interno di una squadra: coach, playmaker, ala versatile e centro. Ossia Ettore Messina, Sergio Rodriguez, Gigi Datome e Kyle Hines, i quattro migliori delle Final Eight e, non a caso, gli unici ad aver già vinto in Europa.
Messina è stato martellante dal minuto 0 della prima partita al minuto 40 della finale. Ha gridato, incitato e guidato la squadra in ogni momento, come se ogni azione fosse quella decisiva, anche sul +30 nel quarto periodo. A prima vista potrebbe sembrare asfissiante, ma, in realtà, è questo il modo per forgiare la giusta mentalità, quella famelica che non concede il più piccolo millimetro agli avversari. I giocatori ne sono ben consci, lo accettano, anzi, vivono di questo: perché sono loro i primi a godere di quei miglioramenti e di quel livello di gioco di qualità superiore che sorprende noi osservatori esterni.
Gigi Datome è stato il giusto MVP, e non soltanto per la teatralità del grande azzurro premiato al ritorno dopo tanti anni all'estero. È stato sempre letale, ogni volta in cui si è alzato dalla panchina, spaccando le partite con quella sua versatilità che gli permette di agire come 4 tattico difensivo e tiratore da tre punti designato. Lui e Sergio Rodriguez sono stati i veri game-changer dalla panchina. Quando il Chacho ha preso in mano la squadra, ha sempre creato cose straordinarie, vedendo e giocando una pallacanestro tutta sua, ma quasi posta su un altro piano spirituale rispetto a tutto resto. Kyle Hines, lì sotto, ha completato l'opera, gestendo, organizzando e ancorando una difesa di livello estremo, sia contro avversari grossi e stazzati che contro quintetti atipici e leggeri, contenendo, sui pick'n'roll, tre dei playmaker più razzenti del nostro campionato, tra Brandon Taylor, Wes Clark e Justin Robinson, annullato in finale dopo due gare stratosferiche.

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La forza della difesa

Pur con una grande qualità offensiva generale a disposizione, è stata la forza difensiva a fare la differenza. E il segreto, qui, non sta non solo Hines, perché nessun giocatore, per quanto superiore, può cambiare una squadra da solo. Hines sublima il livello di una difesa già forte, se non ottima, in partenza, perché al suo fianco ha giocatori settati sulla sua stessa linea di pensiero: Shavon Shields in primis, Zach LeDay come suo "gemellino" e Malcolm Delaney in questa sua strana trasformazione in specialista sul pallone, curiosa per un giocatore che ha sempre vissuto su qualità differenti ma ora necessaria per la miglior convivenza possibile con Rodriguez. Nelle tre gare di Final Eight, Milano ha vinto con uno scarto medio di +29 e concesso 58.7 punti di media agli avversari, un dato pazzesco se confrontato anche con i 75.4 che ne fanno, ogni domenica, la seconda miglior difesa del campionato. Sono 16.7 punti in meno, ossia un miglioramento del 22.1%. In parole povere, un altro canestro in meno su 4 o 5 tra quel numero, già scarso, subìto abitualmente.
Oltre alle quasi 15 palle perse forzate e al 46.7% concesso da due (quasi in linea con il 48.1% del campionato), spicca quel 24.6% dall'arco concesso agli avversari (18/73), un calo del 32% rispetto a quanto successo finora in Serie A. Reggio ha sparato 1/19 nei primi tre quarti, Pesaro 1/17 e anche Venezia, dopo un primo quarto interessante, è sprofondata a 2/14 nei successivi tre.

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Chi può battere Milano?

Non sono numeri normali per questo livello, ma figli di una scarsa tranquillità mentale che denota una strana inversione di tendenza rispetto al recente passato: se, fino allo scorso anno, Milano, seppur forte, era comunque considerata attaccabile e battibile, con avversarie pronte e motivate per giocare alla morte la partita della vita, queste Final Eight hanno dipinto un quadro differente, di avversarie impaurite e schiacciate, quasi inermi per larghi tratti di gara. Venezia compresa, sgretolatasi in maniera violenta e improvvisa nel secondo tempo, la stessa Reyer che, fino all'anno scorso, è stata una delle avversarie più vere e temibili, come dimostrato dal successo in semifinale nella Coppa Italia di Pesaro e da quella partita di campionato persa soltanto con quel tiro pazzo di Vlado Micov nel finale.
La domanda, dunque, sorge lecita: chi può battere Milano quest'anno in una serie di playoff, ancor più complicata di una singola gara secca? Forse la Virtus Bologna, che, nonostante le sconfitte di Supercoppa e campionato, non abbiamo comunque ancora visto in un duello al completo, con il vero Belinelli?

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