José Mourinho rappresenta un’arma di distrazione di massa. Si porta dietro i muscoli della storia e le cicatrici della cronaca. Non si discute il passato, dalla Champions del Porto ai fasti del Chelsea, dal triplete dell’Inter al Cristianesimo del Real. E’ il presente che inquieta: esonerato dal Manchester United, cacciato dal Tottenham. A 58 anni, il vate di Setubal è una "bomba" che la famiglia Friedkin ha deciso di lanciare sugli obiettivi (di svolta, di rinascita) nella speranza che non le scoppi in mano.

Come cambia la Roma con José Mourinho

Daje Roma!

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Ha firmato per tre stagioni, da "Non sono pirla" di Appiano a "Daje, Roma" del battesimo c’è tutta la sua filosofia, un po’ ruffiana e drasticamente aziendale. Succederà, da giugno, a un altro portoghese, Paulo Fonseca, la malinconia del fado innalzata a dignità. Non bastava una mossa. Serviva una scossa. I padroni americani hanno spiazzato tutti. Noi, a parlare di Maurizio Sarri; loro, in silenzio, a trescare con il pupillo di Jorge Mendes. L’enormità dell’operazione riecheggia l’avvento di Cristiano Ronaldo, nell’estate del 2018. Andrea Agnelli ne fece una sfida tecnica e mediatica. Con questa differenza: Cierre, alla Juventus, partiva da sette scudetti (e avrebbe dovuto garantire, più o meno, la Champions); José, alla Roma, parte da un settimo posto (e dovrà garantire, al massimo, la zona Champions). Mica fesso.

Mourinho, compensi da Special One

Credit Foto Eurosport

Roma è città fin troppo aperta, le sparatorie delle radio sono western brulli, con i verdetti a indirizzare le pallottole. Il calcio di Mourinho non è mai stato un inno all’estetica ma sempre, almeno ai tempi belli, un modello di efficacia. José è un moltiplicatore di tirature, sa allenare i giornalisti prima ancora dei giocatori, e più che alla scienza infusa di Pep Guardiola rimanda agli alambicchi tattici di un Cagliostro in bilico perenne tra l’immagine e la classifica, l’invettiva e la direttiva.

Zaniolo e burrasche

Resta ostaggio, come tutti, del mercato che gli faranno. Riavrà Nicolò Zaniolo, potrà contare sul nome che si è fatto e che le burrasche, evidentemente, non hanno speronato. Le manette interiste e i discorsi della montagna (celebre, quello degli "zero tituli" che coinvolgeva addirittura la Roma) già eccitano l’orgoglio spolpato dei tifosi. Il problema, se mai, è la sindrome del marziano di Ennio Flaiano. A villa Borghese atterrò un alieno: tutta Roma gli si gettò ai piedi, rapita, felice, gaudente. Le mamme con i pargoli, i nonni con le badanti, i nerd con i libroni sotto braccio. Piano piano, l’interesse scemò fino al giorno in cui non se lo filò più nessuno. Ecco: ci siamo capiti. Se mai non arrivassero i risultati.

Mourinho e Messi

Credit Foto Imago

Il mio Mourinho

Di Mourinho rammento un pomeriggio nel ventre del Camp Nou. Era il 27 aprile 2010, vigilia di Barcellona-Inter, semifinali di Champions. All’andata, 3-1 per l’Inter. Urgeva l’effetto caspita. Non dovemmo spremerci, ce lo diede lui, a braccio: "La coppa? Per noi è un sogno, per loro un’ossessione". Sapete come andò a finire. La sera dopo e, soprattutto, la notte del 22 maggio al Bernabeu, contro il Bayern. "Cos’è" José? Un leader che, rovesciando la dottrina di Marcelo Bielsa, ha bisogno di vincere per essere amato e non di essere amato per vincere.

Mourinho torna in Italia, ma cosa succedeva nel 2010?

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