Quasi venti anni. Tanto è occorso affinché la Virtus Bologna potesse nuovamente cucirsi sul petto lo Scudetto. Il 19 giugno 2001 le Vu-Nere, allora allenate proprio da Ettore Messina, coronarono una stagione irripetibile, centrando non solo il titolo di campioni d’Italia, ma anche un Grande Slam che nessun’altra squadra italiana è ancora riuscita a replicare. A distanza di quasi venti anni, la Virtus rimpolpa il proprio palmarès e torna prepotentemente alla carica per ridare fasti alla storica rivalità con l’Olimpia Milano, ma soprattutto ritorna nel posto che le compete – tra le grandi della LBA e d’Europa – dopo anni molto travagliati.

2001-2021: la Virtus Bologna torna campione d'Italia

L’irripetibile Grande Slam

Serie A
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12/06/2021 A 10:36
La Kinder 2000-01 fu una macchina perfetta, costruita su una base di talento sterminata e su qualità, anche e soprattutto umane, fuori dal comune. Un quintetto spaziale, come forse mai più se ne sono visti in Serie A: Antoine Rigaudeau, Marko Jaric, Manu Ginobili, Alessandro Frosini e Rashard Griffith. Una panchina infarcita di talento e attributi, tra Alessandro Abbio, David Andersen, Davide Bonora, Hugo Sconochini e Matjaz Smodis. In sostanza, un gruppo imbattibile. In stagione regolare un ruolino di marcia da 29 vittorie su 34 partite giocate, ai playoff un 9-0 da imbattuti (esattamente come quest’anno, stante il 10-0 di record della squadra di coach Djordjevic) suddiviso equamente tra Codivari Roseto, Benetton Treviso e Paf Bologna. Il derby nella serie di finale Scudetto fu un capitolo più unico che raro nella rivalità stracittadina. La Fortitudo era stata capace di rullare prima la Mens Sana Siena e poi la Scavolini Pesaro, e nutriva peraltro sogni di rivalsa dopo lo 0-3 incassato nella semifinale di Eurolega.

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Nemmeno il talento dei vari Gianluca Basile, Gregor Fucka, Giacomo Galanda, Andrea Meneghin e Carlton Myers poté però impedire un altro sweep. La Kinder fu semplicemente perfetta per tutta la stagione, forte di un gruppo perfettamente assortito. Un Rigaudeau incapace di sbagliare anche una sola, singola, scelta sul parquet. Uno Jaric precursore dei tempi, all-around player a suo modo e piacere, ma anche atleta straordinario. Un Frosini versione collante della squadra, ala grande dai fondamentali ormai forse dimenticati e dal QI cestistico inimmaginabile. Un Griffith impareggiabile artista del post-basso, con un giro dorsale che oggi dovrebbe ancora fare scuola, non solo per quanto fosse stilisticamente eccelso, ma anche tremendamente efficace. E infine, ovviamente, un Ginobili formato “Houdini del parquet”, con due razzi sotto le scarpe per uno strapotere tecnico-atletico che, in campionato, non si è mai più visto. 3-0 combattuto, indubbiamente, ma netto. 15° Scudetto cucito sul petto, Grande Slam (allora non si chiamava certo Triplete) e annata da incorniciare sotto qualsiasi punto di vista.

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Si volta pagina e cominciano le difficoltà

Forte dei successi conquistati, la Virtus tentò di rafforzare il proprio roster, ma qualcosa cominciò a incrinarsi nel mondo delle Vu-Nere. L’iniziò fu forse nell’esonero di Ettore Messina, un fulmine a ciel sereno per tutto il popolo di fede bianconera. L’11 marzo 2002, stante comunque una conclamata instabilità societaria, e dopo un incredibile k.o. contro la Scavolini Pesaro (gara in cui Bologna aveva toccato anche il -41), l’allenatore viene esonerato per scelta del suo Presidente, Marco Madrigali. Da lì, una serie di reazioni a catena fino all’invasione, assolutamente pacifica, del parquet di Casalecchio da parte del pubblico virtussino. Risultato? Oltre mezz’ora di ritardo per l’inizio del match contro Trieste (squadra che l’anno prima, proprio al Palasport, aveva interrotto una striscia record di 33 successi consecutivi, tra campionato e coppe). La Virtus stravinse quella partita, Trieste non fece ricorso e Madrigali, la sera stessa, fu praticamente costretto dagli eventi a richiamare Messina e reintegrare anche Roberto Brunamonti nella carica di vice-presidente, dopo le dimissioni dello stesso Brunamonti, il quale non era stato neanche informato dell’esonero.

La festa del popolo bianconero della Virtus Bologna

La storia della Virtus ebbe un punto di svolta proprio in questo esonero, ma più ancora lo trovò indubbiamente nel “Lodo-Becirovic”. Messina riportò infatti il club bianconero a giocarsi l’Eurolega anche nel 2001-02, con la finale giocata peraltro in casa, ma la Kinder dovette arrendersi a uno stratosferico Dejan Bodiroga. A fine stagione impellente rivoluzione, con lo stesso Messina che lasciò la panchina e conseguente rifondazione anche del roster. Nel frattempo, cominciarono però a spargersi voci di presunti mancati pagamenti degli stipendi, e Sani Becirovic, giovane stella slovena che aveva firmato un lauto pluriennale l’estate precedente, aprì un lodo arbitrale. Madrigali volle tenere una posizione di forza, sostenendo che Becirovic non fosse più un giocatore della Virtus, specie dopo le operazioni alle ginocchia, e non saldò il lodo in nessuna delle occasioni utili. La Corte Federale rigettò i vari ricorsi del presidente, mentre, il 4 agosto 2003, la FIP, che aveva già dichiarato morosa la Virtus, escludendola dal campionato, revocò l’affiliazione al club bianconero.
Una delle società più storiche della nostra pallacanestro rischiava così di sparire completamente e forse ciò sarebbe realmente accaduto se non fosse intervenuto Claudio Sabatini. Dovendo comunque sacrificare il titolo sportivo, l’eccentrico imprenditore salvaguardò la società dal fallimento e completò il passaggio di proprietà nella nuova Virtus 1934. Nel luglio 2004 un altro grande successo di Sabatini, visto che il Consiglio di Presidenza FIP accettò la domanda di fusione fra la Virtus stessa e il Progresso Basket Castelmaggiore, con rinascita del titolo “Virtus Pallacanestro Bologna”. Sabatini cercò anche di iscrivere il suo neonato club alla Serie A e da alcune sue interviste derivarono, certo non per sua volontà, inchieste contro ignoti per l’ipotesi di frodi sportive nell’ambito delle iscrizioni al campionato di A. Probabilmente una delle pagine più brutte e caotiche del basket italiano del XXI secolo.

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Niente Serie A nei tribunali e allora toccò al parquet. Sponsorizzata Caffè Maxim – pensate un po’ i casi del destino anche in termini di nomenclatura – la Virtus conquistò i playoff promozione superando, nell’ordine, Pepsi Caserta, Eurorida Scafati e Premiata Montegranaro. Il 3 giugno 2005 il popolo bianconero poté così celebrare il ritorno nella massima serie e, nel corso di pochi anni, anche una nuova finale Scudetto (0-3 contro la corazzata Siena) e un titolo europeo (l’Eurochallenge, erede della Coppa Saporta, sollevata al cielo nell’aprile del 2009). Va premesso che il ciclo della Virtus sotto la gestione Sabatini viene oggi ricordato forse più per il suo epilogo che non per gli esordi. Sabatini salvò le Vu-Nere da un certo fallimento e le riportò ad alti livelli – come dimenticare le 4 finali di Coppa Italia, perse tutte davvero per un soffio – salvo un finale, ancora una volta, non adatto ai deboli di cuore.
Dopo l’inclusione della Virtus in una fondazione creata ad hoc, con l’idea di redistribuire la responsabilità tra vari soci per rilanciare definitivamente il club bianconero, l’instabilità e le difficoltà societarie tornarono prepotentemente alla ribalta. L’entusiasmo scemò nel giro di pochissimo tempo e le Vu-Nere accusarono il colpo, con una delle stagioni più anonime e anomale della loro storia, culminata con la retrocessione in Serie A-2. L’onta del ridimensionamento sportivo provocò anche le reazioni di orgoglio e di amore di chi, a tuttotondo, aveva scritto la storia del club bianconero.

Il ritorno alla grandezza, non solo in termini di risultati sportivi

La rinascita sportiva, ma non solo, è coincisa ovviamente con l’arrivo del marchio Segafredo Zanetti. Nella figura dell’attuale presidente, Massimo Zanetti, l’azienda di lavorazione del caffè confermò il suo impegno nel mondo dello sport (dopo Formula 1, calcio e ciclismo) e ritornò in quello della pallacanestro dopo aver sponsorizzato la Pallacanestro Gorizia tra la metà e la fine degli anni ’80. Nel marzo 2017 Zanetti ha però partecipato all’aumento di capitale della Virtus Pallacanestro Bologna, diventandone così proprietario e rilanciando completamente il club. Il 19 giugno 2017, dopo peraltro lo storico ritorno al PalaDozza a oltre vent’anni di assenza, la Segafredo centrò la promozione in Serie A e pose le basi per il ritorno in pianta stabile ad alti livelli.
Il sodalizio tra Zanetti e la Bologna del basket si confermò vincente nel giro di pochissimo. Tra colpi di mercato geniali (Kevin Punter e Tony Taylor) e acquisti ad effetto (Mario Chalmers), la Virtus riuscì a centrare il successo in Basketball Champions League, sconfiggendo l’Iberostar Tenerife nel maggio 2019. Nel corso di quella stagione, l’avvicendamento in panchina tra Pino Sacripanti e Sasha Djordjevic portò sulla panchina bianconera un tecnico di assoluta esperienza e caratura internazionale, forte di recenti e incredibili risultati alla guida di una Serbia talentuosissima. Il successo europeo, il primo per la Virtus dopo oltre 10 anni, ampliò ulteriormente le ambizioni della proprietà, che decise di puntare su uno dei giocatori europei più forti e iconici dell’ultimo decennio: Milos Teodosic. Solo la pandemia riuscì a mettere i bastoni tra le ruote a una macchina cestistica praticamente perfetta, ma l’amaro in bocca per una stagione che avrebbe potuto essere storica è svanito proprio ieri sera, grazie a una dolce pillola chiamata “Scudetto”.

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Uno Scudetto impensabile, ma totalmente meritato

Sembrava impossibile che un’altra squadra riuscisse a contrastare l’AX Armani Exchange Milano per la conquista del titolo italiano, figurarsi a soffiarglielo con un 4-0 che sa tanto di dominio, non solo fisico. Coach Djordjevic, richiamato per volere della squadra dopo una notte da licenziato nello scorso dicembre, ma anche già certo dell’addio prima di questi trionfali playoff, ha messo in scacco più volte Ettore Messina, gestendo al meglio le rotazioni e responsabilizzando totalmente qualsiasi suo giocatore. Milos Teodosic, indiscusso e indiscutibile MVP della finale, ha dimostrato di essere ancora un giocatore capace di portare a scuola chiunque su un parquet. Alessandro Pajola è invece il nuovo che avanza, forse massimo esempio di quel mantra dello “sputare sangue” che coach Dan Peterson aveva cercato di instillare proprio alla Virtus, prima ancora che nella sua epopea sulla panchina milanese.

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Il 16° Scudetto bianconero è frutto anche della volontà societaria di non porsi mai limiti. Ne è stata testimonianza l’ingaggio di Marco Belinelli, a torto considerato da tanti “bollito” e invece protagonista con canestri irreali anche in finale. Ne sarà testimonianza la volontà di avere un posto nella prossima EuroLega, al netto di quanto si sia già scritto e sentito. È chiaro che ora la Virtus Bologna abbia tutte le intenzioni di rinverdire una rivalità sportiva che, negli anni ’50, la portò a giocarsi lo Scudetto per ben otto volte proprio contro l’Olimpia Milano. Fu la prima rivalità del nostro basket, oggi è un’occasione più unica che rara. Bologna e Milano a fare da traino a un movimento che cerca disperatamente ossigeno da tutte le parti. Mai entrambi i club erano stati contemporaneamente al proprio massimo splendore. Il sogno, di tutti, è che tale momento sia ormai giunto. Non per il bene dei bianconeri. Non per quello dei biancorossi. Semmai, per il bene del basket italiano.

Highlights gara-4: Virtus Bologna-Olimpia Milano 73-62

RIGUARDA GARA-4 TRA VIRTUS BOLOGNA E OLIMPIA MILANO IN VOD (CONTENUTO PREMIUM)

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