Nulla si crea o si distrugge, tutto si trasforma. Uno dei principi cardine della termodinamica. Oggi più che mai, nell’era dei bit digitali, dovremmo essercene fatti una ragione. Quando cancelliamo un’informazione dal nostro computer, questa non si estingue, ma si libera nell’atmosfera sottoforma di calore. Le canzoni che ascoltiamo, le serie tv che ci fanno torcere le intestina, non sono altro che opere derivative: un unico flusso di parole e immagini scomposto e ricomposto, che affonda le radici nella mitologia. E’ impossibile generare qualcosa dal nulla, il nuovo è solo una storpiatura, una piega narrativa destinata a riportarci al punto di partenza. Così è anche il calcio. Quando Cruyff, nella fase a gironi della Coppa del Mondo 1974, fece girare la testa allo svedese Jan Olsson grazie a un cambio di direzione sul posto, fummo celeri a battezzare quella giocata “Cruyff turn”. Eppure esistono ancora oggi dei filmati impolverati che mostrano Garrincha eseguire la stessa manovra un decennio prima. Quando Zidane tirò fuori dal cilindro quello strano dribbling mulinante ci lustrammo gli occhi, invocammo per la prima volta la “ruleta”. Peccato che Diego Maradona avesse già impiegato quello stesso movimento contro l’Inghilterra nella Coppa del Mondo del 1986: un gesto che tuttavia venne oscurato dalla portata storica della mano de dios e di altre giocate.
Spesso dunque affidiamo brevetti troppo frettolosamente, dimentichiamo che il mito su cui poggiamo i piedi ogni giorno non solo ci precede, ma ci succede. Quindi vale la pena chiedersi se, nel nostro breve tratto di esistenza materiale, ci sia ancora spazio per creare: inventare qualcosa dal nulla, che non sia inquadrabile da regole, o rintracciabile dalla pervasività delle immagini archiviate. Antonin Panenka ci regalò proprio questa speranza, sull’ultimo calcio di rigore della finale di Euro 1976.

"Voglio che parlino delle mie giocate"

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31/05/2021 A 19:24
Per il calcio internazionale, Antonin Panenka era ciò che oggi definiremmo come “late bloomer”: esordì con la maglia della nazionale cecoslovacca nel 1973, dieci giorni prima del suo 25° compleanno. Prima di approdare in Nazionale, aveva fatto da spola tra fangosi campionati di prima e seconda divisione cecoslovacca, vestendo la maglia del Bohemians Praga. Panenka era un centrocampista offensivo dotato di estro tecnico e sconfinata creatività. Queste caratteristiche si riflettevano nella sua retorica davanti ai microfoni: “il mio motto era: ‘gioca per il divertimento dei fan e di te stesso”, raccontò a Karel Haring per The Blizzard. “Volevo che la gente parlasse delle mie giocate e dei miei gol nei pub o in qualsiasi altro posto”.

Antonin Panenka in action for Czechoslovakia

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Con i suoi capelli a caschetto, il suo baffo lucido e la sua pacata eleganza, Panenka era il prodigio della Rivoluzione di Velluto. I frequenti peccati difensivi li espiava grazie a un innato senso del gol. Era uno specialista dei calci piazzati, e quando si assunse l’onere di battere punizioni e rigori per la Nazionale ascese allo stato di leggenda.
A separare quella Cecoslovacchia dalla gloria, mancava una spanna o poco meno. Ci erano andati vicini nel 1938, eliminati ai quarti di finale di Coppa del Mondo; nel 1960 avevano concluso il primo Europeo in terza posizione e nel 1962 avevano perso la finale del Mondiale. La Cecoslovacchia degli anni ’70 poteva contare su un gruppo di solidi giocatori, a cui mancava quel pizzico di follia per ambire a un trofeo. Ivo Viktor, che doveva ancora riprendersi da quel pallonetto di Pelé da metà campo che quasi lo sorprese al Mondiale del 1970, era pur sempre uno dei migliori portieri in circolazione a quel tempo. Capitan Anton Ondrus era un difensore generazionale, e l’attacco cecoslovacco poteva galoppare grazie alla velocità Marian Masny (ala) e Zdenek Nehoda (centravanti).
Tuttavia qualificarsi per un Europeo composto da sole quattro squadre rimaneva comunque un’impresa per qualunque nazionale, indipendentemente dal talento a disposizione. La Cecoslovacchia non era riuscita ad accedere a una maggiore competizione da quando Pelè terrorizzò Viktor. Nelle qualificazioni per Euro 1976, pescarono Cipro, Portogallo e Inghilterra in un girone che premiava solo i primi classificati.

Kevin Keegan

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Nel match d’esordio disputato a Wembley, furono messi in riga (3-0) dalla nuova Inghilterra di Don Revie. Tuttavia, la nazionale inglese aveva il respiro corto e perse punti fondamentali nelle partite successive. I Cecoslovacchi ricucirono il gap sugli inglesi grazie a una roboante tripletta di Panenka contro Cipro, prima di concentrarsi sul match di ritorno contro gli inglesi. A Bratislava, fu una prova magistrale di Masny a ribaltare i pronostici: 2-1 e vittoria del girone per un solo punto. Ai quarti di finale, una punizione di Panenka fornì il carburante per superare l’URSS – al tempo campioni uscenti e favoriti per arrivare in fondo alla competizione – con un risultato complessivo di 4-2. Così Panenka e compagni strapparono un ticket per andarsela a giocare nella tana dei lupi, in Jugoslavia. I padroni di casa furono sorteggiati con la Germania Ovest, nella semifinale da disputare a Belgrado. A Zagabria invece, la Cecoslovacchia avrebbe affrontato l’Olanda. Fu di certo l’Europeo più surreale della storia: nel bel mezzo della Guerra Fredda si fronteggiavano due potenze dell’Est contro due dell’Ovest, il tutto arroccato nell’entroterra della repubblica socialista di Tito. Le compagini capitanate da Beckenbauer e Cruyff partivano come chiare favorite per la finale, invece si assistette a 19 gol complessivi messi a referto nelle due gare, che furono risolte ai tempi supplementari.

Disgrazia olandese

Un temporale di contestazioni si abbatté sopra la semifinale disputata dalla Cecoslovacchia. A creare un’istrionica frizione tra spiriti non erano solo le condizioni metereologiche avverse, bensì lo scontro epocale tra ego, filosofie, blocchi ideologici monumentali. Al centro della disputa le proteste dei più influenti calciatori olandesi e l’arbitro gallese Clive Thomas. La direzione di gara di quest’ultimo fa discutere ancora oggi il popolo oranje. In quella che fu la sua unica presenza in un Europeo, Cruyff venne ammonito per eccessive proteste durante il secondo tempo: una sanzione crudele, che in virtù di un’ammonizione maturata nella partita precedente significava l’esclusione dalla potenziale finale.
Fu un cross di Panenka da calcio piazzato a rompere il ghiaccio: Ondrus approfittò del suggerimento infilando di testa. Ma nella ripresa, fu sempre Ondrus a riequilibrare il risultato con un autogol al limite del comico. Da lì in poi, i giocatori si scorticarono nel fango per il resto dei tempi regolamentari. Pollak e Neeskens furono espulsi, lasciando le proprie squadre in una situazione di 10vs10 alla soglia dei supplementari. A sei minuti dalla fine Panenka affondò Cruyff con un intervento scomposto. Thomas fece continuare il gioco, permettendo a Nehoda di finalizzare a fil di palo. Scandalizzato, Van Hanegem si rifiutò di riprendere il gioco, così Thomas lo spedì negli spogliatoi.

Johan Cruyff trudges off the pitch after losing to Czechoslovakia

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Con soli 9 giocatori rimasti in campo, il Calcio Totale olandese si sciolse nel nulla. Panenka infilò Jozef Moder in extremis, arrotondando il risultato sul 3-1. La Cecoslovacchia, grazie a una carambola impazzita, era riuscita a lanciarsi verso la finale.
Ad aspettarli in finale c’era l’assassina Germania Ovest, che però era ben lontana dai fasti del calcio Ramba-Zamba, orfana di Gunter Netzer, Gerd Muller, Paul Breitner, Wolfgang Overath. Fu l’asso di Dieter Muller a salvare la facciata tedesca contro i padroni di casa jugoslavi. I Tedeschi ribaltarono un 2-0 iniziale e affossarono la Jugoslavia, che poi perse anche il match per il terzo posto contro gli olandesi.

Un cambio di regole figlio del destino

Considerate le deplorevoli manifestazioni di astio nei due match di semifinale, l’Uefa e le federazioni coinvolte concordarono sul fatto che non fosse interesse di nessuno trascinare un’altra partita oltre i 90 minuti. Due ore prima del fischio d’inizio, Uefa e federazioni rovesciarono le regole iniziali del torneo: in caso di parità si sarebbero calciati i rigori. Questa nuova regola entrò in vigore repentinamente, e avrebbe dovuto abbandonare alla memoria dei pochi quegli scomodi frangenti verificatisi ad Euro 1968: l’Italia aveva alzato il trofeo rigiocando la finale contro la Jugoslavia, che 48 ore prima era terminata 1-1 dopo 120’. Ma non solo, gli Azzurri erano arrivati in finale grazie al lancio di una monetina, che elesse gli azzurri come vincenti del turno sui Sovietici, in una partita terminata 0-0 ai supplementari. Quel finale aveva esposto lo stato embrionale e improvvisato dell’organizzazione Uefa in quei primi anni di competizioni europee.

Germania Ovest, 1976

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Inizialmente, sembrava che i rigori non fossero necessari. La Cecoslovacchia raccolse un doppio vantaggio nei primi 25’, grazie ai gol Svehlik e Dobias. Subito dopo il secondo gol, Masny si lanciò a tu per tu col portiere tedesco Sepp Maier, ma scagliò un tiro agonizzante a lato del palo. Quello fu l’errore che ricalibrò l’inerzia della gara. Muller accorciò le distanze pochi minuti dopo, con un ottimo colpo al volo. E nei minuti finali, Bernd Holzenbein torreggiò su Viktor, affondando in rete. Il destino era stato segnato due ore prima di quel calcio d’inizio. Si sarebbe deciso tutto ai rigori.
Per capire il livello di clandestinità su cui fu improntata quella celere riforma, basti pensare che in campo solo i Tedeschi avevano ricevuto aggiornamento dalla rispettiva federazione. I Cecoslovacchi non avevano la minima idea che dopo i 90’ minuti avrebbero dovuto calciare dal dischetto: erano già usciti dal campo, convinti che sarebbe seguito un rematch, ma pochi minuti dopo vennero ripescati dagli spogliatoi. Un baratro comunicativo che oggi sarebbe considerato imbarazzante, ma che per allora si contestualizzava in uno scenario organizzativo per forza di cose sperimentale. Dagli 11 metri, la Cecoslovacchia era la squadra meglio attrezzata: il tecnico Vaclav Jezek, in occasione di un’amichevole di preparazione all’Europeo, aveva indetto un mini-torneo dal dischetto; aveva concesso l’ingresso al pubblico, e aveva chiesto loro di provare a battere i propri giocatori. Nulla di tutto questo si era verificato aldilà del confine tedesco. La Germania Ovest, seppur con un vantaggio mentale, brancolava nel buio.
“I rigori non erano mai stati il mio punto di forza” testimoniò Maier. “Ne parai un paio, ma in partite che non avevano importanza”. A pochi istanti dalla sentenza, nel gruppo tedesco si verificò un vero e proprio ammutinamento. Quasi tutti si tirarono indietro, non volevano calciare. Maier dovette proporsi volontariamente, siccome non si era raggiunto il minimo numero di cinque giocatori. Alla fine fu il capitano Beckenbauer a ricomporre le fila: invitò i veterani d’attacco ad affacciarsi dal dischetto, indipendentemente dalla loro stremata condizione fisica. “Me lo ricordo ancora benissimo”, disse Uli Hoeness. “Io quel rigore non lo volevo tirare. Ero esausto. Venivamo da due partite risoltesi ai supplementari, ero distrutto e infortunato. Ma Beckenbauer si avvicinò a me e disse ‘Uli, devi calciare il rigore. Se non lo fai, dovranno calciarlo i giovani”.
Ma il sistema dei rigori non era una novità solo per i giocatori tedeschi. Nessun torneo calcistico mondiale era stato mai deciso da questo metodo. I primi 7 rigori filarono liscio per entrambe le squadre. La Cecoslovacchia guidava per 4-3, prima che Hoeness, riluttante, si presentò al dischetto per espletare il suo dovere. Il suo sbaglio fu clamoroso: la palla mancò lo specchio della porta di almeno un metro e si dileguò nel rosso della pista d’atletica che circondava lo stadio di Belgrado. La staticità della palla ora invitava Panenka all’altezza del dischetto. E il late bloomer cecoslovacco sentì un’inderogabile esigenza non solo di calciare, ma di creare qualcosa di unico. Se avesse insaccato il pallone, i Cecoslovacchi avrebbero vinto il torneo. E lui, unico visionario che aveva anticipato quel momento ben prima di quell’affrettata decisione a porte chiuse, si apprestava a riscrivere il vocabolario del calcio, per sempre.

"Viktor lo implorò di non rischiare"

Dopo aver sbagliato due rigori consecutivi con la maglia dei Bohemians nel 1974, Panenka aveva cominciato ad allenarsi in borghese, con l’aiuto del portiere Zdenek Hruska. I due, alla fine di ogni allenamento, scommettevano birre o cioccolate. Inizialmente era Hruska a portarsi a casa gran parte del bottino. “Passavo le notti ad escogitare modi per sconfiggerlo”, ricorda Panenka in un’intervista del 2016. “Alla fine mi sono reso conto che il portiere aspettava sempre fino all'ultimo momento per cercare di anticipare dove stava andando il pallone e si tuffava un attimo prima che fosse calciato in modo da poter raggiungere il tiro in tempo. Ho deciso che probabilmente era più facile segnare simulando un impatto potente e poi picchiettando delicatamente la palla al centro della porta. "
Un rigore simile lo aveva eseguito Neeskens in finale di Coppa del Mondo del 1974, ma ciò che realizzò Panenka richiedeva un’abilità ben diversa: calma glaciale e precisione chirurgica, qualità degne di un esperto artificiere. Panenka ebbe il coraggio di sopportare il peso del potenziale fallimento, delle critiche che sarebbero piovute a dirotto e che lo avrebbero accusato di egoismo. Eppure, con un solco masochista stampato in viso, pregustava il volto del portiere guardare la palla rotolare lentamente accanto al suo corpo disarcionato dalla sua finta.
Panenka aveva raffinato quella strana tecnica negli allenamenti assieme al fido Hruska, e poi l’aveva sperimentata in amichevoli rurali, lontane dai riflettori e non documentabili. Poi aveva cominciato a sorprendere i portieri del campionato cecoslovacco allo stesso modo, riscuotendo un’alta percentuale di successo. Una volta riuscì a beffare anche l’esperto Viktor, in una partita contro il Dukla Praga. Eppure nessuna immagine di questa innovazione penetrò oltre la Cortina di Ferro che separava la Cecoslovcchia dal resto del calcio internazionale. Tutti i giocatori in campo, compreso il portiere tedesco Maier, fino a pochi minuti prima erano ignari della nuova regola sui rigori dopo i 90’ regolamentari, figuriamoci dell’esistenza di un’occulta tecnica orientale per batterli.
Prima della finale, Panenka confidò al suo compagno di stanza Viktor che avrebbe sfoggiato la sua invenzione contro la Germania Ovest se si fosse presentata l'occasione. Viktor lo pregò di non rischiare, ma la fiducia di Panenka era incrollabile. "Ero sicuro al mille per cento che avrei eseguito il rigore in quel modo", disse Panenka, "e che avrei segnato". Con il primo titolo della Cecoslovacchia in palio e l’imperturbabile Beckenbauer in attesa di depositare in rete il quinto rigore tedesco, Panenka avviò la rincorsa in avanti verso la palla. Aprì il bacino per suggerire che la palla sarebbe andata nella parte destra della porta, e Maier si tuffò in quella direzione con anima e corpo; all'ultima frazione di secondo Panenka rallentò e calcò il piede destro sotto la palla quasi fosse un cuneo di sabbia, soffiandola verso l'area centrale della porta che Maier aveva appena liberato. Ci fu un istante di silenzio incredulo. La Cecoslovacchia era campione d'Europa.

Antonin Panenka

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Pochi attimi dopo aver visto la sfera varcare la linea di porta, i compagni si ammucchiarono sopra al corpo esultante di Panenka. Divenne il simbolo della rinascita cecoslovacca, grazie a quella meraviglia dal dischetto. Quando fu l’ora di ricevere la medaglia, lui fu l’unico ad accettarla con ancora addosso la maglia della Cecoslovacchia. Tutti gli altri avevano scambiato le maglie con gli avversari tedeschi. Panenka dunque ascese allo status di eroico patriota.
Maier non metabolizzò mai l’umiliazione. Nella sua autobiografia, affermò che Panenka aveva violato le regole. Mentre la reputazione di Maier vacillava, quella di Panenka si estendeva a livello mondiale. Cotanta audacia in un momento da tutti considerato come epocale, gli valse un posto nell’olimpo dei Grandi d’Europa. Negli anni successivi a quel rigore, i portieri che fronteggiavano Panenka dagli 11 metri lo invitavano a tentare il cucchiaio, rendendo così la pratica dei rigori un gioco a carte scoperte.

Czechoslovakia celebrate their win over Germany

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"Quel rigore bruciò la mia carriera"

In poco tempo dunque, Panenka arrivò a sentirsi prigioniero di quell’eclatante gesto. Quel rigore lo tormentava su qualsiasi campo, lo consegnava a un nauseante tornante di ripetizioni. “Da un certo punto di vista mi sento fortunato e orgoglioso di averlo segnato”, afferma il centrocampista cecoslovacco. “Tuttavia, quel rigore oscurò il resto della mia carriera: tutte le mie prestazioni, i miei gol, i miei passaggi”. Ai singhiozzi finali di carriera, Panenka trovò fortuna nel campionato austriaco: abbandonò il Bohemians per accasarsi al Rapid Vienna. Vinse due campionati e tre coppe nazionali austriache e giocò in finale di Coppa delle Coppe nel 1985. Appesi gli scarpini al chiodo, tornò in Repubblica Ceca, diventando il presidente del Bohemians.

Antonin Panenka, 2016

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Molti calciatori si sono appropriati di questa tecnica per stregare tifosi ed avversari in un solo, gentil colpo. Nella finale mondiale del 2006, il cucchiaio di Zidane baciò la traversa prima di rimbalzare oltre la linea. Ad Euro 2012, Pirlo anestetizzò l’irruenza di Joe Hart con un morbido e illusorio colpo sotto. L’arte del “cucchiaio”, come lo chiamiamo qui, è ormai un trademark del made in Italy. Anche se, come al solito, ci appropriamo di brevetti e invenzioni senza sfogliare le pagine della storia. Perché quel colpo, riservato ai prodi e ai coraggiosi, all’intuito e a un’innata capacità di leggere le intenzioni del corpo, rimarrà per sempre legato al nome di Panenka.
Ma come una delle più fiabesche maledizioni, il detentore del brevetto divenne l’unico a non poter usufruire della sua stessa invenzione. Siccome il fattore sorpresa era essenziale per scoccare quel colpo, Panenka divenne l’unico uomo al mondo ad aver esaurito quel vantaggio.
Scritto da: Mike Gibbons (Eurosport UK)
Tradotto da: Lorenzo Rigamonti (Eurosport IT)

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