Non è mai facile a questi livelli ribaltare una partita che comincia male, per cui devo dare credito ai ragazzi di averlo fatto - coach Ettore Messina.
Per certi versi, Zenit e Olimpia si assomigliano. Preparazione, organizzazione e coordinamento difensivo sono priorità nella filosofia di entrambi gli allenatori. E non è un caso che, proprio come il Bayern Monaco, siano rimaste stabili in zona playoff per queste prime 22 giornate. Ma, essendo il basket il più nobile dei giochi, il vero salto si fa una volta trovato il bilanciamento tra le due fasi di gioco. E, per quanto la forza difensiva risalti in maniera evidente, anche e soprattutto se paragonata a quella meno efficiente delle ultime stagioni, Milano è anche il secondo miglior attacco del torneo con 82 punti segnati in media, esattamente gli stessi infilati nella retina dello Zenit. Un aspetto di cui si tende a parlare meno, proprio perché più abbagliati da una difesa mai vista da anni, ma non certo un dettaglio di poco conto. E se la difesa ha messo il freno alla sparatoria fin troppo esuberante dello Zenit nel primo tempo, è stato poi l'attacco (o anche il talento dei singoli, se volete) a svoltare la partita nel finale. Milano ha infilato 26 punti nel solo quarto periodo, quello decisivo per aggancio e rimonta. Mica pochi se confrontati ai 35 dell'intera prima metà di gara.
Certo, in alcuni momenti è stata una faticaccia immane, perché lo Zenit non è mai arretrato di un singolo centimetro. Ma in partite come queste, giocate con un ritmo e una qualità difensiva da "pallacanestro classica", per così dire, torna sempre comodo quel vecchio detto secondo cui le vittorie si mettono in cascina a rimbalzo e ai tiri liberi. Controllare i tabelloni significa anche controllare il gioco, togliere seconde opportunità e possibilità di correre agli avversari. In questo, Milano è stata perfetta: soltanto tre rimbalzi offensivi concessi (praticamente nulla se rapportati alla media stagionale) e rare folate in contropiede dello Zenit. Ma altrettanto interessante è quel 24/26 in lunetta, soprattutto se raffrontato al sofferto 14/32 da due con cui l'Olimpia si è schiantata, a più riprese, sul muro difensivo della squadra di Pascual. In una serata del genere, 24 punti "facili", comodi, a gioco fermo, sono una manna. 14 sono arrivati soltanto nel terzo periodo (da 21 punti totali), lì dove Milano ha iniziato a gettare le basi della rimonta. Si dice che, per un attaccante fuori ritmo, assaporare la sensazione del fruscio della retina dalla lunetta possa essere un toccasana. E così è stato. Perché negli ultimi dieci minuti, quelli decisivi, l'attacco biancorosso è tornato a viaggiare con la quinta innestata.
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Qui servono veterani e talento, qualità che l'Olimpia ha pienamente recuperato con il ritorno all'azione di Shavon Shields e Vlado Micov. Qualità che, probabilmente, le danno un vantaggio sul lungo periodo rispetto allo Zenit, forte di un quintetto solido e organizzato ma non di una panchina così profonda. Prima è stato Sergio Rodriguez a scuotere il gruppo, con un paio di quei canestri dei suoi, inventati dal palleggio. Nonostante un minutaggio calante, nelle ultime partite la sua efficienza offensiva è schizzata alle stelle: 14 punti contro il Bayern, 14 contro l'Olympaicos, 13 contro lo Zenit. Sempre gestito in maniera perfetta: cavalcato per sfruttare quei suoi momenti di trance agonistica in attacco, e prontamente richiamato con l'affievolirsi della fiamma. Poi è arrivato il Professore, sempre più mistico. Silenzioso e felpato, spremuto e sacrificato nel ruolo di 4 tattico, si muove quasi sottotraccia sfuggendo ai radar avversari. Si accorgono di lui quando è ormai troppo tardi. Quando, per due volte di fila, sta già rientrando sornione in difesa dopo aver infilato i canestri del sorpasso.
Ora si arriva al gran finale. Quello in cui sono gli attaccanti di razza, istintivi, a fare il proprio ingresso sul palco. Quelli per cui ti viene da urlare "NO" quando li vedi scoccare un tiro fuori equilibrio, con l'uomo addosso, pur sapendo che, pochi istanti dopo, sarai destinato a rimangiarti tutto quanto. Perché loro giocano a un livello superiore a quello immaginato dalla massa, e quei tiri sono quasi normale amministrazione. Kevin Punter ha segnato 7 degli ultimi 14 punti della squadra, con due giocate consecutive per il sorpasso definitivo di puro istinto offensivo. Due giocate agli antipodi, una tripla fuori equilibrio con la mano in faccia e una penetrazione, dritta come una freccia, attraverso una selva di corpi, che spiegano la qualità e il repertorio di un giocatore esploso a un livello difficilmente immaginabile anche per i suoi amanti più appassionati. Soave, allo stesso modo, la tripla della staffa di Malcolm Delaney, tornato quel giocatore micidiale che ci aspettava, pronto a scoccare il dardo letale.
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