Adesso che la Juventus è precipitata a 10 punti dall’Inter, a 6 dal Milan ed è stata raggiunta al terzo posto dall’Atalanta, al lordo del recupero marzolino con il Napoli, non posso non riesumare dall’archivio la griglia del 18 settembre scorso. Così raccontavo la Juventus, piazzata in pole: "Da Sarri a Pirlo. Da Pjanic ad Arthur. Da Higuain a chi: Suarez il promosso o Dzeko il promesso? Dipendesse dal sottoscritto: il bosniaco. Cristiano fisso in area, mai. Dybala frigge. E su Kulusevski, un plebiscito: vedrete che roba. E allora? Chiellini, la difesa a tre, il motore da rinfrescare, la solita ossessione Champions. Più un architetto, in panchina, che dovrà insegnare come affrontare i problemi, lui che era abituato a risolverli. Tanti dubbi. Eppure la lascio dov’era: in pole. Per ora".
E così parlavo dell’Inter, subito dietro: "La scalata di Barella, il secondo posto e la finale di Europa League: aspettando le filippiche di Conte, si riparte da qui. Hakimi velocizza le fasce, Lukaku e Lautaro non si discutono. Con Vidal e Kanté nel mirino e una rosa potenzialmente esplosiva (Eriksen, Nainggolan, Perisic, Kolarov): da scudetto, questa volta. E alibi, zero".
Serie A
Verona-Juventus 1-1, pagelle: Barak top, Ronaldo trascinatore
27/02/2021 A 22:56
Verona-Juventus 1-1, pagelle: Barak top, Ronaldo trascinatore
Decidano i lettori. Di sicuro, dopo il pareggio di Verona, a Torino faranno bene a guardarsi alle spalle. La Dea è lì; Roma, Napoli e Lazio incalzano. Sembra un’eresia, se riferita alla tiranna dei nove titoli, ma far finta di niente potrebbe costituire un atto di arroganza. Se non, addirittura, suicida.

Wojeciech Szczesny Hellas - Juventus

Credit Foto Getty Images

Il mercato, confuso, non ha aiutato. Specialmente a centrocampo. Gli acquisti di Federico Chiesa (1997), Weston McKennie (1998) e Dejan Kulusevski (2000) facevano immaginare una transizione soft, nella speranza di continuare il ciclo comunque, anche con un "pivello" al timone, mossa resa ancora più rischiosa dall’emergenza della pandemia che, in pratica, azzerava il tirocinio estivo. Il "guardiolismo" di Andrea Pirlo, terzo allenatore in tre anni, è affiorato qua e là. Non penso che sia l’unico responsabile; ma se lo fosse, "meglio": basterebbe cambiarlo. Non escludo di aver sopravvalutato la rosa, considerando vinte, o vincibili, le numerose scommesse in palio (Aaron Ramsey, Adrien Rabiot, Arthur, tanto per rendere l’idea). C’è stato un momento in cui i gol di McKennie e Chiesa avevano illuso che Cristiano Ronaldo non fosse poi così padrone e predone. Sarebbe stata la lampada di Aladino. Contrordine: o il marziano o nessuno.
Non sono mancati i bagliori, è mancata la continuità. Gli infortuni capitano a tutti, alla Juventus sono capitati tutti o quasi nello snodo cruciale della stagione, e fra Champions in classifica e Champions sul campo non sarà facile barcamenarsi. La differenza con l’Inter si può riassumere in un confronto, uno solo. Non quello fra Cristiano e Romelu Lukaku, entrambi in linea con i rispettivi piani di volo, 19 gol a 18. L’altro, fra Lau-toro Martinez e Paulo Dybala: 13 gol a 2. Un anno fa, ai tempi di Maurizio Sarri, l’Omarino ne realizzò 11 e venne eletto «Mvp», most valuable player, dalla Lega.
La Juventus ha conquistato la Supercoppa, è finalista in Coppa Italia e, per approdare ai quarti di Champions, dovrà rimontare l’1-2 di Porto. In campionato, però, i risultati scarseggiano. E i risultati, nella società che ha scelto la fabbrica come manifesto, non sono il sale della vita, sono la vita.
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