Meglio il successo ai punti di Wembley che i k.o. facili dell’Olimpico. Meglio vincere così, da astemi, che ubriacarsi d’immenso. E’ stato un atterraggio brusco, dopo tutte quelle piroette fra le nuvole, ma solo un gran spavento e nessun ferito. Se Roberto Mancini passa per un genio, Franco Foda, radici trevigiane, cos’è? Gli ha imposto i supplementari, ha ceduto esclusivamente ai cambi. Federico Chiesa, Matteo Pessina. Sì, ha risolto la panchina. La nostra panchina. E allora: se un ct azzecca le mosse significa cha ha cannato la formazione (male Domenico Berardi, questa volta; fumoso Marco Verratti e pure Nicolò Barella: troppo nervoso) o ha avuto visioni quasi mistiche?
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Avevamo dominato il primo tempo (dal palo di Ciro Immobile in su) e «pareggiato» il secondo. L’Austria di David Alaba, Marcel Sabitzer, Florian Grillitsch e persino Marko Arnautovic è sempre stata dentro al risultato, e nel momento topico proprio Arnautovic si è visto annullare dal Var, per centimetri di fuorigioco, il gol che, probabilmente, avrebbe sabotato la trama e rovesciato la storia.
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Dalle scazzottate di gruppo ai round secchi non c’è paragone. La tensione scortica i nervi, le vendemmie con Svizzera e Turchia avevano drogato i giudizi, gonfiato i riferimenti. La squadra si è come piantata, a cominciare dal doppio regista (Jorginho, Verratti), in balìa di smarcamenti avari e del pressing cocciuto dei rivali. Sfrecciavano i terzini, in compenso: Leonardo Spinazzola (una fionda), Giovanni Di Lorenzo (una rampa). E teneva, la difesa, attorno a Leonardo Bonucci e Francesco Acerbi: suo l’assist da terra a Pessina. Per tacere di Gigio Donnarumma e della paratona su Louis Schaub.
Il ricorso all’artiglieria pesante e la sgrullata acrobatica di Sasa Kalajdzic ci riportavano ad angosce che pensavamo patrimonio esclusivo dei gufi. Persino i numeri - 31 partite utili, Vittorio Pozzo superato; 12a. vittoria consecutiva; 1.168 minuti d’imbattibilità - si sono inginocchiati, almeno loro, alla nudità improvvisa della manovra, alla sofferenza che, attraverso le scosse di un equilibrio inatteso, ci ha spinto oltre i limiti che, per una sera, hanno nascosto le risorse.

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Ci farà bene aver scoperto che non siamo marziani, che il gioco è cruciale ma il cuore dei giocatori può esserlo ancora di più. Specialmente quando l’episodio diventa il confine tra le lavagne e il destino. Senza scomodare staffette ben più ingombranti, il piano B di Chiesa ha ribadito l’efficacia delle alternative. Mai, in tre anni, avevamo dovuto gestire una paura così rara, così martellante. Sapevano, gli azzurri, di essere bravi - se non, addirittura, più bravi - ma non riuscivano a dimostrarlo. E si irritavano. Lorenzo Insigne ne era la sintesi più cruda. Nell’abbraccio fra Gianluca Vialli e Mancini c’era la vita, non solo l’epilogo. E adesso, Romelu Lukaku o Cristiano Ronaldo. L’Austria ci ha lasciato problemi che non sempre il carattere potrà risolvere. Ma ci ha anche aperto gli occhi. Facciamone tesoro.
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