Riecco la Champions. La "vera" Champions. Ottavi di finale, gare di andata. Gli schiaffi dell’eliminazione diretta, non più le carezze della fase a gironi. Mercoledì tocca alla Juventus. Riparte da Porto, ostacolo e meta che il 14 dicembre, all’atto del sorteggio, vennero celebrati con un "fiuuu" allegriano di moderato sibilo, vista la ola che aveva accompagnato, l’anno precedente, la pesca del Lione; e visto, soprattutto, come finì.
Il Porto, allenato da Sergio Conceiçao, ha raccolto il quarto pareggio di fila (da 0-2 a 2-2 con il Boavista e il gol del 3-2, propiziato dal figlio del mister, Francisco, siglato da Evanilson e cancellato dal Var per mani-comio) ed è secondo in campionato, a 7 punti dallo Sporting. La Juventus, in compenso, ha perso a Napoli ed è scivolata al quarto posto. Una brutta sconfitta, in linea con le montagne russe del calcio pandemico e, più nel dettaglio, con gli alti e bassi di una squadra che fatica a domare le emergenze, a governare le esigenze. A turno, capita a tutti.
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C'è sconfitta e sconfitta

Se a San Siro con l’Inter, il 17 gennaio, fu una resa, al Maradona è stata un’occasione buttata, sintesi di due partite in una: la prima, sorda e grigia; la seconda, di totale dominio. Che i Gattusiani non abbiano mai tirato in porta, rigore di Lorenzo Insigne a parte, ribadisce la solidità della fase difensiva ma resta un’aggravante, non un’attenuante. Perdere da un rivale decimato e disarmato, senza per giunta costringere il suo portiere, Alex Meret, a balzi leggendari, non è una medaglia di cui andare fieri. A maggior ragione, se a commettere la «fotta» del penalty non è un bamboccio di fragili costumi ma, addirittura, Giorgio Chiellini, 37 anni ad agosto. Un chirurgo d’area.
E così Andrea Pirlo è sempre lì, sulla sponda di un fiume che non riesce a guadare, nemmeno quando l’approdo sembra a portata di calendario. Il distacco dall’Inter e l’anomalia del momento lo costringono a marcare tutto il fronte, dalla Champions in campo alla zona Champions. Il Porto applica un 4-3-3 ad assetto e centrali variabili: anche tre, come contro il Manchester City, se servono. Occhio a Jesus Corona, esterno destro, Messico (di culla, di dribbling) e nuvole (sotto porta). E dietro, a quel vecchio tronco di Pepe. Raccomando poi Sergio Oliveira, mediano dal gran tiro, e Moussa Marega, franco-maliano, traliccio d’attacco.

Cristiano Ronaldo (R)

Credit Foto Getty Images

Quale Juventus?

Quale Juventus? Senza Arthur e Juan Cuadrado, con Paulo Dybala e Aaron Ramsey in bilico. Per scuotere Cristiano Ronaldo, ci si aggrappa alla fame da derby. Zitti zitti, si sta tornando all'antico: se non segna lui, che però segna meno, non segna nessuno. E comunque: sua la doppietta all’Inter in coppa, suo il gol che ha aperto la Roma. A Napoli, se non altro, hanno tirato «persino» Alvaro Morata - scuola Real, attratto dai safari europei - e Federico Chiesa.
Insomma, è una Juventus che va a sprazzi e deve far fronte a un centrocampo che, fin dal cantiere di agosto, continua a rappresentare il cuore del problema. I portoghesi sono serpenti che hanno messo l’elmetto. Si mimetizzano, mordono. La difesa scricchiola: va stanata. Ci vuole una Juventus di personalità.
Per commentare o fare domande potete inviare una mail a roberto.beccantini@fastwebnet.it o visitare il blog di Roberto Beccantini http://www.beckisback.it.

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