Un tempo c'erano derby leggendari tra italiane, che potevano anche decidere una finale o una FinalFour. Oggi, il basket moderno ci sta portando ad aprirci a una concezione differente del sistema. Ai derby tra squadre italiane si stanno sostituendo i derby tra giocatori italiani, come in NBA, perché, per un azzurro che ha l'obiettivo di giocare in Eurolega senza rientrare nei piani dell'Olimpia Milano, non c'è altra soluzione che emigrare all'estero. Gigi Datome è stato a lungo il punto di riferimento di questo movimento, poi rimpiazzato da Daniel Hackett: entrambi hanno cercato e affrontato un'avventura stimolante e ambiziosa, ed entrambi hanno saputo concretizzare la grande occasione vincendo un titolo rispettivamente con Fenerbahçe e CSKA Mosca. Niccolò Melli si è infilato su questa stessa pista. Non avrà vinto un titolo, ma forse ha fatto di meglio, vincendo la sfida con se stesso, un passo alla volta. Dal debutto con l'Olimpia, alla reale presa di coscienza al Bamberg di coach Trinchieri, allo stadio finale con il Fenerbahçe di Obradovic che lo ha lanciato direttamente in NBA, sogno di ogni giocatore.

Polonara-Fontecchio sulle orme dei grandi Azzurri

Mentre Hackett resta, al momento, il giocatore-simbolo degli emigranti italiani in Europa come campione in carica (2019, l'anno scorso il titolo non fu assegnato) ed elemento-cardine della squadra capolista al termine del girone d'andata, Achille Polonara e Simone Fontecchio si stanno ritagliando spazio, attenzioni e soddisfazioni altrove, ricalcando quello stesso processo di crescita seguito in passato dallo stesso Hackett e Melli. Con una differenza fondamentale: prima di lasciare l'Italia, il loro status era considerato molto inferiore ai loro predecessori, già passati per squadre importanti e vincenti con ruoli di spicco e pedine di base della Nazionale. Invece, contro ogni scommessa, Polonara e Fontecchio hanno fatto saltare il banco.
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Simone Fontecchio in azione contro Achille Polonara nella partita tra Alba Berlino e Baskonia Vitoria, Eurolega 2020-21

Credit Foto Imago

Nel derby di martedì sera tra Alba Berlino e Baskonia, gli Azzurri sono stati protagonisti. 18 punti per Polonara, soltanto due in meno del suo career-high e top-scorer della sua squadra (aggiungiamo anche 10 rimbalzi, unica doppia-doppia della partita, per completezza d'informazione), 15 per Fontecchio, decisivo con un paio di canestroni nel finale in volata. Numeri e prestazioni sono sorprendenti fino a un certo punto, perché, in realtà, non sono altro che lo specchio delle loro (ottime) stagioni. A conferma di quella strana regola non scritta per cui gli italiani, all'estero, fanno bene.
I motivi? Probabilmente sono tanti, ma anche altrettanto oscuri. Maggior fiducia da parte delle società, che li considerano normali stranieri su cui investire e non come "panda" da aggiungere in maniera forzosa al roster? Probabile. Maggior senso di auto-responsabilità individuale? Probabile. Possibilità di crescere rapidamente ottenendo tanto spazio a livello internazionale in squadre che giocano senza pressione di vincere a ogni costo? Altrettanto probabile. Più altre varie ed eventuali che sfuggono e sfuggiranno sempre a un semplice osservatore esterno.

Simone Fontecchio, all'Alba per stupire

Prima di sbarcare all'Alba Berlino in estate, Fontecchio era reduce da una stagione trascorsa a Reggio Emilia senza coppe chiusa nella zona medio-bassa della classifica e da altre due annate da totale spettatore nella Milano di Pianigiani (5'59" di utilizzo con 4 falli commessi e 0/2 dal campo in due intere stagioni). Tolto l'ultimo spezzone del 2016-17 nell'Olimpia di Repesa, si può dire, senza estremizzare, che quella col l'Alba sia la sua vera prima stagione al massimo livello in Europa. Risultato? Titolare, 10.0 punti di media, in doppia cifra nella metà delle gare giocate (career-high di 20 punti sul campo della capolista CSKA), 52.7% da due, 37.8% da tre (la stessa di Marcus Eriksson, per intenderci, il cecchino designato della squadra), 3.5 rimbalzi, quarto di squadra alle spalle dei lunghi. Numeri da veterano navigato, non certo da rookie. A cui si aggiungono tutti quegli intangibles che trasformano le semplici cifre in reali indicatori di bontà: atteggiamento, concentrazione, capacità di stare in campo. Fontecchio sta giocando in Eurolega con leggerezza e fiducia, in una squadra che continua a stupire per qualità di gioco nonostante un roster privo di nomi eccelsi a livello internazionale (7-10) e, soprattutto, sotto un coach come Aito Garcia Reneses. Se un allenatore di 75 anni, con alle spalle il curriculum più lungo dell'intera Eurolega, ti dà fiducia, beh, significa che, alla fine, quel qualcosa di buono c'è per davvero. Deve essere soltanto portato a sbocciare.

Achille Polonara, esplosione totale al Baskonia

Più sorprendente ancora è il percorso di Achille Polonara. Al Baskonia sta giocando come uno che, in carriera, non ha mai fatto altro che calcare parquet di Eurolega. Eppure, fino all'estate del 2019, non aveva mai messo piede su un campo al massimo livello internazionale. Esploso, guarda caso, con Dusko Ivanovic, altro coach che, come Aito, potrebbe trascorrere un giorno interno a snocciolare il proprio curriculum. Polonara è scollinato in doppia cifra in 9 gare su 16, collezionando tre doppie-doppie, un career-high da 20 punti contro il Khimki (poi sfiorato in altre due occasioni a quota 18 contro Alba Berlino e Valencia), ma il balzo rispetto allo scorso anno è stupefacente. Da rookie senza esperienza in Eurolega è passato a essere, con 28'34" a partita, il giocatore più utilizzato da Ivanovic in questa stagione, fiducia trasformata con una produttività più che raddoppiata, se non triplicata: 10.7 punti (+7.6 rispetto al 2019-20), 6.6 rimbalzi (+3.6), 53% da due (+12.2%) e soprattutto 40.4% da tre (+17.9%). Come nel caso di Fontecchio, le cifre sono accompagnate da un livello di personalità, concentrazione, solidità, fisicità forse ancora maggiore. Polonara è il collante del Baskonia, l'uomo che unisce le maglie difensive con un lavoro oscuro eccelso e che sa inserirsi, senza mai forzare o andare oltre il limite, nello scacchiere offensivo, giocando negli spazi a lui più congeniali, tra tagli, roll, rimbalzi offensivi, pop e spaziature sempre ottime in campo. Insomma, l'estero fa bene. Ma la fiducia fa ancora meglio.
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Basket

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