Colonia, 28 maggio 2021, ore 21:00. L’AX Armani Exchange Milano ritornerà a giocarsi una semifinale di EuroLega a distanza di ventinove anni. Nel 1991-92 ci riuscì infatti l’Olimpia, sponsorizzata Philips, allenata da Mike D’Antoni, ma i sogni di gloria si interruppero in semifinale. Il Partizan Belgrado di coach Obradovic – che quell’anno centrò la prima di nove affermazioni in Coppa Campioni-Eurolega da allenatore – si dimostrò più forte e attrezzato, con la coppia Danilovic-Djordjevic a farla da padrona. Nella loro storia, le Scarpette Rosse hanno comunque alzato al cielo la coppa – diversa però da quella odierna – per ben tre volte: in due occasioni dopo agguerritissime Final Four, in una nella storica finale in gara secca, tenutasi a Losanna il 2 aprile 1987. Ripercorriamo insieme questi tre storici successi.

1965-66, le prime Final Four della storia, il futuro Senatore e un gruppo storico di italiani

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Dopo due stagioni in cui il trofeo era sfuggito per dettagli, prima all’Olimpia e poi alla Ignis Varese, il Simmenthal allenato dal “Principe”, Cesare Rubini, riuscì nell’impresa di detronizzare il Real Madrid e divenire il primo club italiano ad alzare al cielo la FIBA European Champions Cup. Peraltro, proprio nella stagione 1965-66, la competizione europea si concluse per la prima volta con le Final Four e con l’introduzione di un giocatore straniero per ogni roster anche nella Serie A italiana, per decisione lungimirante della FIP, oltre al cosiddetto “straniero di coppa”. Quest’ultimo, per il Simmenthal, fu Bill Bradley, all’epoca conosciuto come il “fidanzato d’America”, in quanto sportivo dilettante più famoso degli States – oltre che di bell’aspetto e di famiglia molto benestante – che, peraltro, era stato la superstar della spedizione a stelle e strisce alle Olimpiadi di Tokyo 1964 (capitano della squadra e medaglia d’oro). L’arrivo di Bradley a Milano fu il capolavoro dirigenziale-sportivo ineguagliabile del patron Adolfo Bogoncelli e di Rubini stesso, impareggiabili conoscitori e promotori della pallacanestro in Italia. L’eco mediatica fu così ampia che il basket comparve sistematicamente sui quotidiani nazionali e il Simmenthal ebbe eco e larga risonanza anche negli Stati Uniti, in cui venne trasmessa parte della finale europea contro lo Slavia Praga.
L’ingaggio della 2ª scelta al Draft 1965 (selezionato dai New York Knicks, franchigia con cui avrebbe vinto il titolo NBA nel 1970 e nel 1973 e che avrebbe ritirato il suo iconico 24 un decennio più tardi) fu part-time: dal martedì al mercoledì, volo privato da Oxford, ateneo dove Bradley stava perfezionando gli studi, e 12 partite a circa 26 punti di media. Ridurre tutta la vittoria della Coppa Campioni al solo Bradley, per quanto assist-man sublime e tiratore senza macchia, sarebbe però ingiusto. Specialmente per un gruppo di italiani che, negli anni successivi, avrebbe scritto pagine importanti non solo del Simmenthal, ma dell’intero basket tricolore. Giulio Iellini, allora diciottenne, sarebbe diventato uno dei più grandi playmaker azzurri di sempre. Massimo Masini, ventenne centro che avrebbe riscritto le regole del perfetto pivot. A loro si univano le glorie dell’Olimpia. Sandro Riminucci, “l’Angelo biondo”, così soprannominato per la sua capacità di volare letteralmente a canestro e per fondamentali che in Europa probabilmente nessun altro giocatore poteva eguagliare. Gabriele “Nane” Vianello, ala anacronistica per l’epoca, poiché mancino dotato di una classe offensiva senza pari. E, infine, Gianfranco Pieri, regista dal QI cestistico inarrivabile, ma anche realizzatore sublime all’occorrenza.
Ma sarebbe ingiusto anche per l’altro giocatore straniero di quel Simmenthal: Duane “Skip” Thoren, anch’egli giovane statunitense ma di ruolo pivot. Thoren fu infatti fondamentale nelle Final Four tenutesi al Palazzo dello Sport di Piazza Azzarita (Bologna), prima difendendo egregiamente praticamente su tutto il CSKA Mosca, allora conosciuto come l’Armata rossa sovietica, poi, in finale, risultando miglior marcatore insieme a Vianello nel successo (77-72) sullo Slavia Praga. Una cavalcata incredibile, per un gruppo di atleti che è rimasto nel cuore di ogni tifoso Olimpia e che anche i più giovani devono conoscere, anche solo per osmosi dai propri genitori e nonni. Così come da rimembrare, ci sono i 40 punti di Nane Vianello nell’impresa di ribaltare la differenza canestri col Real Madrid per accedere alle Final Four. Il 93-76 maturato tra le mura di un PalaLido stracolmo e rifilato ai Blancos di Lolo Sáinz ed Emiliano Rodrìguez a metà marzo 1966 rimane una delle storiche rimonte europee compiute dalle Scarpette Rosse.

1986-87, Doo Doo McAdoo, i giochi L e il triplete all'ultimo anno di Peterson

Che il connubio tra Dan Peterson e l’Olimpia Milano dovesse portare inevitabilmente al massimo trofeo europeo, era chiaro a tutti negli anni ’80. Le Scarpette Rosse avevano flirtato con la coppa in più occasioni, specie nel derby di Grenoble del marzo 1983, perso per un solo punto contro l’allora Ford Cantù allenata da Giancarlo Primo. Il “nano ghiacciato” aveva rivitalizzato la carriera di Dino Meneghin, arrivato a Milano tra lo scetticismo generale e andatosene invece come una delle più grandi bandiere del club di via Caltanissetta, ma soprattutto aveva costruito una squadra a sua immagine e somiglianza. Prima la Banda Bassotti, con le bombe K di C.J. Kupec e una sorta di small-ball ante-litteram, poi la Milano dello “sputare sangue”, anziché da bere. Infine, l’impareggiabile Olimpia del quartetto D’Antoni-McAdoo-Meneghin-Premier. Perché anche in questo caso, la storia della Milano cestistica s’intreccia con un altro grandissimo atleta statunitense, arrivato in Italia a 35 anni e dopo quattordici stagioni di NBA ad altissimo livello (comprese tre annate da miglior marcatore a oltre 30 punti di media).
Anche l’arrivo di Bob McAdoo fu un capolavoro dirigenziale dell’Olimpia. Bogoncelli aveva passato la mano qualche anno prima, ma l’assetto societario biancorosso rimase comunque di primo livello. L’ingaggio di McAdoo allungò peraltro la storia infinita del numero 15: indossato da grandi americani, tra i quali John Gianelli, Antoine Carr e Joe Barry Carroll, arrivò sulle spalle di McAdoo perché l’11, storico numero dell’ala di Greensboro durante l’esperienza in NBA, a Milano era già di “proprietà esclusiva” di Meneghin. Poco male, perché neanche la cabala poté frapporsi tra l’Olimpia e uno storico triplete. In una Coppa Campioni comunque particolare, caratterizzata da momenti complicati, emerse tutto il talento di un gruppo che avrebbe fatto riaffiorare la passione per la pallacanestro. Una Milano “ventiquattresima squadra NBA”, compì imprese sportive ai limiti dell’immaginabile, tra cui un’altra, incredibile rimonta, stavolta ai danni dell’Aris Salonicco. Probabilmente, senza il +34 (83-49) del 6 novembre 1986 e con la conseguente eliminazione ai quarti di finale, si sarebbe concluso un ciclo sportivo, con l’addio non solo di Peterson ma anche di tanti giocatori.

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Un PalaTrussardi gremito assistette invece a una partita epica, in cui, nella ripresa, Milano concesse solo 19 punti a una squadra che poteva contare sul talento infinito di Nikos Galis (44 punti all’andata, solo, per i suoi standard, 16 al ritorno), mentre Roberto Premier si consacrò definitivamente anche in maglia Olimpia. “Pupuccio” o “l’ariete di Spresiano”, come preferite, fu uno dei simboli di una rimonta che aprì sostanzialmente la via verso la vittoria finale. Neppure lo Zalgiris Kaunas del fenomenale Arvydas Sabonis o il Real Madrid di Juan Antonio Corbalan poterono nulla. Con un record di 7-3 nel girone di semifinale, Tracer e Maccabi Tel Aviv arrivarono alla finale di Losanna forti di un successo a testa negli scontri diretti delle fasi precedenti. La battaglia cestistica fu incredibile, con continui colpi di scena da ambo le parti e un finale ancor più rocambolesco. Meneghin che lasciò sul ferro uno dei layup forse più facili della carriera, stremato dalla fatica e dai crampi. Doron Jamchy, bombardiere di spessore e già giustiziere dell’Olimpia in tanti dei precedenti col Maccabi, incapace di segnare la tripla della disperazione, dopo un possesso scellerato. I 23 punti di Premier, i 18 di un sontuoso Ken Barlow. Fu di nuovo festa. Fu di nuovo Coppa dei Campioni.

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1987-88, back-to-back in salsa meneghina con coach Casalini

Al termine della stagione 1986-87 i tempi per il passaggio di consegne tra Peterson e Franco Casalini furono maturi. Da fidato assistente, peraltro spesso ideatore della mitologica difesa a zona 1-3-1, e dopo una vita spesa nel settore giovanile dell’Olimpia, alla dirigenza e alla proprietà del club di via Caltanissetta risultò facile e naturale affidargli l’incarico di capo-allenatore. Un milanese doc sulla panchina di una squadra che non voleva certo smettere di stupire. Compiuto il restyling a livello di roster, con Barlow che forse ancora oggi maledirà la scelta di passare al Maccabi, la Tracer si presentò ai nastri di partenza della Coppa dei campioni da favorita, non solo perché detentrice del titolo. Il quintetto era rimasto di assoluto spessore, per quanto la stampa continuasse a descriverlo come bolso e attempato, mentre Rickey Brown dimostrò di essere un ottimo sostituto di Barlow già dalla Coppa Intercontinentale, vinta nel settembre 1987 contro un Barcellona che stava gettando le basi per tentare l’assalto anche alla futura Eurolega (peccato che sul suo cammino avrebbe incontrato, nei tre anni successivi, dei fenomeni di nome Toni Kukoc e Dino Radja).

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La FIBA decise di riproporre nuovamente il format Final Four, con sede unica (il Flander Expo Pavillion di Gand) per le quattro sfide decisive, compresa la finale 3°-4° posto. I quarti di finale cambiarono peraltro configurazione, passando a un girone all’italiana con gare di andata e ritorno, che avrebbe definito le quattro (in ordine di classifica) partecipanti all’atto conclusivo. Fu un raggruppamento caratterizzato da alti e bassi, con sconfitte incredibili (il 78-102 a Colonia, contro un Saturn che davvero non sembrava essere attrezzato per lo sgambetto, o il 95-120 a Salonicco, coi 50 punti di Galis, ma anche i 37 di Subotic, in una sconfitta storica perché mai nessuno aveva segnato così tanto all’Olimpia), ma anche di successi propiziati da un McAdoo in stato di grazia. Il 3° posto finale nel girone fu anche frutto di una scelta dell’Aris, che nell’ultimo turno regalò sostanzialmente la vittoria alla Tracer, lasciando in Grecia la coppia Galis-Yannakis per avere la certezza matematica del 2° posto e, in una visione quanto mai sbagliata delle cose, una semifinale più abbordabile (con Milano e non contro Partizan Belgrado o Maccabi Elite Tel Aviv).

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La semifinale divenne così un altro capitolo di un libro che potremmo intitolare “Storia di una rivalità cestitica europea: Milano vs Aris”. Non ci fu bisogno di nessuna rimonta furiosa, ma fu comunque un capolavoro, specie di coach Casalini a livello difensivo. Le staffette per imbrigliare Galis, un monumentale Meneghin a difendere in 1vs1 su un tiratore quale Slobodan Subotic, un McAdoo libero di martellare da qualsiasi posizione (23 punti a metà gara, 39 alla fine). Brown fu invece cattedratico nel concitato finale, segnando canestri pesanti per vanificare il tentativo di rientro dei greci e ridare all’Olimpia la possibilità di giocarsi nuovamente la Coppa. Possibilità concretizzatasi peraltro nel remake della finale 1987, perché il Maccabi aveva eliminato, a sorpresa, il Partizan Belgrado grazie a un Kevin Magee (ex Cagiva Varese) sontuoso. Anche in quel caso, fu un’altra pagina sportiva di una rivalità che continuava a caratterizzare il basket europeo. A circa un anno di distanza, Milano sognava il bis europeo consecutivo, mentre il Maccabi coltivava desideri di rivincita e di esorcizzazione delle difficoltà contro club italiani. Anche quella volta, però, fu Milano ad avere la meglio, trascinata da un McAdoo formato MVP delle Final Four (riconoscimento assegnato per la prima volta proprio in quella stagione) e un Brown dominante nel pitturato, con una serie incredibile di stoppate, compresa quella decisiva prima del canestro di McAdoo per chiudere la contesa. Da rimarcare anche il gran lavoro, specie difensivo, dei giovani Riccardo Pittis e Massimiliano Aldi. Affinità con l’attualità? Indubbiamente l’età media e l’esperienza del quartetto fondamentale: D’Antoni, McAdoo, Meneghin e Premier superavano allora i 33 anni d’età media, molto simile a quella del poker formato da Datome, Hines, Micov e Rodriguez.

Milano-Barcellona, dove vederla

La semifinale tra Olimpia e Barça sarà visibile LIVE e on-demand su eurosport.it, Eurosport Player e Discovery+ venerdì 28 maggio, con il commento di Andrea Solaini e Hugo Sconochini.
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