Aprile 2001, Old Trafford: si giocava uno dei derby più sentiti d’Inghilterra, forse del mondo. Un pallido sole si era aperto un varco tra la perenne foschia di Manchester, mentre due uomini dannati si continuavano a fissare, dalle parti opposte del campo. Si cercavano, si annusavano. La faida tra Roy Keane, mediano storico dei Red Devils, e il difensore centrale Alf-Inge Haaland (allora in forza al City) è passata agli almanacchi come una delle più cruente della storia del calcio, visto il suo deplorevole epilogo.
Una vendetta che il medianaccio irlandese aveva fomentato dentro di sé da molto tempo, da quel colpo codardo che Haaland gli aveva rifilato 4 anni prima. Era il 1997, e il norvegese giocava per il Leeds. Keane si inserì in area, Haaland lo sbilanciò. Roy cadde male, si accovacciò sul prato. Stagione finita. Il vichingo infierì sul suo dolore: “Smettila di simulare”. Era l’inizio della fine. Perchè quell’aprile del 2001, il karma vestiva la maglia n.16 di Roy Keane, e non ebbe alcuna pietà di Haaland.
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11/03/2020 A 15:10

L'intervento che pose fine alla carriera del padre

A 5 minuti dalla fine, due placche di terreno che non avrebbero dovuto incontrarsi, impattarono. Un botto che silenziò lo stadio per qualche tremendo secondo. Lo avevano visto tutti. Roy Keane era entrato a gamba tesa sul ginocchio di Haaland, facendolo dimenare in aria. Non soddisfatto, il bullo irlandese gli restituiva le stesse torbide parole: ”Beccati questo stronzo. E non provare mai più a ghignarmi in faccia che sto simulando un infortunio“.
Fu espulso e multato, ma ormai aveva ottenuto ciò che voleva, lo scalpo del norvegese. Alfie rimase a terra un’eternità. Il freddo dei tacchetti gli si era conficcato nelle gambe, gli aveva fatto saltare i legamenti. Da quel giorno non riuscì più a giocare una partita completa; abbandonò il calcio giocato due anni dopo. I presenti si ricordano ancora delle sue grida di dolore. All’Old Trafford quel giorno l’erba era pesante, impregnata di lacrime. In quel rantolo di dolore cieco, di urla folli e prive di senso, i soccorsi riuscivano a distinguere solo un nome chiaro: Erling.

La nascita di un predestinato

Nacque dal riverbero di quell'urlo, nacque pochi mesi prima di quell’intervento che troncò la carriera del padre. Erling Braut Haaland ha speso l’infanzia a Bryne, cittadina della Norvegia. Un cerchio di casette in legno affacciate a uno dei tanti fiordi della penisola scandinava. Poco lontano dalla riva troviamo il piccolo stadio del Bryne, squadra nota per delle comparsate in Coppa Uefa durante gli anni ’80; non male per una cittadina di 15,000 abitanti. Ma quelli erano altri tempi; oggi il Bryne milita in terza divisione norvegese.
Lo stadio è un rettangolo di latta e ruggine. Le seggiole degli spalti sono state scrostate dall'attrito del tempo. Ma lì, ciò che importa è il campo verde al centro dell’impianto. A Bryne tutti ne sono certi, quell’erba ha un peso diverso. La palla vi scorre un po' più veloce. È stata calcata da Alfie prima, e da suo figlio Erling poi.
Se lo ricordano ancora, quando a 6 anni cominciò a calciare il pallone nell’impianto coperto; giocava in una squadra mista di maschi e femmine, era un bambino talmente gracile da perdersi nelle scollature della sua stessa divisa. Erling non si fermava mai, correva fino allo sfinimento, scommetteva sui suoi polmoni, su quel pugno d'aria che riuscivano a immagazzinare poco per volta. L’Haaland di Bryne era ancora un bambino, che ogni giorno ispezionava la porta del campetto con grande curiosità.
Prima o poi avrebbe decifrato il mistero di quella rete, prima o poi avrebbe imparato a trovarla anche ad occhi chiusi. Non smetteva di guardarla, misurava i passi che lo conducevano a lei. Una glaciale ossessione, comune solo ai predestinati. Nel 2017, il Molde decise di scommettere su di lui. L’ombra del padre lo accompagnava agli allenamenti, gli inculcava la mentalità monolitica del campione: lavorare per vincere, valorizzare la squadra.

Gli inizi al Molde di Solskjær

Ma gli inizi non furono facili. Durante il primo scampolo di stagione trovò la rete solo due volte in 14 presenze. Acerbo, debole. Ole Gunnar Solskjær (in quegli anni sulla panchina del Molde) lo allenava tutti i giorni, ma lo risparmiava durante le partite. Un fisico in pieno sviluppo aveva bisogno di essere protetto dagli infortuni, e Haaland cresceva d’altezza ogni giorno che passava. Ma il problema non era solo il suo fisico. Il problema risiedeva in quella porta, in quei due pali di gesso che non cambiavano mai d’altezza, al contrario di Erling.
Quel mistero infantile ancora irrisolto, sconosciuto. Suo padre, difensore grezzo, non poteva aiutarlo. Essere una punta significa appartenere a tutt’altra dimensione. Erling aguzzava la vista sempre di più verso i pali, cercava di scrutare un dettaglio che era convinto di essersi perso. Sbagliava occasioni a porta vuota durante i match di campionato, le sue lunghe gambe andavano fuorigiri, stonavano. Poi arrivò la vigilia della gara col Brann, squadra che al tempo era ancora imbattuta in campionato. In allenamento, Ole Gunnar continuava a fornirgli cross. Erling continuava a sbagliare.
Prima di quella gara, io e Solskjær ci eravamo allenati sulla finalizzazione. Non solo sui cross. Mi ha insegnato due regole facili. La prima riguardava il tocco. Non serviva cercare di spaccare la porta o il portiere ad ogni tiro. Quel giorno ho cercato di mettere in pratica quel consiglio, di tirare piano e preciso, ma non riuscivo comunque a segnare. Ma per lo meno a quel punto me lo ero messo in testa. La seconda cosa che mi ha insegnato è mantenere la calma e stare sempre allerta, in modo da farmi trovare pronto sui palloni giusti. Solo così si generano le occasioni per segnare.
Amareggiato dalle sue prestazioni precedenti, Haaland si era deciso a non esultare più, si sentiva in debito con la squadra e con sé stesso. Aveva bisogno di riscattarsi al più presto, e l'unico modo per farlo era ascoltare il suo allenatore.

Haaland: "Nella partita in cui ho segnato 4 gol non volevo esultare"

L'esplosione in soli 20 minuti

La lezione di Solskjær impiegò poco ad attecchire sotto la pelle del giovane Erling. Gli serviva solo un’occasione. Il giorno della partita contro il Brann, Haaland partì titolare. La partita si disputò a luglio, verso sera. In estate il sole norvegese tarda a calare, e le sere si tingono di un bagliore dorato (al contrario degli inverni).
Al campo, la luce impediva una visione nitida della porta. Haaland, ancora una volta, si sforzava di usare gli occhi per inquadrarla, ma niente. La sua famiglia era sugli spalti. Un calcio d’inizio che sapeva di capolinea. Erling chiuse gli occhi, accecato dal sole. Cominciò a sentire una nuova energia sotto i suoi piedi: l’erba aveva un peso diverso. Riusciva a muovere le gambe più veloce. Al quarto minuto un colpo di testa lo lanciò verso la porta. Haaland si separò come una scheggia dall’ombra del difensore, e con un tempismo perfetto allungò la gamba per anticipare il portiere. Lo aggirò con precisione millimetrica e insaccò a porta vuota.

Haaland, era un mostro già a 17 anni: poker di gol in appena 21' già ai tempi del Molde!

Nell’effervescenza di quei 5 secondi, Haaland aveva trovato la sua dimensione. Non serviva solo vedere la porta, bisognava percepirla. La dimensione di un bomber è tutta lì, in quel fragile interludio tra il vedere e il sentire, tra il pensare troppo e il non pensare affatto. Lo sguardo deve inquadrare la porta in una frazione di secondo e incontrarsi col piede nella maniera più fluida possibile. Significa essere freddi, precisi, incorruttibili. Significa abbracciare il caso e l’imprevedibilità del pallone, che specialmente in area impazzisce, prende traiettorie improbabili. Sentire il gioco del calcio, anziché osservarlo, permette di controllare anche il suo aspetto più caotico. In pochi minuti Haaland esplose definitivamente: 4 gol in 20 minuti. All’intervallo ricevette un messaggio da suo padre:
Ho ricevuto un messaggio durante la pausa della sfida contro il Brann. Era mio padre. Non l’ho letto durante l’intervallo, ma dopo la fine della partita. Il messaggio recitava: 'Grandioso, segna il quinto e il sesto!' E penso che questo sia l’esempio della mentalità che ha saputo insegnarmi, non essere mai soddisfatti. E se proprio devo essere onesto si, quattro gol sono tanti, ma credo che avrei potuto segnare di più in quel match.

Haaland: "Ricordo ancora quando mio padre mi scrisse durante la partita in cui segnai 4 gol..."

Il Brann era stato annientato in 20 minuti da un poker di un 17enne. Grazie a quella partita il Molde cominciò a marciare verso la vittoria del campionato, e Haaland verso la gloria. Una gloria fatta di exploit improvvisi, di triplette e poker capaci di demoralizzare qualsiasi difesa.
Ritengo quella partita uno dei più grandi successi della mia vita. Ho tenuto le maglie, le scarpe e il pallone nella casa di Bryne, e ogni volta che torno le vedo. Poi ci ripenso, e capisco quanto sia stata importante quella giornata. È stato uno spartiacque per la mia carriera. Una sorta di rampa di lancio. Dopo quella partita non mi sono più voltato indietro e ho sempre cercato di ricreare quei momenti in campo.

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Il fantasma dello United

A tutti piace pensare che questa sua capacità di incidere nel più breve arco di tempo possibile sia figlia di quell’altrettanto rapida serie di eventi, che in pochi secondi privò il padre di una carriera. Ci piace pensare che l’esplosività del figlio derivi da quel lontano urlo di terrore che fermò il padre, e che Erling riesca ancora a sentire quelle vibrazioni sotto i suoi piedi... sotto quell’erba che ha un peso diverso. Ci piace pensare che questo gigante con la faccia da bambino stia trasformando quell’energia dolorosa in musica, anziché vendetta. Sugli spalti di quella partita c’erano tutti, la sua famiglia e un osservatore del Manchester United:
Non avevo idea di chi ci fosse sugli spalti. Nell'intervista a fine partita ho sorriso tutto il tempo e sono riusciti a farmi dire : 'è stato bello giocare davanti a persone che mi osservavano', ma in verità non avevo capito molto.
Tra gli insegnamenti di Solskjær, ex-giocatore e attuale allenatore dei Red Devils, e l’osservatore presente sugli spalti di Bergen, il destino di Haaland sembrava scritto: passare al lato oscuro, lo stesso che aveva rovinato la carriera del padre Alfie. Ma le scelte di Erling sono state radicalmente diverse; forse perché suo padre non perdona ancora, forse perché gli Haaland hanno sempre saputo essere incontenibili in campo, e metodici fuori.
Per me il timing è importantissimo. Devi valutare quanto tu sia forte, quanto la squadra sia forte, le persone che ci lavorano, quanto si prenderanno cura di te, come ti aiuteranno a crescere… Ci sono un sacco di fattori, ricordo che al momento della scelta abbiamo ritenuto Salisburgo la soluzione ideale. E ho sempre pensato: Non posso sopravvalutarmi. Questa frase è sempre stata importante per me. Devo sempre essere consapevole che si, sono forte, ma ci sono un sacco di giocatori altrettanto forti là fuori. È molto importante per me, non pensare di essere più bravo di quello che sono veramente.
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Senza affrettare i tempi, Halaand è passato prima per Salisburgo, dove ha brindato all’esordio in Champions con una tripletta, poi in Germania, col Borussia Dortmund.
Oggi Haaland si trova di fronte una parete ripidissima, un muro giallo che farebbe tremare le gambe a chiunque. Chiude gli occhi. Sotto di sé sente ancora quel terreno leggero, lo stesso di Bryne e di Molde. Proprio vero, lì l'erba aveva un peso diverso. Da qualche tempo ha cominciato a celebrare i suoi gol sedendosi a gambe incrociate, da maestro zen. Il suo calcio sta tutto lì. Basta sentirlo. Tripletta all’esordio, titoli di giornale.
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