Business e solo business. Come sempre. E non certo una sorpresa. Anzi, l'ipocrisia che aveva travolto il mondo del calcio i giorni seguenti alla nascita della Superlega lo scorso 20 aprile era solamente la punta dell’iceberg di tante situazioni che il mondo dello sport aveva frettolosamente nascosto sotto il tappeto presentato dai 12 top club disubbidienti. Andiamo con ordine.

Superlega no, in nome della "meritocrazia"

La Superlega, che potesse piacere o meno, che potesse funzionare o no, era stata giustamente criticata dalla maggior parte degli addetti ai lavori, in primis giocatori e allenatori, e spudoratamente osteggiata dai tifosi. Nulla da dire. Il calcio è di tutti, i calcio è dei tifosi, dei bambini che sognano, e deve essere meritocratica. Il concetto stesso di sport, e la privazione della possibilità di accesso a una competizione top come era stata presentata la Superlega per alcuni club, esclusi o comunque impossibilitati nel ricevere l’invito, è sacrosanto. E su questo punto, più che sugli altri (come ad esempio, solo i club ricchi così potranno vincere, come se se campionati e Champions League varie negli ultimi decenni non fossero già affare per le solite “note”, con poche favole come Porto e Leicester ad esempio), nessuno ha avuto da ridire. Anzi.
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Polemiche, rabbia, indignazione, richieste di multe, esclusioni e molto altro. Si è letto e sentito di tutto e di più. In Europa, a partire dal presidente Ceferin, ma anche in Italia. Molti club, e parliamo appena di 10-15 giorni fa, non certo di anni, avevano chiesto penalizzazioni o addirittura l’esclusione dalle leghe nazionali per le nostre 3 squadre ribelli (Juventus, Milan e Inter).

La nuova Coppa Italia "esclusiva: ma come?!

Ecco allora che la nuova formula della Coppa Italia 2021-22 stride, eccome, con quanto successo nelle ultime settimane. Ma come, si è urlato, preteso e difeso (giustamente) il principio di meritocrazia, e poi in Italia si vanno ad escludere le squadre che non partecipano a Serie A e Serie B? Perché? Business, ovviamente. Ora però andrebbe spiegato ai tifosi dell’Alessandria che – pur facendo parte della LegaPro - nella stagione 2015-16 arrivarono a sfidare il Milan di Mihajlovic in semifinale. E che dire di quel Pordenone, tanto divertente e innovativo sui social quanto sfacciato e intraprendente sul campo, capace di spaventare l’Inter a San Siro negli ottavi di dicembre 2017 andando vicino a eliminare i nerazzurri di Spalletti ai calci di rigore? Ecco, Alessandria e Pordenone potrebbero essere tranquillamente quell’Atalanta e quel Napoli non invitate alla nuova Superlega.

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Superlega no, Coppa Italia nuova sì: e la meritocrazia?

Insomma, la nuova Coppa Italia senza squadre di LegaPro necessaria e approvata, praticamente nel silenzio degli stessi protagonisti che due settimane prima si erano indignati sui social e a ogni intervista, va bene a tutti. Superlega, dove il principio di meritocrazia cancellata era pracitamente il medesimo, etichettata da tutti come morte del calcio. No, qualcosa non torna. E così, col nuovo format della Coppa Italia si sono perse due buone occasioni. La prima, riformare una Coppa che non ha mai convinto, magari strizzando l’occhio a quella FA Cup che tanti appassionati di calcio indicano come esempio da seguire. La seconda, in realtà, rappresenta più un autogol di immagine, che grida tanto all’ipocrisia se si ripensa proprio a quanto successo 15 giorni prima. Il calcio è di tutti si diceva e urlava. Già, e ancora una volta chi doveva e poteva cambiare ha perso una buona occasione per farlo veramente. E chi doveva urlare e protestare come nella precedenza occasione, questa volta è stato zitto. Peccato.

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