Con le indiscrezioni pubblicate dal Financial Times (qui, articolo a pagamento), torna prepotente sul tavolo della politica del calcio europeo il nome di Andrea Agnelli. Oramai infatti l’accordo sembra davvero completato: il presidente della Juventus, in questo caso in qualità di presidente dell'ECA (European Club Association, ovvero l'ente europeo dei principali club) avrebbe trovato l'intesa con la UEFA per poter gestire la nuova Champions League che andrebbe in varo dal 2024. Ad anticiparlo, appunto, il prestigioso Financial Times, che ha sottolineato come la nuova Coppa in programma potrebbe produrre (tra sponsor, diritti e incassi) un giro complessivo enorme, di circa 4 miliardi di euro.
Il FT dà per certa l'intesa tra ECA e UEFA con il relativo coinvolgimento diretto di Andrea Agnelli, già presidente della Juventus. Un doppio ruolo da parte del patron bianconero che già ha suscitato più di un contrasto nelle stanze dei bottoni del calcio, passato un po’ in sordina alle nostre latitudine ma che nelle ultime 2 settimane, soprattutto sulla stampa inglese, ha trovato grande spazio. Agnelli infatti è finito nel “fuoco” britannico per lo svilupparsi di due concetti chiave: la riforma della Champions League – in cui ci addentreremo tra poco – e il fatto che la sua Juventus, proprio per mano di uno di quei club “medi” che andrebbero a essere più inficiati dalla nuova riforma – il Porto – sia stata eliminata. Un’occasione che Oltremanica non si sono lasciati scappare. E che merita in qualche modo di essere approfondita.

2024, nuova Champions: la spinta di Agnelli, cosa cambia

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Posto il fatto che la riforma non è ancora ufficiale, ma viste le insistenti indiscrezioni ormai per tale possiamo darla - tanto che come riporta Reuters il piano finale sarà probabilmente votato al prossimo Congresso UEFA del 20 aprile; la riforma spinta fortemente da Andrea Agnelli porta a ridisegnare proprio il formato della Champions League. Ancora non si conoscono concretamente i dettagli, ma dall’Inghilterra informano che le novità saranno sostanzialmente due: l’aumento a 36 squadre rispetto le 32 attuali e la garanzia di giocare 10 partite nella prima fase rispetto alle 6 dei gironi attuali. Il tutto verrà probabilmente completato da un passaggio a una specie di Regular Season dove a qualificarsi per la seconda fase saranno le prime 16 classificate. E tanti rumors ruotano ancora intorno al fatto che alcuni club potrebbero diventare “fissi” quasi a prescindere dai risultati nel proprio campionato, a meno che uno dei club cosiddetti “storici” non finisca oltre il 7° posto. Queste ultime però per ora restano soltanto speculazioni di cui conosceremo qualcosa di più sicuramente in futuro; ma il fatto chiave su cui si concentra la stampa britannica nelle critiche ad Agnelli è sostanzialmente uno: un vero e proprio stravolgimento della competizione. A favore di chi, sempre secondo la stampa inglese, è presto detto: i club più potenti.
Secondo le principali accuse della stampa britannica infatti questo diventerebbe un format troppo penalizzante per le squadre di fascia media. E l’eliminazione della Juventus per mano di uno dei club che potrebbero più risentirne proprio come il Porto, ha così dato l’opportunità a parte della stampa inglese di aprire il fuoco. Dal più conservatore Daily Mail al più laburista Indipendent, ma passano anche per il fumettista del Guardian David Squires, le critiche e le ironie non si sono sprecate. Ad Agnelli per altro vengono contestate, in questo caso con un po’ di superficialità, alcune idee rivoluzionarie come vendere i diritti degli ultimi 15 minuti di determinate partite: questo per provare a catturare un pubblico giovane la cui soglia di attenzione è sempre minore e con cui inevitabilmente il mondo del calcio del futuro dovrà avere a che fare.

Perché la UEFA dà l’ok alla riforma spinta dall’ECA di Agnelli?

La domanda è immediata, se volete anche scontata. E la risposta sembra essere anche piuttosto semplice: scongiurare la nascita della famosa Superlega. Il fatto che la UEFA (l'organo di governo del calcio europeo) e l’ECA del presidente Agnelli (che rappresenta 246 squadre), siano in fase così avanzata nella "creazione di una joint venture che controllerebbe tutti i diritti dei media e di sponsorizzazione per concorsi come la Champions League e l'Europa League", come si legge sempre sul Financial Times, è dovuta al fatto che a Nyon sono preoccupati che qualcuno potesse tagliarli fuori.

Il presidente dell'ECA Andrea Agnelli e il presidente della UEFA Aleksander Ceferin

Credit Foto Getty Images

Un qualcuno individuabile nel piano alternativo da 6 miliardi di dollari sostenuto dalla banca d’affari JPMorgan per lanciare una ‘Super League' europea, promossa da alcuni club leader come il Real Madrid e il Barcellona. L'ECA, al contrario, non taglierà fuori la UEFA, ma spinge appunto per cambiamenti di governance; che insieme a un piano per rinnovare il formato della Champions League dal 2024 sembra essere il compromesso che a Nyon non potevano fare a meno di evitare: meglio permetttere all’ECA di avere qualche denaro in più e maggior potere decisionale che rischiare di perdere il controllo di tutto ed entrare anche in una potenziale faida giudiziaria. Insomma, il ragionamento di fondo di Nyon sembra essere stato piuttosto semplice: meglio far diventare la Champions una specie di Super League prima che un’eventuale Super League cancelli la Champions.

Il commento

Non resta a questo punto che attendere i dettagli veri, concreti, di tutto questo nuovo discorso sul calcio d’elite europeo del futuro. L’indiscrezione del Financial Times dice che è praticamente fatta e se anche quelle di Reuters verranno confermate, il prossimo 20 aprile al Congresso UEFA potremo avere più chiare le nuove regole per la Champions League dal 2024. A quel punto, davvero, si potrà discutere con qualcosa di concreto in mano in termini di format. Nel mentre con l’ingresso dell’ECA nelle decisioni di governance della UEFA, e con temi enormi della rivoluzione futura come l’eventuale sviluppo dello streaming su internet anziché la cessione dei diritti televisivi alle PayTV, il futuro economico dei grandi club europei sembra passare soprattutto da qui piuttosto che dai diritti nazionali. La fetta di torta più grossa, nel futuro, sarà in Europa. E poter avere diritto di parola su quei 3,25 miliardi che la UEFA gestisce autonomamente già oggi e che sembrano, appunto, destinati a lievitare, potrà fare per i più grandi tutta la differenza del mondo. La domanda successiva però è inevitabile: e gli altri?

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