dall’inviato a Kharkiv - In una città sospesa a metà tra occidente e oriente, dove ogni singolo angolo di architettura e stile di vita evidenzia indelebilmente una cultura decisamente più legata a Mosca che a Bruxelles, le influenze culturali occidentali sono da ricercare più che altro nei dettagli delle cose. I miti dell’occidente finiscono così nei sottoscala delle enormi vie di stampo sovietico, dove nascono microbirrifici indipendenti – lì sì come se davvero fosse Berlino – le cui citazioni si rifanno ai miti americani dell’hip pop. E’ così che in un gelido pomeriggio in cui l’oscurità è già lì dopo pranzo, che puoi ritrovare a scaldarsi qualche tifoso dell’Atalanta. Sorseggiando American Pale Ale il cui nome sul bicchiere dice Straight Outta Kharkiv. E non puoi evitare di ripensarci qualche ora dopo, quando la più ambiziosa delle squadre – esattamente come fece la crew di Dr. Dre nella Los Angeles dei primi anni ’90 di Straight Outta Compton – ha rivoluzionato la sua storia un po’ come quel gruppo di ragazzi lo fece con la scena hip hop.
Già, è in una gelida notte di metà dicembre dispersa nella più profonda provincia della campagna ucraina che l’Atalanta ha cambiato definitivamente status: da bella favola a incredibile realtà del calcio europeo. E margine di dubbio, dopo aver raggiunto l’elite delle 16 d’Europa, non ne è rimasto più davvero per nessuno. Da Manchester a Kharkiv, in poco più di un mese, la Dea è riuscita laddove in pochi avrebbero ritenuto possibile: qualificarsi dopo aver perso le prime 3 partite. Un’impresa mai riuscita a nessuno (se non al Newcastle, che però con la vecchia formula passò dal primo al secondo girone di qualificazione), e che ha lasciato Gian Piero Gasperini in brodo di giuggiole in conferenza stampa. Sì perché è senza dubbio l’allenatore dei bergamaschi il Dr. Dre di questa storia, il genio visionario in grado di trasformare l’idea in sostanza, il sogno in realtà, la visione in opera concreta. L’Atalanta è riuscita con un cammino unico nel suo genere a venir fuori dal ghetto della provincia per sfondare sui salotti d’Europa. E quella di Kharkiv ne è stata la più straordinaria opera di legittimazione del processo.
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La gioia incontenibile dei giocatori dell'Atalanta

Credit Foto Getty Images

La Dea infatti si è presentata qui con le spalle al muro: obbligata ai 3 punti e senza alcuni dei suoi uomini chiave: Toloi in difesa, Ilicic dietro le punte, Zapata là davanti. Eppure ha saputo interpretare il suo ruolo. Nella profondità della rosa – ma si badi bene, non enormità – l’Atalanta è riuscita a trovare quella forza che solo le grandi sanno avere. Manca uno? Non c’è problema, entra un altro. E lo spartito musicale non cambia. Il rap fila via pulito. La musica incanta. Il pubblico applaude. Lo show può proseguire. Un concetto tutt’altro che di semplice costruzione nella bulimia del calcio contemporaneo, dove si fagocitano tecnici, idee, milioni. Una specie di utopia che ancora oggi vediamo inseguire a giganti multimiliardari d’Europa o squadre di enorme blasone – due su tutte Manchester United e Milan ad esempio – ma che solo la mano sapiente di un leader, ben coadiuvato da un portafogli sì gonfio ma non certo sterminato (come quello di Percassi), ha contraddistinto in quella che semplicemente, appunto, è diventata una realtà tanto invidiata quanto palese.
Sarà per questa ragione che Gian Piero Gasperini non ha preferenze adesso. A chi gli chiede dove vorrebbe finire agli ottavi, il tecnico dei bergamaschi non risponde, si fa una risata all’elenco dei nomi delle papabili e lascia che gli stessi cronisti fantastichino. Consapevole che la sua crew, come quella del Dre, ce l’ha fatta e che adesso sa di poter stare su qualsiasi palcoscenico. Straight Outta Kharkiv, appunto. Chissà se anche a Bergamo, a qualcuno, non venga voglia adesso di farci il brand di una birra.
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