Sono un pagliaccio, ma sono il numero uno dei pagliacci – Gianmarco Pozzecco

11 maggio 1999, Masnago. Roosters Varese-Benetton Treviso, gara-3. Dopo un facile appoggio in contropiede, Gianmarco Pozzecco ricade male, in maniera goffa. Ha i capelli colorati di rosso, e i tamponi al naso, rotto a inizio partita da una gomitata di Marcelo Nicola. Si rialza e, con la canotta bianca sporca di sangue, sorride, sollevando le mani e aizzando la folla. Manca poco, pochissimo, per coronare un sogno inseguito per 21 anni: cucire la Stella sulla canotta di Varese, la stella del decimo scudetto della storia.

Serie A Basket
21 anni fa Varese vinceva lo Scudetto della Stella: una squadra folle guidata da Pozzecco
11/05/2020 A 12:15

I Roosters all’americana

Quell’anno, la famiglia Bulgheroni sceglie di adottare un approccio differente per ricostruire l’identità della squadra: no al main-sponsor sulla maglietta (i fondi sarebbero arrivati da un pool di aziende) e lancio di un logo in stile NBA. Nascono i Roosters Varese (i “galletti da combattimento”), con un gallo in stile cartoon che occupa buona parte della canotta, fronte e retro. È una trovata simpatica, che piace tantissimo e che rompe con la tradizione classica (e un po’ triste...) delle squadre che cambiano nome ogni anno a seconda dello sponsor: chi ha ancora quella maglietta, sicuramente sorriderà in maniera quasi bambinesca ogni volta in cui la tira fuori dal cassetto.

Roosters Varese jersey 1999

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È basket moderno, con una vena di pazzia

In estate, Varese cede Komazec, Petruska e Casoli, e riempie i vuoti ingaggiando l’ala croata Veljko Mrsic (già vincitore della Coppa dei Campioni), il centrone portoricano Daniel Santiago, giovanissimo ma sconosciuto ai più, ritrova Francesco Vescovi, leader naturale dello spogliatoio, e accoglie Giacomo Galanda, arrivato in prestito dalla Fortitudo Bologna per fare esperienza. È una squadra giovane, a fortissima trazione italiana e, soprattutto, senza americani, una vera e propria follia nella pallacanestro moderna. Ma, nonostante tutto, quella Varese è di quanto più moderno ci possa essere, una vera e propria antesignana del basket del nuovo millennio. Recalcati imposta un gioco veloce, rapido, fatto di transizione, contropiede e tiro da tre punti: ha a propria disposizione un roster di giocatori estremamente duttili e bidimensionali (pensate a Meneghin, De Pol, lo stesso Mrsic), capaci di giocare in più ruoli, e, soprattutto, lunghi capaci di essere efficaci sia vicino che lontano da canestro (Galanda chiuderà la stagione con il 46% dall’arco), con mano per colpire da fuori e aprire il campo alle penetrazioni del leader maximo della squadra, Gianmarco Pozzecco. E la sua vena di pazzia.

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Il Poz all’ennesima potenza

È l’anno dell’apoteosi di quello che è stato, con molta probabilità, il giocatore italiano più spettacolare di sempre. L’anno in cui Pozzecco riesce a sposare la sua lucida follia a un desiderio rodente di agonismo, competitività e vittoria. Certo, ci sono i capelli rosso fuoco, poi fucsia, poi tricolore dopo aver conquistato lo scudetto, e quelle esultanze sceniche ed esagerate con i balletti che lo fanno sembrare più uno degli ‘N Sync che un giocatore professionista di basket, ma Pozzecco, quell’anno, è semplicemente travolgente. Il modo in cui punta il difensore con quel ball-handling pazzesco, degno dei migliori anni di Allen Iverson, con cui si infila mantenendo coordinazione ed equilibrio in maniera inspiegabile tra i raddoppi e gli aiuti in mezzo all’area, con cui gioca il pick’n’roll regalando cioccolatini pronti da scartare per il rollante (e lo sconosciuto Santiago diventerà presto il suo primo ricevitore), con cui prende il centro dell’area in penetrazione potendo sfogliare un manuale intero di soluzioni con i compagni che gli aprono il campo appostati sulla linea dei tre punti: in quel sistema, con quel gioco, con quei compagni, e con quella testa leggera ma incredibilmente concentrata, Gianmarco Pozzecco, la “Mosca Atomica” (il suo soprannome preferito tra i tanti che gli sono stati affibbiati), è semplicemente immarcabile.

Gianmarco Pozzecco, Roosters Varese 1999

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La cavalcata verso la Stella

Non è un caso, infatti, che Varese incontri il momento difficoltà maggiore, quello che lancia sinistri spettri dopo una stagione a lungo comandata come terzo incomodo a sorpresa tra le due bolognesi e la Benetton Treviso, quando, a marzo, il Poz è costretto ai box per broncopolmonite. Senza di lui, i Roosters battono Rimini in casa, ma vengono travolti nella trasferta a Treviso sotto un pesantissimo -47 e perdono poi il primato in classifica all’ultima giornata di regular-season cadendo contro la Fortitudo a Masnago. Sembra una beffa atroce dopo una stagione in cui la squadra ha occupato in pianta stabile il primo posto in graduatoria, ma Pozzecco recupera per l’inizio dei playoff (anche grazie al turno di riposo che spetta alle prime 4 classificate) e si presenta per i quarti di finale, contro la Pepsi Rimini. La serie finisce 3-1, così come quella delle semifinali contro la Kinder Bologna, grande rivincita dopo la finale di Coppa Italia persa a gennaio proprio contro le V Nere. L'ultimo atto è contro la Benetton Treviso, che ribalta il fattore-campo contro la Fortitudo andando a espugnare il PalaDozza 63-62 in una gara-5 epica. Varese vince gara-1 ai supplementari 77-71 e compie un’impresa pazzesca passando in gara-2 il PalaVerde, inviolato da 29 partite consecutive: è 74-71, con 22 punti di Pozzecco e 18 di Mrsic. In gara-3, Masnago è una polveriera, stracolmo e caldissimo all’inverosimile: l’atmosfera è elettrica, si annusa già l’aria della grande impresa, dello scudetto atteso per 21 anni, da quando, nella Varese targata Mobilgirgi, giocava Dino Meneghin, il papà di Andrea. Pozzecco ne mette altri 15, Mrsic 14, ma è la partita di Sandrino De Pol, già autore di una doppia-doppia in gara-1, che ne scrive 21 con 11 rimbalzi e 6 palle recuperate. Guerriero, come è sempre stato. Varese trionfa 73-64, e si cuce la Stella sul petto.

Andrea Meneghin con la Stella, Roosters Varese 1999

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La sfida epica con i San Antonio Spurs

Il trionfo in campionato permette ai Roosters di partecipare all’ultima edizione del McDonald’s Open, il torneo di esibizione per la promozione della pallacanestro a livello mondiale con la vincitrice dell’anello NBA, oggi sostituito dai Global Games dell’NBA Tour. Quell’anno si gioca al Forum di Assago, con i San Antonio Spurs (reduci dal trionfo nelle Finals sui New York Knicks), i brasiliani del Vasco da Gama, i lituani dello Zalgiris Kaunas, gli australiani dell’Adelaide 36ers e i libanesi del Sagesse Beirut. Varese supera lo stesso Sagesse 98-88 nella partita inaugurale, che apre la strada alla semifinale contro gli Spurs: Pozzecco ha i capelli fucsia, ripresi anche da Zanus Fortes, e, in un turbinio di emozioni e follie pazzesche, i Roosters guidano a lungo la partita, toccando anche il +14 (41-27) nel secondo quarto. San Antonio, che schiera già le twin-towers con Tim Duncan e David Robinson, affiancati da Avery Johnson, Mario Elie, Terry Porter, Jaren Jackson e Malik Rose, evita l’onta di diventare la prima squadra NBA battuta in una partita internazionale soltanto grazie a un parzialone di 32-13 costruito negli ultimi 9’30” di partita. Varese perde 96-86 con 20 punti di un Cecco Vescovi strepitoso, 14 del neo-acquisto Denis Wucherer, 11 per il trittico Sekunda-Meneghin-Santiago e un cameo finale di Guido Bagatta, che dopo tanti anni trascorsi a seguire il basket con penna e calamaio, si toglie la soddisfazione di giocare qualche secondo in una delle partite più incredibili della storia recente.

San Antonio Spurs-Roosters Varese, 1999 (AFP)

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Il presente: Mrsic e Pozzecco campioni di Croazia

Gianmarco Pozzecco e Veljko Mrsic si ritrovano, a 17 anni di distanza dalla Stella, sulla panchina del Cedevita Zagabria, col Poz fortemente voluto dall’ex-compagno di squadra come assistant-coach dopo la chiusura burrascosa sulla panchina di Varese. Finisce com’è lecito aspettarsi: un 3-0, secco, in finale, nel derby contro il Cibona Zagabria. Perché questi due, quando vincono, lo fanno in grande stile.

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