Era solo gennaio, il 26 per la precisione, l'inizio di un 2020 che sarebbe stato poi una vera sciagura. Nessuno poteva immaginare che la tragica morte di Kobe Bryant nell'incidente aereo con la figlia Gianna e altre sette persone sulle colline di Calabasas fosse soltanto la prima di una serie di tristi eventi. E probabilmente, anche per questo, non si è parlato abbastanza di questa traumatica perdita, non solo a livello cestistico, non solo a livello sportivo, e nemmeno per il fatto che Kobe fosse cresciuto in Italia e avesse un legame così forte col nostro paese.

Il susseguirsi di molti avvenimenti, su tutti la pandemia da Covid-19 che ancora tiene in scacco l'intero mondo, non ha dato modo di ricordare a dovere il Black Mamba. Limitandosi alla pallacanestro, tutto l'ambiente NBA ha fatto e fa ancora fatica a trattare l'argomento Kobe, c'è stato un lungo stop, una ripresa nella "bolla" di Orlando in piena estate, i moti di protesta per i diritti civili e razziali uniti ad altri fatti come la morte di George Floyd e il ferimento di Jacob Blake, l'impegno sociale degli sportivi che invitavano i cittadini americani al voto per lanciare Joe Biden e far uscire Donald Trump dalla Casa Bianca.

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Murales Kobe e Gianna Bryant a Los Angeles

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La stagione 2019-20 si è conclusa addirittura in ottobre con la vittoria dei Los Angeles Lakers, certamente motivati dalla perdita di Kobe, il più grande Laker degli ultimi 30 anni, del post Magic Johnson, ma i gialloviola tutti, con LeBron James e Anthony Davis in primis, hanno sempre cercato di "diluire" l'impatto che Bryant avesse avuto sul loro successo. La narrativa che Kobe li guardasse dal cielo, che fosse al loro fianco e che fosse il "sesto uomo" è sicuramente romantica, però centra poco nei risultati delle 6 partite giocate contro i Miami Heat e in quelle precedenti. Certo, il Mamba è stato ricordato, gli è stata dedicata la vittoria del titolo, il primo dal 2010, è stata usata una divisa speciale in suo onore, ma la sensazione è stata che tutti volessere trattare il meno possibile l'argomento.

Un "silenzio assordante", un qualcosa che stride se si pensa ai tanti murales dedicati a Kobe in giro per il mondo, Italia compresa, alle innumerevoli dimostrazioni di affetto da parte di tutti, facenti parte o meno del mondo della pallacanestro e dello sport. I fan sembra abbiano assorbito il colpo, il vuoto lasciato dall'addio del figlio di Joe Jellybean è enorme, è una voragine, ma pian piano tutti stiamo imparando a conviverci perchè è altrettanto enorme l'eredità che ci ha lasciato.

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Il silenzio arriva da chi ha giocato con Kobe Bryant, da chi ha condiviso con lui vittorie e sconfitte sul campo, da chi è cresciuto nel suo mito e da chi anche lo ha avuto come mentore. "Ci sono ancora giorni in cui faccio fatica a credere che non sia più con noi. Quando lo ricordo, provo un grande senso di vuoto", ha detto Pau Gasol, suo compagno nei titoli del 2009 e del 2010 coi Lakers, anzi di più, un fratello, il suo "hermano". "Ho ancora problemi a parlarne, è ancora molto fresco. Ogni giorno che passa penso a lui. Kobe è stato un mentore incredibile e lo è ancora. Mi ha dato molto e ora tocca a me restituire questo genere di cose ai più giovani", le parole di Kyrie Irving, uno di quelli che più incarna il concetto di 'Mamba Mentality'.

Kobe Bryant en 1996

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"Cerco sempre di non tornare in quello spazio mentale, perché è qualcosa di troppo buio. Siamo ancora coinvolti psicologicamente per quanto successo. E ci vuole tempo per passare oltre. Ognuno ha il proprio processo di lutto", ha detto LeBron James, rivale di tante battaglie, compagno di successi con la nazionale americana, e suo "erede" ai Lakers. "Personalmente ho ancora problemi con quanto successo, ancora non riesco a crederci. Urliamo sempre 'Mamba' al tre, nella nostra routine pre-gara perché vogliamo ancora riconoscere che fa parte della nostra organizzazione", aggiunge Anthony Davis. Proprio i Los Angeles Lakers, la "famiglia" che ha accolto Bryant nel 1996 e sostanzialmente non lo ha più lasciato, non ha organizzato alcun tributo perchè è ancora troppo forte lo shock per la sua perdita.

Cerco sempre di non tornare in quello spazio mentale, perché è qualcosa di troppo buio. Siamo ancora coinvolti psicologicamente per quanto successo

La pandemia, il susseguirsi degli eventi, l'impossibilità di coinvolgere il pubblico, hanno forse offuscato la perdita di Bryant, "tamponata" da emergenze più reali, immediate e concrete. Allo stesso modo la tragica morte di Kobe è una ferita aperta che ancora sanguina e ancora fa molto male: non sono bastati 12 mesi e probabilmente non ne basteranno altrettanti per ridurre il vuoto che ha lasciato. Il Black Mamba non c'è più ma il suo mito resta, perchè "gli eroi vanno e vengono, ma le leggende durano per l'eternità".

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