I numeri e i record non bastano più per descrivere LeBron James, l'uomo che da quasi 20 anni sta riscrivendo la storia della NBA. Il nativo di Akron, Ohio, classe 1984, 30 dicembre 1984 per la precisione, sarà ancora una volta protagonista alle Finals e va alla caccia del quarto anello di campione, il primo coi Los Angeles Lakers, la franchigia che insieme ai Boston Celtics rappresenta da sempre la lega di pallacanestro più famosa al mondo.

Il 'Re', pur in un 2020 unico, un po' come lui del resto, vuole portare a termine la propria missione vincendo il titolo coi Lakers, a secco dal 2010, quando a portarli in trionfo fu Kobe Bryant contro i Celtics, il "Black Mamba" morto tragicamente lo scorso 26 gennaio. Senza contare che poi sono arrivati la pandemia, la morte di diversi afroamericani, le proteste razziali, la bolla di Disney World a Orlando: nonostante tutto, LeBron James è alle Finals NBA, una certezza, e ci è arrivato coi Lakers in un uno dei momenti più bui della propria storia.

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L'uomo delle 10 finali NBA: meglio di 27 franchigie

Non è facile decidere se sorridere o restare a bocca aperta leggendo questo dato: LeBron James, 35 anni, gli ultimi 17 da giocatore NBA (oltre 59mila minuti sul parquet!), conquista la decima finale in carriera (8 di fila tra il 2011 e il 2018). Un numero surreale dato che soltanto i Lakers, 32, i Celtics, 21, e gli Warriors, 11, ne hanno giocate di più nella loro storia. Quindi il nativo di Akron arriverà a giocare più finali di ben 27 franchigie, pazzesco!

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Dieci finali come Kareem Abdul-Jabbar, altra leggenda dei Lakers, dietro soltanto a Sam Jones (11) e Bill Russell (12), quest'ultimo mito dei Celtics degli anni '60. Ora l'obiettivo è raggiungere Robert Horry e John Salley, gli unici nella storia a vincere il titolo con tre squadre diverse (entrambi hanno vinto anche coi Lakers).

AnnoFinaleRisultato
2007CAVALIERS-Spurs4-0 San Antonio
2011HEAT-Mavericks4-2 Dallas
2012HEAT-Thunder4-1 MIAMI (1° titolo)
2013HEAT-Spurs4-3 MIAMI (2° titolo)
2014HEAT-Spurs4-1 San Antonio
2015CAVALIERS-Warriors4-2 Golden State
2016CAVALIERS-Warriors4-3 CLEVELAND (3° titolo)
2017CAVALIERS-Warriors4-1 Golden State
2018CAVALIERS-Warriors4-0 Golden State
2020LAKERS-Heat?

Dal 2007 al 2020: l'evoluzione "virtuale" di LeBron

La prima finale NBA LeBron James l'ha giocata 13 anni fa, nel 2007, persa 4-0 coi Cleveland Cavaliers contro i San Antonio Spurs di Duncan e Ginobili; nel 2020 ritorna alle Finals con i Los Angeles Lakers, la terza squadra della sua carriera. Sono passati anni ma il valore dominante del Re non è cambiato, come confermano anche i "rating" di NBA 2K, il videogioco più amato dagli appassionati: quello che si è evoluto è la grafica e la definizione del gioco, un cambiamento epocale dall'edizione 2K7 all'ultima 2K21, uscita lo scorso 4 settembre.

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In missione per la memoria di Kobe

L'abbiamo detto, questa stagione è unica e irripetibile (speriamo...), e non c'è dubbio che i Los Angeles Lakers e LeBron James abbiano qualcosa in più degli altri a livello emotivo. La tragica morte di Kobe Bryant ha scosso l'NBA, ha scosso il mondo, non solo dello sport, soprattutto è stata un terremoto per il mondo Lakers, per l'ambiente gialloviola nel suo complesso. Questo drammatico evento ha cambiato tutto, LeBron James in primis ha cambiato atteggiamento, modo di porsi, affrontare le partite e probabilmente la "vita cestistica".

Ogni volta che si indossa una maglia gialloviola pensi a quello che Kobe ha fatto per questa franchigia per 20 anni, al suo lascito, a ciò che ha rappresentato in campo e fuori e a quello che ha chiesto, prima di tutto a se stesso e poi ai suoi compagni. E penso a tutto questo ogni volta che in spogliatoio, prima di scendere in campo, indosso la mia maglia gialloviola

Queste parole LeBron le ha pronunciate dopo gara 5 coi Denver Nuggets, il match che ha dato ai Lakers il via libera per le Finals, le prime dal 2010. Ecco, in un basket sempre più veloce, atletico, tecnologico, definito da una miriade di numeri e statistiche, dove ogni concetto è concreto e si può misurare, il Re e questi Lakers possono contare sul fattore più astratto possibile, la motivazione, la spinta che una figura mitologica come Bryant riesce a fornire loro. A prescindere dal finale, che ci sia o meno il lieto fine, questa cavalcata è stata ispirata senza dubbio dallo spirito del Black Mamba. E James non ha mai perso occasione per ricordarlo.

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Vincere per riscattarsi e sentirsi un Laker

Per l'ennesima volta, è stata una stagione unica. LeBron James ha guidato i Lakers al primo posto nella Western Conference e poi alle Finals dopo un'annata disastrosa, la sua prima a Los Angeles, senza playoff, con un infortunio che lo ha limitato a 55 partite, con le voci sul voler mandare via i giovani per far arrivare Anthony Davis (poi ce l'ha fatta in estate), con la frattura nella dirigenza e l'addio di Magic Johnson, e coi tifosi che non lo hanno mai accettato perchè ancora legatissimi a Bryant. Quando arrivò nell'estate 2018, fu considerato "usurpatore" del trono di Kobe, e la sensazione era che avesse scelto i Lakers per Hollywood e il film "Space Jam 2", per i suoi affari, per il clima e per godersi la parte finale della carriera.

James però è andato avanti per la sua strada, la squadra è stata modellata secondo le sue esigenze, sono arrivati Davis e coach Frank Vogel, e anche i risultati sono arrivati, nonostante in pochi potevano pensare ai gialloviola candidati al titolo soltanto 12 mesi prima. Pure i risultati personali visto che è stato inserito per la 16esima volta in carriera (su 17 stagioni) in uno dei tre quintetti All NBA coi migliori giocatori della stagione, un record! E' stato anche il miglior assistman per la prima volta con oltre 10 di media, 10.2, arrivando ad assistere il 49% dei canestri dei compagni con lui sul parquet.

LeBron James: "Io 2° nella classifica MVP? Mi fa inc***are"

Non gli è andata giù invece come è finito il discorso per l'MVP dove era un serissimo candiato e invece ha chiuso al secondo posto dietro a Giannis Antetokounmpo. Infatti, su 101 voti disponibili, soltanto in 16 lo hanno indicato come miglior giocatore della stagione 2019-20. E lui non le ha mandate a dire: "Sono arrabbiato perché su 101 voti, soltanto in 16 hanno indicato me come miglior giocatore NBA. E' una cosa che mi ha infastidito parecchio". Un altro modo per motivarlo, come se ce ne fosse il bisogno...

Contro i Miami Heat, la franchigia che lo ha cambiato

Sembra uno scherzo del destino ma tra LeBron James e il suo quarto titolo NBA ci sono i Miami Heat, la franchigia che ha cambiato definitivamente il suo status. Prima di trasferirsi a South Beach nell'estate 2010 con la famosa "Decision", LeBron aveva fallito nella sua Cleveland e aveva scelto gli Heat ed un "santone" come Pat Riley per riuscire finalmente a vincere. Con Wade, Bosh, coach Erik Spoelstra e Riley a guidare tutto dall'alto, quella Miami ha giocato quattro finali consecutive e ha vinto due titoli, i primi per il 'Re', qualcosa che gli ha permesso di diventare maturo, di fare il salto di qualità e di decidere di tornare ai Cavs nell'estate 2014.

Ecco, quell'addio non è mai stato digerito da Pat Riley, furioso perchè secondo lui gli Heat avrebbero potuto dominare l'NBA per tutto il decennio. James ha preferito altro, lui è di fatto "una franchigia" e sposta il suo talento dove vuole, mentre Riley è rimasto fedele alla sua filosofia e ha ricostruito una squadra vincente. A 6 anni di distanza si ritroveranno di fronte, nei primi playoff di James coi Lakers, e nella prima finale degli Heat post Big Three. Di sicuro sarà spettacolo.

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