Diego è sempre lì: nei titoli dei giornali, fra le pagine di un libro, nella scena di un film che, nel suo caso, sarà sempre il penultimo, mai l’ultimo. Ci lasciò il 25 novembre del 2020, quando il destino, stufo marcio, decise di ribellarsi al ribelle. Dai tempi in cui era immarcabile in campo, Diego Armando Maradona era diventato marcabilissimo fuori, già durante la carriera ma anche dopo, soprattutto dopo, ostaggio di sé stesso e di una sgangherata Camelot che privilegiava i piaceri dell’eredità ai doveri degli eredi.
Scrivere del Pelusa, tanto per recuperare dalle ragnatele della memoria un termine in disuso, è facile e difficile: facile, perché gli spunti non mancano; difficile, perché se non sei all’altezza, finisci per "mancare" tu a loro. Diego è stato somma, mai sottrazione. Convivere con i geni è esercizio complicato: conviene ricordarli, è più comodo. Non passa giorno senza che qualcuno o qualcosa ci riporti al romanzo della sua esistenza. Un figlio, una donna, il memoriale di un medico, il cuore sparito.

Uno degli innumerevoli tributi che in tutto il mondo in questo anno hanno omaggiato la figura di Diego Maradona

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Calcio
Maradona pop: gli omaggi di cinema, musica e cultura
27/11/2020 A 13:07
Buenos Aires freme. Napoli frigge. Il pianeta si collega. Ogni anniversario - e questo è il primo: il più doloroso - diventa, così, pretesto di beatificazione o dannazione, sull’onda di un processo che, nel migliore dei mondi possibili (e, dunque, non certo nel nostro), dovrebbe portare alla sbarra tutti noi e non solo lui. Non ha mai preteso di essere un modello, Diego. Si è trovato troppo presto e troppo giovane in un labirinto dal quale, per uscire, ha scelto la bussola della droga. Avrebbe avuto bisogno di amici meno dolciastri, di giornalisti meno ruffiani, di dirigenti meno bastardi.
Maradona è stato il massimo. Nelle arene e oltre. Il proclama con cui presentò la semifinale "napoletana" tra la sua-quasi Italia e la sua-sempre Argentina, ai Mondiali del 1990, merita la standing ovation: "Non devo essere io a ricordare che Napoli è parte dell’Italia ma mi disgusta che chiedano ai napoletani di essere italiani per una sera dopo che per 364 giorni all’anno vengono trattati da terroni". L’ho riesumata dal libro di Marcello Altamura, "L’idolo infranto, chi ha incastrato Maradona?", casa editrice Ponte alle Grazie. In parole "ricche", e tutt’altro che povere, riassume il senso più carnale di un comizio, di una missione: da far invidia al più scafato dei politici.

Quando Maradona arrivò allo stadio di Napoli...

Gli hanno dedicato lo stadio sfrattando un santo, addirittura. Il Napoli gioca con il suo viso caravaggesco stampato sulle maglie. Registi e scrittori non lo mollano. Succede agli eletti, termine che gli avrebbe fatto schifo. Aveva 60 anni, Diego. Si è buttato via non prima di averci buttato giù dal letto. Ai Mondiali del ‘94, quelli organizzati dagli odiati yankees, venne pizzicato al controllo anti-doping. Era la seconda volta, dal momento che ci era già cascato nel ‘91, al varco di Napoli-Bari. Si gridò allo scandalo: l’hanno fatto apposta. E se per caso non lo avessero sorteggiato? Mica fessi: l’hanno fatto apposta, avremmo chiosato. Sai che fantasia. Non certo la sua.

La punizione indiretta contro la Juventus del 3 novembre 1985: uno dei gol più incredibili segnati con la maglia del Napoli da Maradona

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Le nuvole di Ezeiza sotto le quali palleggiava, leggero e felice. La punizione indiretta alla Juventus del Trap e il gollissimo messicano agli inglesi che fecero di Eraldo Pecci e Héctor Enrique le micce involontarie di due esplosioni cosmiche. E’ stato l’anestesia delle nostre operazioni al senno. E la mano de Diòs, naturalmente. Che in terra gli servì e in cielo lo aiuterà.
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