"The ones that love us never really leave us" ("Quelli che ci amano non ci lasciano mai veramente").
Se siete grandi appassionati della saga di Harry Potter, è una frase che, molto probabilmente, rientrerà nel piccolo scrigno delle vostre citazioni preferite. Esce dalle labbra di Sirius Black, quando, dopo essere stato liberato dalla prigione di Azkaban da Harry ed Hermione, parla con lo stesso Harry ricordando la morte dei suoi genitori. Ed è la stessa frase che i tifosi del Fenerbahçe hanno voluto dedicare al ritorno di Gigi Datome a Istanbul per la prima volta da avversario. Uno striscione bianco e nero, semplice, ma molto significativo, soprattutto se appeso nel vuoto spettrale di un'arena che, per cinque anni, è stata "casa sua". Un'arena brulicante di tifosi in maglia gialloblù, a loro volta trasudanti entusiasmo e passione, con quell'apice toccato tre anni fa, il 21 maggio 2017, quando, sempre a Istanbul ma nella gigantesca Sinan Erdem Dome, Gigi si rese protagonista di uno dei gesti più iconici della pallacanestro moderna, facendosi tagliare da Pero Antic, allora suo compagno di squadra, quella chioma da "Jesus" ormai cresciuta a dismisura per festeggiare la conquista della prima e finora unica Eurolega da parte di una squadra turca.
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Datome-Istanbul: una storia, un legame e un amore leggendari

Il legame tra Istanbul e Datome si è sviluppato e cementato in maniera reciproca e diretta in un brevissimo arco di tempo. Quella città, sconfinata, vivace, colorata e cosmopolita, in cui è possibile respirare storia e cultura in ogni angolo, permetteva al Gigi uomo di sublimare la propria mente, capace di andare ben oltre la semplice conoscenza della pallacanestro, materia, tra l'altro, padroneggiata alla perfezione. Di contro, Datome ha saputo regalare a Istanbul tutto se stesso, donando anima e corpo alla causa, fiorito all'interno di un ambiente che ne ha fatto sapientemente un pilastro per un quinquennio di successi. Istanbul, e quella figura meravigliosa di Zeljko Obradovic, la cui attuale assenza dal palcoscenico ha aperto un cratere che va ben oltre l'aspetto cestistico, hanno saputo ricomporlo e ristrutturarlo dopo quell'esperienza agrodolce negli Stati Uniti, sogno, speranza e obiettivo di ogni professionista del parquet ma anche immenso tritacarne divoratore di anime. A Istanbul, Datome ha trovato il suo personalissimo posto all'interno del flusso temporale della pallacanestro, coronando quel cammino cominciato, tanti anni fa, nella sua Sardegna: a Istanbul, Gigi è diventato una leggenda moderna del basket europeo. Una leggenda ancora in attività, e ancora capace di sprizzare scintille vivaci prima di ritrovarsi destinata a spegnersi, lentamente, tra i ricordi della Hall of Fame.

Istanbul medicina per l'anima: il vero Gigi Datome è tornato

Gettate queste premesse, era quasi scontato che, una volta tornato a riassaporare quei vecchi odori, tastare quel vecchio parquet, inquadrare quei vecchi ferri, riudire tante voci amiche, Gigi sarebbe risorto a Istanbul. Sarebbe finalmente riuscito a superare quell'empasse fisica e mentale post-infortunio che lo ha ridotto a semplice contorno nelle ultime tre gare di Eurolega, imprigionandolo in un ruolo, ma soprattutto in un corpo, che non gli permetteva di esprimere quelle stesse sensazioni ritrovate e rigustate nella cornice della capitale turca. I numeri sono argomento delicato, a volte fallaci o rischiosi. Possono dire tutto o nulla. Ma quelli di ieri sera probabilmente superano l'annosa questione statistica, regalandoci lo specchio di uno dei migliori Datome, se non il migliore, dell'intera stagione: 10 punti (season-high pareggiato), 2/3 da tre, 2/4 da due, 3 rimbalzi, 2 assist in meno di 23 minuti dalla panchina. E il tutto raccolto con una naturalezza e una facilità sorprendenti.

Luigi Datome, #70 of AX Armani Exchange Milan in action during the 2020/2021 Turkish Airlines EuroLeague Regular Season Round 14 match between Fenerbahce Beko Istanbul and AX Armani Exchange Milan at Ulker Sports Arena on December 15, 2020 in Istanbu

Credit Foto Getty Images

Ma andiamo oltre. È come se, una volta tornato a far cigolare le scarpe sul suo vecchio parquet, Datome abbia ritrovato se stesso grazie a quei punti di riferimento ormai impressi in maniera indelebile nella memoria, abbia ritrovato la sua fiducia, le sue movenze felpate da gattone letale, il suo flow con il gioco e, cosa più importante, la voglia di divertirsi e divertire in campo, tornando a vivere la pallacanestro per quello che è: appunto, un gioco. In tutto questo c'è un'immagine molto significativa che non credo sia sfuggita ai più attenti e, soprattutto, agli appassionati di prossemica. Dopo quella tripla con cui Datome ha bruciato la sirena del terzo periodo tirando sopra il corpo di un Jarrell Eddie franato a terra nel disperato tentativo di un recupero mancato, un gesto di grazia poetica catturato dalla fotografia più eloquente e simbolica della serata, la telecamera si sposta sulla panchina dell'Olimpia, stringendo su Ettore Messina. Il volto del coach è teso, gli occhi spalancati, attenti nel seguire quella parabola infinita. Poi, basta un attimo. Al frusciare della retina, Messia si rialza, controlla istintivamente il nodo alla cravatta, e quegli occhi spalancati si trasformano in due fessure socchiuse, coordinate con un sorriso abbozzato e un pugnetto di orgoglio e soddisfazione. Sì, il suo Gigi Datome, quello che, proprio come Obradovic, ha scelto come pretoriano per far grande la sua Milano, è tornato.

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