Era il 10 luglio del 2018 quando Jorge Mendes annunciava al mondo intero che Cristiano Ronaldo era un nuovo giocatore della Juventus. Il portoghese arrivava in Italia come il regalo di compleanno che Andrea Agnelli, come un bambino ai suoi genitori, aveva chiesto a Paratici e Marotta (riluttante) per vincere l’unica cosa che lo poteva mettere sullo stesso pianeta del papà e dello zio: la Champions League. Un progetto ambizioso - quasi pazzo - che è tristemente naufragato all’alba del 10 marzo 2021.
Vogliamo esprimere la massima soddisfazione e felicità per Cristiano e la sua scelta di andare alla Juventus. Cristiano è molto felice di poter giocare per uno dei club più importanti del mondo. (Jorge Mendes)
L'eliminazione contro il Porto di Sergio Conceicao, subita dopo 210 minuti di agonia, ha gettato un autentico meteorite sul progetto Grande-Slam del presidente bianconero. Nei tre anni di permanenza a Torino, la Juve europea di Cristiano Ronaldo è stata schiaffeggiata da Ajax, Lione e Porto. Tre eliminazioni lontane anni-luce rispetto a quelle subite da Real Madrid (2017-18) e Bayern Monaco (2015-16). "Cronaca di una morte annunciata", avrebbe detto Gabriel Garcia Marquez.
Champions League
Juventus e la "maledizione Champions": 25 anni di delusioni
10/03/2021 A 11:52
  • Le eliminazioni della Juve di Ronaldo
Annata Avversario e risultato
2018-19Vs Ajax 2-3
2019-20Vs Lione 2-2
2020-21Vs Porto 4-4

Domande esistenziali

Con una stagione che - oltre alla corsa scudetto ben diretta verso Milano - ha ben poco da raccontare, per la Juve è di nuovo il tempo delle analisi e delle riflessioni. Cosa deve fare la società con Cristiano Ronaldo? Occorre rispettare l’ultimo anno di contratto? Sarebbe meglio venderlo? Il suo investimento è stato un buco nell’acqua?
Quando la Juventus riuscì a comprare il portoghese, fu opinione diffusa che i bianconeri avessero completato il colpo del secolo. In 7 anni di processo, arrivati dopo due stagioni infami, il club torinese era riuscito a firmare uno dei campioni più epocali di sempre giocandosi una sorta di all-in che doveva completare il ciclo iniziato con Antonio Conte. L’accentratore di risultati per colmare la distanza dalla Champions (già sfuggita due volte).
Tre progetti tecnici e tre allenatori dopo, si può dire con estrema lucidità che la missione-Ronaldo ha fatto una bruttissima fine. Sotto i colpi di una squadra che, oltre a 2/3 individualità di spicco, non aveva granché da chiedere agli ottavi di Champions, il campione portoghese si è squagliato come il vostro gelato in agosto. In tre anni piemontesi, le partite che la Juve (targata Portogallo) ha giocato ad un livello superiore alla media si possono contare sulle dita di due mani - aka molto poche. Non si è mai vista continuità, non si è mai visto un gioco europeo (quello che, per esempio, pratica l’Atalanta) e non si è mai visto sviluppo. La Juventus è stata il meme di granpa Simpson che entra, fa un giro su sé stessa, ed esce.

Ronaldo davanti e dietro tutti quanti

Prima citiamo i numeri, e poi ragioniamo. In 121 partite con il club, Ronaldo ha segnato 92 gol. Quella che terminerà a giugno sarà la sua dodicesima stagione sopra i 30 gol e in Champions League, dagli ottavi in poi, solo Chiesa e Rabiot hanno saputo interrompere l’egemonia delle 7 reti consecutive a firma dos Santos Aveiro.
È abbastanza palese che intorno al fenomeno portoghese sia mancato il contesto. Nel corso degli anni, Cristiano Ronaldo è diventato un giocatore sempre meno autosufficiente e sempre più bisognoso d’aiuto. La leggenda che vincesse le partite da solo è, appunto, una leggenda. E vi basta prendere il suo primo anno sabaudo per scoprirlo. Nella partita-manifesto della sua mentalità europea contro l’Atletico Madrid, Ronaldo ha recitato il ruolo di finalizzatore in un collettivo che sapeva girare a mille.
Dov’è finita quella squadra ora? Chiellini e Bonucci sono invecchiati, Spinazzola, Cancelo e Kean sono stati venduti per necessità (creata, appunto, da Ronaldo), Emre Can è andato in Germania, Khedira è invecchiato (e poi venduto), Pjanic è stato scambiato con Arthur e Douglas Costa è tornato al Bayern. Marcello Lippi diceva spesso che la forza della sua prima Juve si condensava in due aspetti: lo "zoccolo duro" - una serie di giocatori immuni alle correnti del mercato - e una campagna acquisti, fatta in concerto con la dirigenza, illuminata da intelligenza ed equilibrio.
L’operazione Cristiano Ronaldo è riuscita ad uccidere quel modo di ragionare. Dagli arrivi a parametro zero fino ai grandi revival degni dei film per arrivare alla scelta di Pirlo, Paratici si è ritrovato una patata bollente e non ha saputo a chi passarla. Lui, uomo di campo, scout di ottimo livello, costretto a fare i conti con delle cifre troppo brutte per essere vere, ha maneggiato un mercato condizionato dalle cifre del portoghese e ne è uscito pazzo.

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Dalle parole al campo

"Agnelli mi ha detto che il progetto è appena iniziato", ha detto Andrea Pirlo a fine partita, frastornato da una situazione che non ha ancora imparato a governare. Per quanto queste parole possano essere "di circostanza", l’ex giocatore del Milan è stata una scelta del presidente bianconero - che lo ha promosso capo-allenatore licenziando un campione d’Italia - e sono convinto che, fino alla fine, si procederà con questo progetto.
Il problema è un altro. Qual è il progetto? Per ora, nonostante qualche sprazzo qua e là, si è visto veramente poco di quella maxi dose di "entusiasmo" che AA aveva promesso annunciando il Pirlo-allenatore. Tra il dna del "vincere a tutti i costi" e un calcio che sta portando il proprio essere verso un livello cerebrale mai toccato, i bianconeri sono vittime di quell’estate del 2018. Il progetto-Ronaldo doveva consacrare la squadra. Oggi possiamo dire che l’ha affossata. Della Juventus sana, padrona dello scouting, paziente e progressiva, ora ci sono solo le macerie. Rovine ben visibili già contro il Lione, ma che campeggiano a Torino dalla passeggiata di salute dei lancieri di Ten Hag.

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Ronaldo dà, Ronaldo toglie

Ritornando a parlare di quello che è successo ieri sera, la prestazione offerta da Ronaldo è stata il ritratto dell'insufficienza scolastica fatta a giocatore. Indisponente, inconcludente e padrone di una squadra che non lo segue più. I vari Chiesa, McKennie, de Ligt, Cuadrado - per citare alcuni dei più luccicanti testimonial del brand Juve - hanno ampiamente dimostrato di sapersela cavare da soli.
Con una situazione economica che definire tragica è un puro eufemismo, e un futuro pieno incognite, le mosse nella scacchiera-agnelliana sono lampanti sotto gli occhi di tutti. Ma tutti tutti. Il Presidente della Juve avrà il coraggio di cestinare il progetto-Ronaldo e continuare con il progetto-Pirlo? L’addio del campione servirà al compimento di quella transizione dalla vecchia guardia al nuovo che avanza? C’è qualche presidente capace di comprare Cristiano Ronaldo o faranno tutti marcia indietro lasciando marcire il portoghese in un ambiente disfunzionale che lui stesso ha contribuito a creare?
I club che possono fare un passo avanti sono veramente pochi: United, PSG, City. Per fare la rivoluzione (anche quella del gioco) si deve uccidere il Re. A Torino di Re se ne intendono, ma di rivoluzioni decisamente meno. Stiamo a vedere che succederà: sarà l’estate bianconera più lunga di sempre.
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