Da ventesima donna più influente al mondo in ambito sportivo nel 2018 secondo Forbes, UNESCO Champion for Girls and Women’s Education nonché Ambasciatrice delle Nazioni Unite la 33enne calciatrice afgana naturalizzata danese Nadia Nadim non poteva esimersi dal far sentire la sua voce circa le critiche condizioni in cui versa il suo Paese d’origine:
"È straziante. Dopo vent'anni che tentiamo di uscire da tutta quella mer... che è successa, ora siamo punto a capo. È sconvolgente". Aveva dichiarato un paio di giorni fa da Louisville, Kentucky, dove la stella del calcio femminile ha da poco trasferito i suoi talenti. Nadia Nadim, al pari del capitano della Nazionale afgana di pallacanestro in carrozzina Nilofar Bayat, di motivi per detestare i talebani ne avrebbe svariati, a cominciare dal più ovvio.
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17/08/2021 A 15:53
Sì, perché l’incredibile viaggio di Nadia – raccontato di suo pugno a The Players’ Tribune – comincia nel 2000, dalla sua città natale di Herat, Afghanistan occidentale: dopo l’efferata esecuzione del padre Rabani Khan, generale dell’Afghan National Army, per mano dei talebani mamma Hamida vende tutti i possedimenti di famiglia per scappare assieme ai cinque figli dal Paese martoriato dal violento regime. Più che un viaggio quella della famiglia Nadim è un romanzo picaresco:
"Avevamo programmato di rifugiarci a Londra, dove avevamo alcuni parenti, e una volta ottenuto i passaporti falsi in qualche modo siamo arrivati in Italia, a Milano, via Pakistan. Dopo aver soggiornato in un appartamento fatiscente e viaggiato per qualche giorno sul retro di un camion direzione Londra, scendiamo, aspettandoci di vedere il Big Ben. E invece c'erano solo distese d'alberi. Dopo qualche ora mia mamma trova un anziano signore che porta a spasso il suo cane. Gli chiede: "Esattamente dove siamo?" Si sente rispondere: "A Rander!". Scoprimmo di non trovarci a Londra, ma in una piccola città della Danimarca!"
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Da papà Rabani Nadia ha ereditato una straordinaria propensione per l’attività sportiva, così una volta accolta dalla Danimarca riesce a farsi strada: dal campo di rifugiati nei pressi di Aalborg ai vertici del calcio scandinavo, la sua è una scalata vertiginosa. È ribelle, rifiuta di omologarsi alle altre calciatrici e di riprodurre pedissequamente in campo le direttive degli allenatori, ma con un talento così è impossibile non sfondare. Diventa un punto fermo della Nazionale danese e nel corso di una luminosa carriera veste le maglie numero 10 di Manchester City e PSG: con il club parigino si aggiudica il campionato 2020/2021 mettendo a referto 10 gol. È una “Zlatan” danese e per tecnica individuale e posture non fa nulla per ripudiare l’illustre paragone: con lei in campo lo spettacolo è assicurato, nel bene... E qualche volta anche nel male!
Nel suo lungo pezzo per Players’ Tribune risaltano due passaggi in particolare, rivelatori della condizione di rifugiato, di persona sradicata dalla propria terra. Parole non banali, spie di una lucidità rara:
“È difficile da spiegare, ma fondamentalmente da straniero sarai sempre visto e percepito come un estraneo. E penso che si applichi a molti rifugiati. Se le persone possono scegliere tra un loro simile e qualcuno che viene da un'area diversa e che ha un aspetto diverso o ha un cognome diverso dal loro, sceglieranno quello che conoscono. È una sensazione che ho provato per la maggior parte della mia vita fuori dall’Afghanistan.”
“Alcune persone si chiedono perché tutti questi rifugiati stiano arrivando nel loro paese. Diciamolo chiaro: NESSUNO lascerebbe volontariamente la propria casa - le proprie case, i propri amici, i propri cari - per andare in un posto dove potrebbe non essere nemmeno accettato. Chi lo farebbe volontariamente?! NESSUNO! Sono costretti a farlo. Alcuni stanno letteralmente scappando dalla GUERRA. Alcune persone diranno: "Sì, ma perché non restano e combattono?" Se affermano questo, non si sono mai trovate in alcun pericolo reale. Ricordate quando è scoppiato il COVID-19 e tutti correvano al supermercato per comprare la carta igienica come se il mondo stesse per finire? Probabilmente è come lo 0,0001% del pericolo che alcuni di questi rifugiati hanno attraversato.”
Nadia Nadim dalla sua nuova dimora di Louisville - dove è ormai dedita alla causa della risalita della classifica di NWSL del suo Racing FC in attesa di completare gli studi in Medicina - segue senza soluzione di continuità l’evolversi dalla presa del potere dei talebani nel suo Paese d’origine e, ogni qual volta incalzata dai media americani, non lesina dichiarazioni coraggiose e risolute sfoderando lo sguardo di chi ne ha passate troppe per sperimentare sensazioni vagamente accostabili alla paura.

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