Nazionale serba e gruppo non sono mai stati due concetti particolarmente intrecciati fra loro, eccezion fatta per quel biennio a cavallo della metà degli anni '10, quando coach Sasha Djordjevic ha ricostruito la squadra dalle ceneri sparse dalla dissoluzione della ex-Jugoslavia vincendo argento olimpico e mondiale. La Serbia è stata, tradizionalmente, una squadra di grandi, grandissime individualità, se non eccezionali. E anche la versione contemporanea, con Nikola Jokic (due volte MVP della regular-season NBA) e Vasilije Micic (due volte campione di Eurolega ed MVP delle Final Four), si infila nella stessa linea di tendenza. La qualità di talento diffuso è talmente elevata da permettere una partenza da favorita in ogni partita. Ma cosa succede se/quando si spegne la luce delle stelle? La risposta negli ultimi 15 minuti della partita di domenica sera: una caduta libera nel nulla.

Da Sacchetti a Pozzecco: l'Italia trasformata in un super-gruppo

Italia e Serbia viaggiano su due binari paralleli. Gli Azzurri dell'epoca post-preolimpico 2016, e orfani di Danilo Gallinari, sono una squadra costruita "sulla gioia dello stare insieme". Attenzione, non ci riferiamo a immagini di cameratismo in spogliatoio (pur essendo sicuramente presenti e importanti), ma su una forma mentis che spinge i ragazzi a sacrificarsi l'uno per l'altro, per la maglia, per l'amore del gioco. È un concetto che ha introdotto coach Meo Sacchetti quando, come Sasha Djordjevic, ha raccolto e riassemblato i pezzi sparsi di una Nazionale distrutta dai fallimenti di un decennio potenzialmente dorato. E che ha poi trovato terreno fertilissimo su cui continuare a germogliare quando Gianmarco Pozzecco ne ha ricevuto l'eredità a giugno. Non è un caso che l'ultima versione da giocatore del Poz, forse quella più spensierata e divertente di tutte, sia arrivata proprio a Capo d'Orlando con Meo sulla panchina. I due, anche se separati da una generazione cestistica abbondante e da un atteggiamento generale agli antipodi, hanno in comune molto più di quel che si possa pensare.
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Coach Gianmarco Pozzecco festeggia la vittoria sulla Croazia davanti alla panchina dell'Italia, Eurobasket 2022

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L'espulsione: la doppia faccia del momento topico della partita

L'esplusione nel bagno di lacrime con cui Pozzecco ha abbandonato la squadra alla metà del secondo quarto resterà una scena memorabile nella storia della pallacanestro italiana. Un momento controverso, da interpretazione duplice. C'è chi vede l'ennesimo atto immaturo e infantile di un uomo, prima che un coach, ancora incapace di gestirsi emotivamente in un ruolo importante. C'è chi vede invece l'espressione massima del legame affettivo e personale instaurato con la squadra. Il Poz ha sempre avuto un rapporto amicale-genitoriale con i suoi ragazzi, lontanissimo da quello istituzionale allenatore-giocatore. Li ha sempre tutelati, difesi e coccolati, anche a costo di metterci la faccia. E di perderla. Come ha rischiato in quel momento topico della partita contro la Serbia.
Stiamo parlando di qualcosa di molto diverso rispetto al suo predecessore? Sì, se intendiamo i modi di esprimere questo rapporto. No, se intendiamo la capacità di costruire il rapporto stesso. Coach Sacchetti, in questo, non è diverso dal Poz. La sua Italia è stata, prima di tutto, una famiglia. Se Pozzecco incarna la figura del fratello maggiore protettivo, Meo, anche per motivi anagrafici, ha vestito quella del nonno rassicurante. Se, con lui, l'Italia è tornata ai Mondiali e protagonista alle Olimpiadi, è stato soprattutto grazie alle qualità di empatia con cui ha raccolto attorno a sé la squadra.

L'espulsione di coach Gianmarco Pozzecco durante la partita tra Italia e Serbia, Eurobasket 2022

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Una risposta di squadra

La risposta che il gruppo ha dato dopo l'espulsione di Pozzecco è indicativa. Se il coach ci mette la faccia, i suoi ragazzi, sul campo, sono chiamati a fare altrettanto. Ma la scintilla non è automatica. Scatta soltanto se, alla base, c'è un rapporto vero e genuino, capace di aver saldato, già in precedenza, i legami del gruppo. L'ultimo quarto e mezzo della partita contro la Serbia mostra come questo legame sia molto più profondo del previsto. Marco Spissu, il ragazzo che Pozzecco ha allevato a sua immagine e somiglianza nella sua esperienza a Sassari, si è inventato una serie di giocate celestiali in una manciata di azioni. Alessandro Pajola, rilanciato con scuse umilissime dopo essere stato lasciato a lungo sul fondo della panchina, ha annullato un MVP di Eurolega come Vasilije Micic. Nik Melli, un giocatore che Pozzecco ha imparato a conoscere benissimo nella sua annata a Milano, ha vinto la sfida con Jokic con le stigmate del campione all-around. Al suo fianco, Achille Polonara, un altro ragazzo esploso nella Sassari del Poz, ha estratto dal nulla giocate spaziali su entrambi i lati del campo. Troppi indizi per essere semplicemente un caso.

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