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Le squadre più forti di sempre: la Cantù due volte campione d'Europa

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Squibb Cantù, la vittoria in Coppa dei Campioni del 1981-82

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DaDaniele Fantini
04/04/2017 A 16:10 | Aggiornato 04/04/2017 A 16:15
@d_fantini

Per ogni grande piazza del basket italiano, abbiamo scelto una squadra che ha segnato in qualche modo la storia: questa settimana è il turno di Cantù, e del ricordo della doppia affermazione in Coppa dei Campioni. Nel 1982, l'allora Squibb supera il Maccabi Tel Aviv nella finale di Ginevra, mentre l'anno successivo, targata Ford, batte l'Olimpia Milano in un derby tutto italiano a Grenoble.

Reduce da un decennio in cui ha cavalcato in pieno l’epoca d’oro del basket italiano, con uno scudetto (1975, il secondo della storia) e 7 Coppe messe in bacheca (3 Coppe Korac, 3 Coppe delle Coppe e 1 Coppa Intercontinentale), Cantù si affaccia a cavallo degli anni ’80 con una fame ancora più grande, da tradurre in qualcosa di ancora più grosso. La squadra, griffata Squibb, è allenata da Valerio Bianchini, al tempo giovane allenatore in rampa di lancio, trasferitosi in Lombardia, lì dove c’era il potentissimo triangolo composto da Cantù, Milano e Varese, dopo gli inizi a Roma con la Stella Azzurra. Il capitano e leader è Pier Luigi Marzorati, il miglior playmaker italiano dell’epoca, soprannominato “l’ingegnere volante” in onore della sua laurea e per la sua caratteristica di passare il pallone in salto, peculiarità che lo porta spesso a essere ritratto in foto mentre si libra a mezz’aria. Tra coach e playmaker si sviluppa un grande rapporto e una grande intesa, cosa che porterà poi Bianchini, una volta lasciata Cantù per Roma, a cercare per la Virtus un giocatore in cabina di regia che possa controllare pienamente il gioco della squadra: il Vate passa così da Marzorati a Larry Wright, ma questa è un’altra storia, che vi abbiamo già raccontato qui...

Pierluigi Marzorati e Mike D'Antoni, Cantù-Milano

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1981, il terzo scudetto

Il decennio comincia con un successo in patria che funge da apripista per le due grandi stagioni successive. Trascinata dal confermato Bruce Flowers (614 punti, top-scorer della squadra), affiancato prima da Terry Stotts (l’attuale head-coach dei Portland Trail Blazers) e poi dal fumantino Tom Boswell, Cantù chiude la regular-season al terzo posto (22-10) alle spalle di Varese (27-5) e Milano (23-9), poi ritrovata in semifinale playoff dopo il successo per 2-1 su Torino nei quarti. In gara-3, alla bella, Cantù commette fallo su Boselli con Milano a +1: al tempo, si può scegliere se tirare o meno i liberi, e Peterson manda il suo giocatore in lunetta. Boselli fa 1/2, e lascia così a Cattini la chance di pareggiare, forzare l’overtime e portare Cantù al successo che vale la finale. Lì, la Squibb ritrova la Virtus Bologna, targata Synudine, già affrontata nella finale della stagione precedente (sconfitta per 2-0) e arriva la “vendetta” con il successo per 2-1.

Squibb Cantù, campione d'Italia 1981-82

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1982, la prima Coppa dei Campioni

Forte dello scudetto, Cantù può partecipare alla Coppa dei Campioni dell’anno successivo, nuova sfida che porta la società a modificare l’assetto del quintetto: Flowers viene confermato, ma non Boswell, sostituito con Charles Jerome Kupec (detto CJ per le sue iniziali), ex-Lakers e Houston, ma già passato per l’Italia proprio con Milano e capace di risollevare l’Olimpia alla fine degli anni ’70 con Dan Peterson, Mike D’Antoni e la “Banda Bassotti”, di cui è il centro titolare nonostante i soli 203 cm di altezza. Kupec è dotato di un tiro da lontano mortifero, anche se prodotto attraverso un movimento poco ortodosso, che lo vede tenere il pallone lateralmente: le sue conclusioni vengono soprannominate “bombe K”, ma può sfruttarle al meglio soltanto dal 1984 in avanti (ormai nella parte conclusiva della carriera), quando viene introdotta la linea del tiro da tre punti.

In campionato, la squadra vive l’esplosione del giovane talento italiano da Rovagnate, Antonello Riva, che chiude la stagione come top-scorer della squadra a quota 685 punti: il quarto posto in regular-season (19-13) regala un’accoppiamento ai quarti da revival con la Virtus Bologna, che passa 2-1 con un successo per 102-100 alla bella al Pianella. Ma i riflettori sono accesi sulla Coppa, dove Cantù supera agilmente la prima fase con un record perfetto di 4-0, passeggiando su Vienna e Partizani Tirana (la quarta squadra del raggruppamento, lo Sporting Lisbona, si ritira prima dell’inizio del torneo, assieme agli egiziani dell’Al-Zamalek e ai siriani dell’Al-Ittihad Aleppo – sì, non è esattamente l’Eurolega di oggi...). Approdata nel girone finale a 6 con Maccabi, Partizan Belgrado, Barcellona, EBBC Den Bosch e Panathinaikos, Cantù batte all’ultima giornata il Maccabi (già sicuro della finale) 101-81 e si qualifica per l’atto conclusivo proprio contro i campioni d’Israele. Il 25 marzo 1982, alla Sporthalle di Ginevra, Cantù e Maccabi si affrontano davanti a 8.000 spettatori, 5.000 dei quali supporter israeliani: le due squadre, ovviamente, si conoscono a memoria, così come Bianchini interpreta senza difficoltà le intenzioni di coach Ralph Klein, e viceversa. Cantù riesce a imporre un gioco fisico con ritmo basso e controllato, con un Marzorati di lusso in regia (anche 18 punti per lui): le maglie difensive reggono splendidamente, con Flowers a limitare Earl Williams e Riva su Berkowitz, mentre, dall’altra parte del campo, fioccano i canestri di CJ Kuper (23 punti, top-scorer della partita) e dello stesso Flowers (21). Cantù vince 86-80 e solleva la prima Coppa dei Campioni della storia, diventando il comune europeo più piccolo a riuscire nell’impresa, e il primo club a mettere in bacheca tutte e tre le coppe continentali (assieme a Korac e Coppa delle Coppe).

Squibb Cantù, vincitore Coppa dei Campioni 1982

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1983, il bis in Coppa dei Campioni contro l’Olimpia Milano

L’avvicinamento alla stagione successiva è testimone di grandi cambiamenti: Ford sostituisce Squibb come main sponsor, e Giancarlo Primo, ex-ct della Nazionale, sostituisce sulla panchina Valerio Bianchini, che sposa il progetto del Banco Roma. A livello di roster, cambiano anche gli americani: Bruce Flowers sbarca in NBA, con la maglia dei Cleveland Cavaliers, mentre Kupec scende in A2 con Bergamo, allenata da Charlie Recalcati. Cantù vira così su Wallace Bryant e Jim Brewer. Il primo è un centro rookie, appena uscito dall’Università di San Francisco, insomma, una scommessa. Il secondo, invece, è un veterano NBA, fresco di anello vinto con i Los Angeles Lakers di Kareem Abdul-Jabbar e Magic Johnson, e con un passato anche a Cleveland, Detroit e Portland: zio di Doc Rivers (l’attuale coach dei Los Angeles Clippers), Brewer è un difensore eccelso, e, come vedremo, sarà proprio una sua stoppata a farlo entrare di diritto nella storia del basket europeo.

In campionato, Cantù comincia malissimo, ma non è la Serie A nostrana il punto di interesse (quarta in regular-season, sarà poi eliminata 2-1 da Roma in semifinale): la squadra risponde benissimo a livello internazionale, come testimonia la cavalcata che la porta a mettere le mani sulla Coppa Intercontinentale a inizio stagione. Cantù se la aggiudica a punteggio pieno, dominando il girone a 6 contro gli olandesi del Leida e dell’EBBC Den Bosch, gli israeliani del Maccabi Tel Aviv, gli statunitensi dell’Air Force Falcons, e gli argentni del Ferro Carril Oeste.

Nella Coppa dei Campioni, Cantù supera agevolmente i primi due turni di qualificazione, regolando i lussemburghesi del Dudelange e gli svizzeri dell’Olympic Friburgo: nel gironcino a 6 conclusivo, i biancoblù ritrovano la Billy Milano, il Real Madrid, il CSKA Mosca, il Maccabi Tel Aviv e il Cibona Zagabria. Cantù si qualifica alla finale grazie alla vittoria sul CSKA all’ultima giornata: è un derby tutto italiano contro la stessa Olimpia, in programma il 24 marzo 1983, a Grenoble. La Milano di Dan Peterson è uno squadrone costruito sull’asse D’Antoni-Meneghin, con attorno Premier, i gemelli Boselli, Gianelli, Ferracini e Gallinari: si arriva alla finale di Coppa con Cantù avanti 3-1 nei precedenti stagionali (due in campionato, due nella stessa Coppa), ma sono tutte gare tiratissime, e anche il nuovo appuntamento, alla fine, seguirà lo stesso copione. Di fronte a 10.000 spettatori (9.000 italiani equamente suddivisi), Cantù parte forte toccando anche il +15, e quando Meneghin è costretto a uscire per 5 falli assapora già il gusto della vittoria. Ma Milano va piccola, pressa, difende e “sputa sangue” secondo il diktat petersoniano, rientra e viene rispedita a -7 a 45” dalla sirena. Ancora una volta sembra fatta, con Bryant che esulta già con le braccia al cielo, ma una serie di gravi errori offensivi, anche su rimessa, riportano l’Olimpia a -1 con la palla in mano a 13” dalla fine. D’Antoni trova uno scarico per Boselli, che sbaglia dall’angolo il tiro della possibile vittoria: il rimbalzo offensivo è preda di Gallinari, ma il suo tentativo di lay-up viene oscurato da un saltone da pantera di Jim Brewer, che piazza la stoppata decisiva a fil di sirena. Cantù vince 69-68 e mette in bacheca la seconda Coppa dei Campioni della storia.

Ford Cantù, la vittoria in Coppa dei Campioni nel 1982-83

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