Da sempre LeBron James è un giocatore che divide critica e appassionati, o lo si ama o lo si odia, ma non si può in nessun modo dubitare che sia uno dei più grandi di sempre, cambia poco se è il primo, il secondo o il terzo. Di sicuro è il più grande di questo terzo millennio di NBA e il titolo centrato coi Los Angeles Lakers rafforza ancora di più questa teoria perché ha vinto l'ennesima sfida impossibile a cui si è trovato di fronte: dopo aver spezzato l'incantesimo coi Miami Heat e poi aver mantenuto la promessa di portare il Larry O'Brien Trophy alla sua Cleveland, il "Re" ha tentato la scalata coi Lakers e in due anni ha raggiunto la vetta, un traguardo insperato per la situazione deficitaria della franchigia in un decennio di fallimenti e risultati negativi, pur in un ambiente difficile, con i riflettori sempre puntati addosso e con l'enorme pressione del confronto con Kobe Bryant, il "Laker" per antonomasia negli anni 2000.

E LeBron ce l'ha fatta, ha vinto anche questa sfida, a 35 anni suonati, alla 17esima stagione NBA e con quasi 6000 minuti delle gambe. Ora, davvero, non si può più chiedere nulla sul parquet al nativo di Inner City, Akron, Ohio.

NBA
Davis, Rondo, Howard e Green: gli "altri" Lakers campioni
12/10/2020 A 12:31
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Il riscatto da Laker con la benedizione di Kobe

Lo avevamo detto alla vigilia delle Finals: il riscatto dopo un primo anno fallimentare a Los Angeles, probabilmente la stagione più difficile della sua carriera, ha dato una quantità di benzina incredibile a LeBron James da bruciare nel suo percorso fino al titolo. Lo scetticismo dei tifosi Lakers e della città, i dubbi sul suo reale approdo a Los Angeles, se fosse per interessi economici-commerciali-mediatici-cinematrografici, o davvero per il basket, i problemi in squadra con un gruppo giovane e controverso, gli screzi nella dirigenza tra Magic Johnson e Rob Pelinka, l'eredità di Kobe Bryant: tutti fattori che hanno rilanciato la voglia di un perfezionista competitivo e vincente come James, comunque sempre spronato e sostenuto dallo stesso Bryant fin dal suo approdo in California.

E al secondo anno ha vinto, riportando il titolo alla Los Angeles gialloviola dopo 10 anni, e regalando il 17esimo campionato alla franchigia, gli stessi degli storici rivali dei Boston Celtics. Inoltre James ha vinto restando sui suoi eccellenti standard a livello di numeri, pur con al fianco un'altra superstar come Anthony Davis, ed è stato in corsa anche per il premio di MVP stagionale. In ultimo, ha zittito anche chi diceva che aveva sempre e solo vinto ad Est, storicamente considerata la Conference più debole e meno competitiva: questa volta lo ha fatto coi Lakers, nel "selvaggio West", chiudendo la regular season col miglior record e poi arrivando alle Finals con 12 vinte e 3 perse. Alle Finals sfiora i 30 punti, 12 rimbalzi e 9 assist di media, e stampa la tripla doppia nella decisiva gara 6, l'11esima in carriera nelle finali (1° nella storia). Serve aggiungere altro?

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Campione ed MVP con tre maglie: un caso unico

Per LeBron James questo è il quarto titolo di campione NBA su 10 Finals disputate, 4 anelli come un altro dei grandi Lakers del passato come Shaquille O'Neal (3 coi gialloviola, uno con Miami). Supera Larry Bird e l'amico fraterno Dwyane Wade, fermi a 3, ma resta dietro all'inarrivabile Bill Russell, 11 titoli coi Celtics degli anni '60, ai 6 di Michael Jordan e Kareem Abdul-Jabbar, e ai 5 di Tim Duncan e di altri due ex grandi Lakers come Magic Johnson e appunto Kobe Bryant.

Il nativo di Akron diventa però il quarto di sempre a vincere l'anello con tre squadre differenti: con lui il compagno di squadra Danny Green (ha vinto nel 2014 con gli Spurs e lo scorso anno, nel 2019, coi Raptors) e in passato John Salley (2 titoli coi Detroit Pistons nel 1989 e 90, i Bad Boys, uno coi Bulls nel 1996, e uno coi Lakers nel 2000) e Robert Horry, "Big Shot Rob", addirittura 7 anelli tra Rockets ('94 e '94), Lakers (2000, '01 e '02) e Spurs (2005 e '07).

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Con tutto il rispetto per Salley, Horry e Green, ottimi giocatori ma sempre dei comprimari, LeBron è invece la prima superstar a vincere con tre maglie diverse, e a vincere da protagonista assoluto, da dominatore e trascinatore. E infatti è diventato il primo nella storia NBA a vincere il premio di MVP delle Finals con tre squadre: prima di lui Kareem Abdul-Jabbar c'era riuscito coi Milwaukee Bucks nel 1971 e coi Lakers nel 1985, mentre l'anno scorso Kawhi Leonard aveva ricevuto il premio coi Toronto Raptors (2019) dopo che lo aveva conquistato già nel 2014 coi San Antonio Spurs (vittoria sugli Heat di James).

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La vittoria nell'anno di "The Last Dance": un caso?

Durante il periodo del lockdown tutti gli appassionati si sono goduti la serie "The Last Dance" sulla stagione 1997-98 dei Chicago Bulls di Michael Jordan, l'ultimo ballo di quella squadra mitica e unica, e si è scritto che proprio Jordan diede il via libera alla realizzazione di questo prodotto nel 2016, "preoccupato" che la sua immagine come numero uno del basket mondiale fosse oscurata da LeBron James e dai Golden State Warriors. Ecco, l'impresa di "King" James coi Lakers si può leggere anche con questa chiave: certamente la serie diffusa in Italia da Netflix è stata l'ennesima spinta per LeBron a dare il massimo per rafforzare la sua leggenda e avvicinarsi sempre di più a quello che è considerato il "GOAT", il più grande di sempre, MJ.

Nell'anno di "The Last Dance" e in cui si è tornato a parlare dei Chicago Bulls di Michael Jordan di fine anni '90, James ha ricordato a tutti che siamo nel 2020 e che è lui il volto simbolo dell'NBA degli anni duemila, senza se e senza ma, riportando il focus sulla più stretta attualità.

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