1980-1981, l’anno in cui Drazen Dalipagic e Spencer Haywood fanno coppia assieme a Venezia. Una coppia assolutamente sui generis, tra due superstar di assoluta caratura internazionale calate all’interno della Serie A2 italiana, e in grado di trascinare la Reyer verso una trionfale promozione in A1 e una fiabesca cavalcata fino alla finale di Coppa Korac, persa in maniera rocambolesca contro Badalona. Quell’anno, Venezia ha un progetto super-ambizioso e un roster assurdamente fuori categoria: sponsorizzata Carrera e con Tonino Zorzi in panchina, la Reyer del patron Roberto Carrain schiera Lorenzo Carraro, argento alle Olimpiadi di Mosca del 1980, Fabrizio Della Fiori, ex-stella di Cantù, tanto forte quanto – suo malgrado – sottovalutato, Giovanni Grattoni, Luigi Serafini, centro dalla mano educata, e un giovanissimo Andrea Gracis in cabina di regia, diventato grande con Pesaro e Treviso. Poi, c’è la strana coppia, il cannoniere slavo e la panterona afroamericana, quasi agli antipodi per cultura e formazione cestistica, ma uniti in un tandem spettacolare.

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EuroCup
Highlights: Badalona-Reyer Venezia 92-78
10 ORE FA

Drazen Dalipagic

Nato a Mostar (Bosnia Erzegovina), la città del famosissimo ponte, Dalipagic è soprannominato Praja in onore di Prajo, ex-difensore centrale dell’FC Velez Mostar. La sua prima passione, infatti, è il calcio. La palla a spicchi arriva in un secondo momento, ma è amore incondizionato. A 19 anni firma il suo primo contratto da professionista con il Partizan Belgrado, cominciando una carriera che lo porta a diventare uno dei giocatori più travolgenti del basket del Vecchio Continente a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Dopo aver vinto i Mondiali delle Filippine del 1978 e l’oro alle Olimpiadi di Mosca, boicottate dagli Stati Uniti, Dalipagic lascia per la prima volta la Jugoslavia e sbarca nella Serie A2 italiana, star assoluta della Reyer Venezia: il Praja è un attaccante formidabile, tiratore favoloso dalla tecnica sopraffina e dalla compattezza e fluidità di movimento eccezionali. Anche marcandolo stretto, faccia a faccia, Dalipagic è un martello. Sale su, quasi senza accorgersene, con una naturalezza stordente, e… bam! bam! La butta dentro. Sempre. In Serie A2 viaggia nel sonno a oltre 30 punti di media, e nella sua seconda esperienza italiana vince per tre volte la classifica marcatori della Serie A: 30.8 punti con l’Australian Udine nel 1984-85 (non sufficienti, però, per evitare la retrocessione), 36.5 punti con la Giorno Venezia nel 1986-87, 36.3 punti con la Hitachi Venezia nel 1987-88. In questo, c’è anche una partita da 70 punti (terza miglior prestazione offensiva assoluta del campionato italiano), griffata il 25 gennaio 1987 contro la Dietor Bologna. A livello statistico, la sua miglior stagione è però quella del ritorno al Partizan dopo la prima esperienza con Venezia: nel 1982-83 segna 42.9 punti di media, un’assurdità se pensiamo che la linea del tiro da tre punti verrà introdotta soltanto l’anno dopo.

Drazen Dalipagic, Hitachi Venezia

Credit Foto Other Agency

Spencer Haywood

Nato nel 1949 a Silver City, nel Mississippi, Spencer Haywood lavora in una piantagione di cotone fino a 15 anni, quando la madre lo spedisce a Detroit perché provi a farsi una cultura. Vince il titolo statale del Michigan alla Pershing High School e approccia il basket collegiale con le stimmate della superstar: al suo primo anno, al Trinidad State Junior College (Colorado), viaggia a 28.2 punti e 22.1 rimbalzi di media a partita, mentre al secondo, alla University of Detroit, registra 32.1 punti e 21.5 rimbalzi. Nel frattempo, partecipa alle Olimpiadi del 1968 di Città del Messico, e torna a casa con una medaglia d’oro al collo e il titolo di miglior realizzatore della squadra (16.1 punti di media). Haywood è un uragano, un mix di atletismo, fluidità e fondamentali rarissimi, accompagnati da un arsenale di movimenti con il piede perno da far invidia a chiunque. Su quei piedi si muove, anzi, balla, come una guardia, nonostante un fisico di 203 cm per 102 kg. È pronto, prontissimo per la NBA, anzi, per dominare in NBA, ma una regola ne impedisce l’ingresso prima dello scoccare dei 4 anni dal debutto nel college basket. Inizia la carriera da pro nella ABA ai Denver Rockets (30 punti e 19.5 rimbalzi di media), poi, nel 1970, firma comunque con Seattle, iniziando una lunga battaglia legale che vedrà la NBA cedere e aprirsi ai giocatori più giovani. A Seattle, viene nominato 4 volte All-Star, passa poi a Knicks, che vogliono farne il nuovo volto della franchigia, salvo poi scoprirne il ritratto più oscuro, quello della dipendenza dalla cocaina, al tempo un male radicato e diffuso nella Lega. Finisce a New Orleans e ai Lakers del pre-ShowTime, dove vince il titolo nonostante venga tagliato prima di gara-1 delle Finals per i cronici problemi con la coca. Una mattina, strafatto dopo una nottata di eccessi, si addormenta per quattro volte durante il tragitto verso il centro di allenamento, e si assopisce nuovamente durante lo stretching. Nell’estate del 1980, sceglie l’Italia come teatro per ricostruire la carriera, e il palcoscenico di Venezia, in Serie A2 (23.6 punti di media).

Spencer Haywood, Carrera Venezia 1980-81

Credit Foto Other Agency

La finale di Coppa Korac

Quell’anno, la Reyer sfiora la possibilità di rinfrescare la bacheca, ferma ai due titoli consecutivi conquistati durante la Seconda Guerra Mondiale, tra il 1941 e il 1943: la squadra partecipa alla Coppa Korac, la terza competizione europea, unica italiana assieme alla Sebastiani Rieti, campione in carica e già qualificata di diritto alla fase finale. Venezia parte dal secondo turno preliminare, dove si sbarazza in maniera relativamente semplice degli israeliani del Maccabi Haifa, e prosegue il percorso netto dominando il girocino a quattro senza sconfitte contro i cecoslovacchi del Zbrojovka Brno, gli jugoslavi della Jugopastika e i greci dell’Aris Salonicco. In semifinale, arriva l’impresa contro la Dinamo Mosca, battuta di 15 punti all'andata, un cuscinetto che rende indolore la sconfitta di 3 lunghezze nella gara di ritorno: la strada è libera per la finalissima con la Joventut Badalona, in quegli anni squadra d’elite del basket spagnolo.

Il teatro dell’atto finale è il Palau Blaugrana di Barcellona, una torcida che vede il Badalona giocare praticamente in casa. Della Fiori ne mette 20, Dalipagic 25 senza mai riposarsi un minuto, Haywood, che gioca con enorme carta bianca in attacco, 30. Badalona risponde con i 23 di José Maria Margall, i 19 di Al Skinner, americano di coppa, e, soprattutto, con i 27 del tiratore Gonzalo Sagi-Vela, in giornata di grazia. La Joventut guida all’intervallo, Venezia rimonta e si porta sul +9 a 1’30” dalla sirena, ma, quando intravede lo striscione del traguardo, una serie di brutte gestioni permette agli spagnoli di rientrare e forzare l’overtime. Haywood carica di falli i lunghi del Badalona, coach Comas pesca dalla panchina i due ragazzini, Soler e Villacampa, nel finale, ma, ancora una volta, la Reyer gestisce male sotto pressione: Galvin segna un canestro pazzesco a 2” dalla sirena che vale il 105-104 finale, con primo titolo europeo della storia per il Badalona e lacrime tremende per una Venezia che avrebbe sognato, sperato e meritato di più.

Spencer Haywood, Joe Galvin, Reyer Venezia-Joventut Badalona, Korac Cup 1981

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