Sei punti. Una sola vittoria. Ultimi in classifica. Mai così male nella storia della Champions League. L’Inter di Antonio Conte esce con le ossa rotte dai gironi della massima competizione europea di questa stagione, col morale sotto gli pneumatici, e la sensazione che ora manchi veramente poco per far deflagrare il tutto. Ne esce ridimensionato il Conte allenatore, all’ennesimo fallimento europeo (5 partecipazioni, 3 eliminazioni nei gironi, 1 agli ottavi e 1 ai quarti), ma ne esce malissimo soprattutto il Conte comunicatore che nel dopo partita con lo Shakhtar va in perenne difficoltà di fronte alle domande dei giornalisti (o addetti ai lavori come Fabio Capello a Sky), perde calma ed educazione, e si allontana sempre di più dai principi cardini tanto cari al mondo nerazzurro. Perdere sì, ma con onore ed educazione.

Calciomercato
Inter, c'è Simone Inzaghi per il dopo Conte
10/12/2020 A 08:15

Piano B, limiti tattici, cambi ed Eriksen

Chi conosce Conte racconta di un uomo aggrappato visceralmente alla vittoria, che non accetta la sconfitta, e soffre tremendamente. Nella vita bisogna anche evolversi, non solo tatticamente, ma anche a livello di comunicazione. Il Conte andato in scena nel post Shakhtar è lontano parente di quello che ci si aspetta da un allenatore chiamato per riportare mentalità vincente e pagato 1 milione di euro al mese. Capello nel ricordargli se avesse un piano B ha provocato l’allenatore, che si è rifugiato in un “mica lo svelo qui altrimenti ci parano anche quello”, ancorato in maniera feroce a quel dogma del 3-5-2 che non ha mai abbandonato in carriera. Ma più che problema di numeri o uomini, la differenza è che l’Inter in questo anno abbondante di Conte si riscopre fragile e inefficace sempre quando deve far gioco, quando non basta palla alla boa Lukaku a spizzare per gli inserimenti degli altri, o palla larga per l’inserimento di Barella aspettando l’inserimento di Hakimi.

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Poi ci sono le variabili Bastoni largo a sinistra per crossare campanili in area, o Sanchez trequartista a spizzare il taglio di Hakimi dietro le spalle dei difensori. Punto. Fine. Spesso va bene, ma non può sempre bastare. Soprattutto in Europa dove una caratteristica essenziale per vincere è la qualità. Senza qualità, in Europa non si avanza. Lo dice la storia. Non noi giornalisti. Eriksen, non vuole questa essere una crociata pro Erisken e contro Conte, vista anche l’ecatombe a centrocampo avrebbe forse meritato più considerazione, e più tempo, e più fiducia. Proprio per dar fiato alla qualità. Invece è arrivato a questa sfida da ultimo della classe, con manciate di minuti punitive, e chiamato a togliere le castagne dal fuoco in soli 10 minuti. Evolversi dicevamo, Conte non ci è riuscito tatticamente. Per ora. Ed Eriksen ne è la prova più evidente.

Tutti contro, ma anche no

Mourinho nella Milano nerazzurra ci ha costruito una carriera. “Il rumore dei nemici”, manette, sistema, tutti contro di noi. Ma lì c’era un ambiente compatto, già vincente e rodato da anni manciniani, e un lavoro mediatico meticoloso da parte dello Special One, un maestro in questo. Conte sta cercando di replicare una strategia simile (“gli arbitri e il VAR non ci hanno favorito, anzi”), ma l’effetto è esattamente l’opposto. Il tifoso interista non sopporta il vittimismo fine a se stesso, soprattutto quando la squadra merita sconfitte ed eliminazione in maniera netta e obiettiva. Sfortuna? Certo, molta. Ma fare zero gol e due pareggi con questo Shakhtar, arrivare ultimi in un girone col modesto Borussia e uno dei Real meno attrezzati degli ultimi anni, è stata solamente colpa della squadra. E del tecnico. Per questo l’ambiente interista è andato in ebollizione nell’ascoltare le spiegazioni di Conte. Cosa avrebbe dovuto fare? Chiedere scusa, ammettere colpe, e promettere il doppio dell’impegno per vincere lo Scudetto. Punto. Il resto ha solo aggiunto benzina su un fuoco che rischia di mandare in cenere il lavoro di questo anno e mezzo. Senza se e senza ma.

Ora lo Scudetto: ma basterà?

E ora, con buona pace di scaramanzia e di quello che verrà detto, Conte non può più fallire. E’ stato chiamato a ridare mentalità vincente alla squadra – missione fallita in Champions due volte su due – e lo Scudetto non può che essere l’unica via per ricucire le ferite col popolo interista e provare poi a costruire ancora qualcosa di vincente nella terza stagione. Oppure potrebbe anche essere un modo per salutare in bellezza un mondo che a fatica lo ha accettato per i trascorsi bianconeri ma che ora sta mostrando i primi chiari segnali di insofferenza. L'idiosincrasia col popolo interista è ormai evidente. E a molti ha ricordato Lippi e la sua disastrosa esperienza a Milano. E San Siro è ancora vuoto, e non può sfogarsi altrimenti il rapporto sarebbe già arrivato ai minimi storici. Non vincere lo Scudetto sarebbe il secondo grande fallimento di Conte nella sua avventura interista, e quasi sicuramente anche la fine della sua storia a Milano. Basterà l’eventuale tricolore a far pace col romantico ed esigente popolo interista? Probabilmente no.

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