Per dare la dimensione della ‘bordata’ a livello comunicativo basta porsi una domanda: ricordate l’ultimo titolo dei colleghi di Tuttosport che andasse “contro” qualcosa che provenisse da casa Juventus? Ecco, questa mattina, persino il quotidiano torinese, da sempre orientato dalla parte delle faccende bianconere, si poneva la domanda: “Agnelli, ma cosa dici?”.
Una reazione comune che si è aggiunta a quelle d’istinto, di getto, scatenate dalle parole del presidente della Juventus, che chiedendosi se fosse giusto o meno che una squadra senza blasone internazionale fosse premiata con la massima competizione per club dopo una singola stagione di exploit, scoperchiava il vaso di pandora della rapida indignazione da social.
Champions League
Agnelli: "Rispetto l'Atalanta, ma è giusto che sia in Champions League?"
05/03/2020 ALLE 15:38
https://i.eurosport.com/2020/03/06/2789998.png
Fin troppo semplice, nella contemporaneità delle dita rapide e del clic facile, scagliarsi senza nemmeno aver tentato di comprendere il punto di vista. Il problema però, per Andrea Agnelli, è che anche provandoci, anche lasciando sedimentare 24 ore il pensiero, anche non ragionando d’impulso e scagliandosi senza aver almeno provato a comprendere, noi un senso all’idea di futuro del presidente della Juventus proprio non l’abbiamo trovato.

Il presidente della Juventus Andrea Agnelli

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E non è una questione di comprensione del concetto di fondo; quella di Agnelli infatti non è un’idea nuova né tantomeno una presa di posizione recente. Che il presidente della Juventus sia uno dei principali sostenitori di una Superlega europea è un concetto chiaro da tempo; così come il fatto che il business e persino i risultati sportivi recenti, con le 16 squadre agli ottavi di Champions provenienti dai 5 principali campionati europei, siano una prova concreta alla sostenibilità della tesi di un “campionato tra i più forti”.
Ciò che sorprende però nella convinzione di questi grandi manager alla ricerca continua del massimo profitto, è il totale accantonamento di un principio fondamentale del pallone: il romanticismo. Nella ricerca continua dell’aumento del fatturato, della massimizzazione del profitto, del soldo come unica religione per squadre di calcio che tali non si possono più definire essendosi trasformate in aziende a tutto tondo, quello che i super manager come Andrea Agnelli continuano a dimenticare è lo spirito romantico della faccenda. E’ dal romanticismo che nasce la passione; ed è sulla passione che poi lo stesso club può permettersi di costruire il cliente fedele, quello che nonostante tutto, sul lunghissimo periodo, la società dovrebbe preferire. Ed è sorprendente come questo venga spesso dimenticato. Il calcio senza tifosi è nulla (e lo proveremo sulla nostra pelle, a queste latitudini, nelle prossime settimane). Il calcio senza favole da raccontare perde la sua magia, il suo senso più puro.

Atalanta in UEFA Champions League

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Per intenderci: è l’Atalanta a far bene alla Champions League ancor più di quanto la Champions League non faccia bene all’Atalanta. E’ il Leicester City campione di cui ancora si parlerà tra trent’anni piuttosto che i titoli di Roman Abramovich in Premier League. E’ il semplice concetto di fondo che non solo tiene vivo lo sport, ma che come tale deve essere preservato se ne si vuole garantirne la sopravvivenza in un futuro destinato a essere privo di quella base solida che il pallone aveva fin qui sempre avuto: vedere per credere, infatti, la frammentarietà delle nuove e iperconnesse generazioni, la cui disponibilità di discipline e modalità per essere intrattenuta è pressoché infinita, altro che lo zoccolo duro della generazione 90° Minuto alle 18:00 su Rai1 o Match of The Day sulla BBC.

Lo spettacolo dei 3000 tifosi dell'Atalanta in trasferta a Manchester per la sfida di Champions League contro il City

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E allora viva l’Atalanta, viva il Leicester, viva il fatto che tutto non sia scontato e monotono; viva la possibilità che di tanto in tanto Davide possa battere Golia, a discapito della continuità a bilancio dei giganti d’Europa. Perché il senso è davvero tutto qui e perché la risposta alla domanda che si poneva Agnelli è in fondo semplicissima: è giusto che l’Atalanta sia in Champions?
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Sì perché se l’è conquistata sul campo.
Sì perché è comunque frutto di un processo di crescita aziendale tutt’altro che casuale.
Sì perché la sta giocando assai meglio della stessa Juventus di Agnelli.
Sì perché fa bene al calcio.
Ma sì, soprattutto perché, “gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili”.
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