0-3. Uno sweep cestistico che non ammetterebbe diritto di replica alcuno, se solo non si trattasse dell’Umana Reyer Venezia quale squadra ad averlo incassato. Gli orogranata hanno infatti dato filo da torcere all’AX Armani Exchange Milano, dovendo però arrendersi allo strapotere tecnico e fisico di una squadra che, quest’anno, sembra proprio non conoscere rivali. Per Venezia si chiude con la semifinale, la sesta consecutiva, una stagione molto particolare e c’è già chi parla di ciclo concluso e squadra da rifondare. Ma sarà davvero così, oppure la Reyer si confermerà club capace di ribaltare qualsiasi pronostico e di rendere praticamente carta straccia tutte le parole scritte e cantate come de profundis di una società encomiabile a tuttotondo?

Un uomo (camaleontico) solo al comando

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Se il grande basket è tornato anche in Laguna, grandi meriti vanno soprattutto a Walter De Raffaele. Poco sponsorizzato a livello mediatico, forse perché poco personaggio in un mondo, anche sportivo, in cui l’apparire conta quasi sempre più dell’essere, il coach livornese ha plasmato a sua immagine e somiglianza qualsiasi atleta allenato. Perché, al netto della continuità impressionante a livello di composizione del roster, è innegabile che Venezia abbia toppato praticamente zero a livello di acquisti nei mercati estivi di questi ultimi sei anni, riuscendo anzi a innestare quei rami necessari a dare ulteriori frutti. De Raffaele si conferma allenatore camaleontico, se pensiamo che già un anno e mezzo fa ci trovavamo a celebrarlo e a screditare quelle tesi che vedevano nella pallacanestro orogranata un “non basket”. Camaleontismo come stile di vita cestistico, negando così le teorie di quanti hanno sempre considerato il gioco veneziano come monolitico e unicamente basato sul tiro da 3 punti, dimenticandosi colpevolmente i capolavori difensivi (con maestria evidente nell’alternanza tra difesa a uomo e vari tipi di zone), o l’esaltazione del singolo (Austin Daye su tutti, per anni) ma sempre all’interno del collettivo.

Face2Face con Walter De Raffaele: "Le qualità umane e le motivazioni dei giocatori fanno la squadra"

Una pallacanestro per uomini, prima ancora che per atleti. Perché ciò che mai è mancato in questi anni è stata indubbiamente un’unione d’intenti magnifica, capace di chiudere a riccio la squadra nei momenti più complicati di ogni stagione e di attendere i tempi più propizi per raccogliere i frutti di un lavoro sontuoso. A chi obietterà che è mancato l’acuto in EuroCup, ricordiamo che l’anno scorso, senza stop per pandemia, non sarebbero state poche le possibilità di vedere la Reyer giocarsi anche il 2° trofeo europeo a distanza di pochi anni dalla FIBA Europe Cup 2017-18. Ripartire da De Raffaele, nel caso, significherebbe proseguire nel solco di un progetto sportivo che rappresenta un unicum nel basket contemporaneo, specie italiano, così costellato da repentini cambi in panchina e da ricerca del capro espiatorio che, quasi sempre, si conclude proprio con l’esonero di un capo allenatore (anche perché, come diceva un maestro della comunicazione, «c’è sempre un responsabile di turno che paga per tutti qua»).

Cosa cambia rispetto a un anno fa

Se la continuità è sempre stata la chiave dei successi orogranata – e De Raffaele ne è il geloso custode – è innegabile che la Reyer versione 2021-22 potrebbe essere squadra ben diversa da quella che ha appena salutato lo Scudetto. Stefano Tonut, in rampa di lancio da anni e recordman di presenze ai Playoffs con la maglia di Venezia (4° all-time per presenze nella storia del club), sembra ormai pronto per il salto in EuroLega, con l’Olimpia Milano pronta ad accoglierlo. Michael Bramos rimane perno imprescindibile del gruppo reyerino, ma dovrà risolvere completamente problemi fisici che hanno costretto tanti giocatori a concludere anticipatamente le proprie carriere (su tutti, Juan Carlos Navarro). L’augurio, ovviamente, è quello di rivederlo ai nastri di partenza della prossima LBA per ammirarlo nel martellare retine con la consueta, innata, classe. Wes Clark e Curtis Jerrells, arrivati a stagione ampiamente inoltrata, hanno rappresentato forse più un’occasione contingente che non un pezzo di un puzzle chiamato “progetto” e molto difficilmente anche loro faranno parte del prossimo corso veneziano. Gasper Vidmar, infine, potrebbe forse fare spazio a un giocatore più “contemporaneo” e adatto all’idea di un basket veloce e dinamico.

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Non mancano però le certezze. Mitchell Watt rimane uno dei centri più dominanti della Penisola, capace di farsi valere ampiamente anche in Europa. Austin Daye, talento tanto sornione quanto infinito, è ancora giocatore su cui poter contare nei momenti caldi della stagione e sembra ormai completamente consacrato alla causa della Serenissima. Pronti a sbocciare definitivamente ci sono poi Davide Casarin e Luca Possamai, senza dimenticare i tanti altri giovani giocatori che potrebbero trovare qualche spazio nelle rotazioni della prossima stagione. E, tra le certezze, sembra rientrare anche coach De Raffaele, stante un contratto fino al 2023 e le parole al miele spese, più volte, da parte del suo presidente, Federico Casarin.

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Più che considerare finito il ciclo, bisognerebbe debitamente valutarlo

Si fa presto a scrivere di cicli nello sport. Si fa altrettanto presto, però, a valutarne la fine in maniera erronea. Fu fatto già un anno e mezzo fa, come anticipato più sopra, sarebbe forse meglio evitare di farlo anche oggi. Innegabilmente, la prova di orgoglio offerta al Taliercio, in gara-3 di semifinale Scudetto contro Milano, sembra oggi rappresentare il canto del cigno di un gruppo più unico che raro. Ma questa Venezia è la rappresentazione cestistica dell’araba fenice, capace, proprio come il mitologico uccello, di risorgere dalle proprie ceneri secondo il motto “post fata resurgo”. Proprio come il volatile sacro, ma non in soli tre giorni (tempo che la mitologia riteneva necessario affinché la larva nata dalle ceneri diventasse effettivamente una nuova fenice grazie ai raggi del Sole), la Reyer potrebbe ripresentarsi più giovane e forte, ma anche più consapevole del proprio ruolo nello scacchiere del basket italiano.

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Inutile ormai nascondersi, perché Venezia è stabilmente nel novero delle “grandi” della nostra pallacanestro. Non solo per blasone e tradizione, ma anche per risultati sportivi ormai stabilmente acquisiti. Dal 15 febbraio 2016, data in cui De Raffaele sostituì Charlie Recalcati sulla panchina, dopo esserne stato assistente per anni, di acqua sotto il Ponte di Rialto ne è passata davvero tanta. Il flusso è stato però sempre incanalato verso direzioni prestabilite e ponderate, senza mai spingersi nel tentativo fine a sé stesso ma, semmai, programmando una crescita graduale che oggi ci consente di ammirare un club pronto, perché no, a tentare anche la carta dell’EuroLega. Sempre che burocrazia, politica e sport, possano – in una delle rare occasioni – trovarsi al tavolo della concordia e fare di Venezia la Regina non solo dell’Adriatico, ma anche di tanti altri mari europei. Ne gioverebbe tutto il movimento, non solo la Laguna…

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