Dall’inviato a Parigi. Ci sono due storie che si porta via la finale di Champions League 2022. Una è una questione di campo, giocato. L’altra pure è una questione di campo, ma inteso nella vita, del dove si vuole stare. Alle ore 20:00, sotto settore dedicato ai tifosi del Liverpool dello Stade de France, Sir Kenny Dalglish, bandiera e idolo dei Reds, veniva annunciato dall’altoparlante dello stadio. Il messaggio? Questo: “Sir Kenny Dalglish rende omaggio alle 39 vittime tifosi della Juventus per i fatti dell’Heysel. Un gesto di amicizia in ricordo di una tragedia. Affinché questo non avvenga mai più”.
Quarantacinque minuti dopo, lo stesso altoparlante, annunciava che la finale sarebbe stata posticipata e che un nuovo orario sarebbe stato comunicato in un quarto d’ora. La finale della UEFA Champions League 2022 resterà infatti un unicum storico: fischio d’inizio, ore 21:37.
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Terminata la festa, oggi, è il momento delle responsabilità. Perché i lustrini di una finale non possono cancellare quanto successo fuori.
Partiamo dai fatti. Che sono poi ciò che conta in questi casi. Alle 20:45, quando Camilla Cabello era ormai pronta a iniziare il proprio show prepartita, la parte sinistra dello stadio rispetto alla tribuna stampa era completamente occupata. E dipinta di bianco. Quelli del Real Madrid erano già tutti al proprio posto. Allo stesso identico orario, la parte destra dello Stade de France e metà della zona centrale, presentava un tifo rosso a macchie di leopardo. Fatto piuttosto strano se considerate che a Parigi – esattamente come 3 anni fa a Madrid – per questa partita sono arrivati tra i 60mila e gli 80mila tifosi inglesi. Cifra ufficiosa più, cifra ufficiosa meno. E questo a fronte dei soli 20mila tagliandi a disposizione. Piuttosto curioso che posti così richiesti fossero ancora liberi. E infatti, “il perché”, è da ricercarsi in una serie di eventi.
Il secondo fatto non in discussione è geografico. Per far fronte a ciò che sarebbe stata l’ondata inglese, la “fan zone” dei tifosi del Liverpool, lo spazio dedicato a tutti i Reds giunti a Parigi, è stato predisposto in Cours de Vincennes. Un ampissimo viale a est della capitale francese; per l’occasione senza traffico e appositamente recintato, nei pressi della fermata Nation. Traduzione? Una decina di chilometri dallo stadio e minimo due cambi in metropolitana per arrivarci. Chi vi scrive queste righe l’ha provato sulla propria pelle. Quasi un’ora, al netto dei cambi e non in orario di punta, per spostarsi da lì allo stadio dove si sarebbe giocata la finale. E dalle 16:30 in poi, orario in cui chi vi scrive queste righe lasciava la zona, non la situazione non poteva che andar peggiorando. A tutto ciò aggiungete la variabile, senza prenderci troppo in giro, più importante di tutte: Cours de Vincennes, esattamente come Plaza de Felipe II tre anni prima a Madrid, era un tappeto di vetri e lattine.
Il terzo dato di fatto, anche questo non contestabile, l’avrei registrato io stesso circa un’oretta dopo aver lasciato la fan zone del Liverpool, nel mio avvicinamento allo stadio. Per contenere il flusso e per evidenti questioni di sicurezza, l’organizzazione intorno allo Stade de France prevedeva due zone di filtraggio, per lo meno per chi utilizzava la RerB e in generale i mezzi pubblici: una sul vialone che porta allo Stade de France, l’altra nella zona immediatamente esterna all’impianto.
Fin qui i fatti. Da qui in poi le conseguenze. In primis gli incidenti fuori dallo stadio, con chi le immagini in qualche modo simili a quelle dell’Heysel – vivaddio non così tragiche – si è trovato a doverle registrare.
Poi la partita ritarda. Infine, inevitabili, le reciproche accuse. Da un lato ci sono infatti le autorità locali, che tramite addirittura il ministro dell’interno hanno fatto riferimento alle intemperanze dei tifosi inglesi, congratulandosi con la polizia per la gestione dell’accaduto.
Dall’altro ci sono i tifosi inglesi, che hanno lamentato problemi nella gestione dei QR Code, delle file, della globale gestione nei pressi dello Stade de France. Lamentele che lo stesso Liverpool ha sposato aprendo un’investigazione ufficiale per “i fatti inaccettabili” accaduti fuori dallo stadio. Perché se è vero che si sono viste scene come quelle del video del tweet qui sopra, altrettanto vero è che tantissime persone munite di regolare biglietto erano rimaste bloccate fuori.

I tifosi del Liverpool assiepati fuori dai cancelli dello Stade de France in attesa dell'ingresso, Twitter

Credit Foto Twitter

Qui in mezzo, in un mix tra mala organizzazione e gente parecchio su di giri, ci si è messo anche qualche giovanotto locale (come confermatoci dalla polizia locale), che con abili mosse ha approfittato della confusione generale per crearne ulteriore, scavalcando grate, sfondando qualche recinzione e trovando accesso a ciò a cui non avrebbe potuto assistere.

Ma quindi le colpe?

Nel day after, il gioco è sempre lo stesso: lo scaricabarile. E fa prima sorridere e poi indignare. Sorridere perché tutto il mondo è paese; ed indignare perché sarebbe utile mettere i puntini sulle i alle cose.
Sarebbe utile ad esempio che organizzatori e municipalità, che avevano il compito della gestione, non addossassero la colpa esclusivamente a qualche birra di troppo. La fan zone è stata effettivamente piazzata in una zona troppo lontana rispetto allo stadio; cosa opposta rispetto alla scelta di 3 anni fa a Madrid, quando i tifosi del Liverpool si trovarono già sulla strada giusta e a poche fermate di metro dal Wanda Metropolitano. La birra era la stessa se non di più, viste le condizioni meteo di caldo torrido. Ed era anche un derby inglese. Incidenti: nessuno. Affermare inoltre che tutti i ticket dei tifosi inglesi fossero falsi, è risibile. Tra questi, alcuni forniti direttamente dai giocatori, come nel caso di Robertson e alcuni amici rimasti fuori.
Così come sarebbe utile che l’Inghilterra si facesse comunque un esame di coscienza. Soprattutto quell'Inghilterra a cui piace dare il peggio quando mette piede fuori dai confini del suolo di Sua Maestà. Perché il prefiltraggio e il filtraggio c’erano anche per i madridisti. E non si spiega allora come gli spagnoli, a differenza dei britannici, alle 20:45, fossero tutti al loro posto. Probabilmente, la festa in fan zone è andata un po’ oltre e si è persa la lucidità giusta per capire che il tratto da percorrere non era così breve. Certamente, e qui cambiamo avverbio, in tanti si sono mossi in ritardo. Sicuramente, infine, sarebbe utile un po’ meno retorica e un po’ di senso delle cose. Perché hai voglia posare corone di fiori sotto una curva se poi, alla prima cosa storta, per una partita, le scene tristemente note si ripetono ancora una volta.

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