E’ difficile delineare con chiarezza i confini di un’epopea calcistica, specialmente quando noi stessi siamo immersi nella melensa materia di un eterno presente. E’ pressoché impossibile stabilire cosa sia finito o cosa sia appena iniziato nel momento stesso in cui lo stiamo vivendo. Non esistono strappi, interruzioni, linee in grado di dare ordine al nostro tempo. Lo stesso ragionamento lo possiamo applicare alla storia calcistica della Nazionale tedesca: un’egemonia scaturita dal miracolo di Berna del 1954 e che probabilmente non si è mai interrotta. Nemmeno tra il 1996 (vittoria dell’Europeo) e il 2014 (trionfo al Mondiale), in quello che è considerato il periodo di depressione del calcio tedesco, la Meinschaft sparì dal panorama dei grandi: in quell’intervallo, riuscirono a conquistare un titolo di vice-campione e due terzi posti consecutivi in Coppa del Mondo, oltre a raggiungere una finale europea.
E quindi, avvallando l’ipotesi che il pontificato tedesco non sia mai decaduto in alcun preciso frangente della nostra storia, e che recintare determinati corsi storici in narrazioni cristallizzate sia impresa ardua, in molti affermeranno che la fase imperiale del calcio tedesco sia intercorsa tra 1966 e 1996: in un trentennio solcato dalla Guerra Fredda, i tedeschi presero parte a 16 tornei raggiungendo la finale dieci volte, portandosi a casa due Mondiali e tre Europei. Tale successo fu garantito dal motore di due irrequiete generazioni: quella del calcio Ramba-Zamba (anni ’70) e la nuova onda di giocatori (tra cui Matthaus, Voller, Klinsmann) destinata a vincere il primo titolo della nazione unita a Euro 1996.
Ma come ribadito in precedenza, è piuttosto arduo vivisezionare la continua e ciclica materia del nostro tempo. Infatti, se esaminassimo più da vicino le correnti che percorsero quel trentennio, scopriremmo le orme di un trionfo tedesco spesso disdegnato dai libri di storia. Nell’Europeo del 1980 disputato in Italia, un vibrante gruppo di giovani giocatori trascinò la Germania Ovest alla terza finale consecutiva, finendo per conquistare la capitale. Forse per colpa delle tensioni internazionali di quel tempo, o per colpa delle spigolose personalità presenti nel gruppo che vinse Euro 80, tale creatura è annoverata come la pecora nera tra le compagini che portarono in alto il nome del calcio tedesco.
Euro 2020
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01/06/2021 A 13:03

Dalla Bundesbank alla Bundesliga

A metà anni ’70, quando la Germania Ovest cominciò ad adornare la propria bacheca con i più dorati trofei internazionali, il capitano di quella che sarebbe stata una nuova stirpe vincente rischiava di diluire il suo talento nell’anonimato. A 18 anni, Karl-Heinz Rummenigge aveva intrapreso una carriera nel settore bancario, siccome nessuno dei suoi (parecchi) estimatori gli aveva garantito un brillante avvenire nel mondo del calcio. Ma nel 1974, quasi per caso, il Bayern Monaco si innamorò delle sue gesta e lo strappò dalla Bundesbank per regalarlo alla Bundesliga.

Karl-Heinz Rummenigge

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Rummenigge si inserì in una squadra di spietati totem, tra cui Franz Beckenbauer, Sepp Maier, Ans-Georg Schwarzenbeck, Uli Hoeness e Gerd Muller. In una manciata di settimane dovette abbandonare i semi dell’addestramento bancario e passare a un corso intensivo di vittoria seriale. “Avevo un grande rispetto per i giocatori” dichiarò Rummenigge al sito del Bayern. “E per le prime settimane ero estremamente gentile nei loro confronti. Fino al momento in cui Muller mi disse ‘ chiamami Gerd’. Dopo 4 settimane divenne tutto più chiaro: qui, l’unica cosa che conta è vincere. E’ l’unica cosa su cui è costruito il club. Questa è la scuola del Bayern. Se non riesci a interiorizzare questa lezione, non ne uscirai mai vivo”.
Il nucleo-madre della rosa del Bayern aveva appena vinto la Coppa del Mondo del 1974 con la Germania Ovest. Lo stesso anno i bavaresi avevano vinto la Coppa dei Campioni contro l'Atletico Madrid. Quest'ultima vittoria fu la prima di tre consecutive per il Bayern. Rummenigge si affermò all’interno del gruppo come ombra di Muller nella stagione 1975-76, quando il Bayern completò la tripletta con la vittoria sul St. Etienne a Glasgow. Lo stesso anno debuttò con la casacca della Germania Ovest, aggiudicandosi uno degli ultimi slot per salpare alla volta della Coppa del Mondo 1978.
Quella campagna in Argentina fu il primo calcinaccio di una demolizione annunciata per la Germania Ovest. Dopo un terzo posto nel secondo girone, il tecnico Helmut Schon abdicò dopo 14 anni in carica. Praticamente tutta la grande squadra di Ramba Zamba dall'inizio alla metà degli anni Settanta si era ritirata o si era allontanata dalla nazionale. Al nuovo allenatore Jupp Derwall spettava l’ingrato compito di mettere in piedi una nuova squadra per non tradire la reputazione degli antenati che avevano dominato il decennio precedente.
Tra i pali c'era Harald 'Toni' Schumacher del Colonia, una presenza fisicamente e verbalmente ingombrante dietro la difesa. Uli Stielike era un centrocampista difensivo barocco e capriccioso proveniente dal Real Madrid, che nello schieramento tedesco dovette abbassarsi giocando come libero. Davanti c'era Bernd Schuster, un giovane centrocampista oltraggiosamente dotato che poteva accendersi improvvisamente al centro del campo, fluttuando assieme a una voluminosa ciocca di lunghi capelli biondi. Era supponente quanto talentuoso e di certo non disdegnava ardenti scambi di parole con gli avversari e con i compagni prima e dopo le gare. Per quanto difficili potessero essere tutti e tre i personaggi, erano professionisti seri e ben cablati e, davanti a loro, potevano affidarsi al miglior giocatore del calcio tedesco.

L’ascesa di Rummenigge e della nuova Germania

Nella stagione 1979-80 il talento di Rummenigge esplose definitivamente: fu eletto miglior giocatore della Bundesliga, con 26 gol all’attivo. Trascinò i bavaresi al titolo nazionale e coltivò un’intesa fuori dal comune col suo centrocampista di fiducia, Paul Breitner. Reduce dalla vittoria al Mondiale del 1974, fondò un nuovo sodalizio con Rummenigge, tanto da ribattezzare – agli occhi dei media – la squadra come “FC Breitnigge”. Anche Breitner era un personaggio schietto e pedante, e lo era a tal punto che la nazionale lo ostracizzò fino all’alba del 1981. Al contrario di molti altri suoi compagni, Rummenigge passava al vaglio dell’opinione pubblica come una sorta di dotto diplomatico. Fu eletto capitano del gruppo convocato all’Europeo del 1980, sotto la guida di Jupp Derwall. Il suo compito, più cruciale che mai, era quello di serrare le fila e stemperare gli animi bollenti dei colleghi. “Eravamo un gruppo con quello che definirei buon spirito di squadra", ha ricordato Rummenigge. "Una squadra molto giovane, che aveva ancora fame e non aveva ancora grandi successi alle spalle. Penso che siamo stati una sorpresa per tutti, per i tifosi tedeschi e anche per il mondo del calcio internazionale, perché nessuno ci aveva davvero preso seriamente”.

Herbert Zimmermann, Karl-Heinz Rummenigge, Hansi Muller. Europa 80.

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Giunti alla soglia di quell’Europeo, pareva sempre più evidente il ricambio generazionale tra le squadre in gioco. Ma il ricambio investiva anche una componente organizzativa del torneo: a “Europa 80”, così fu chiamato la competizione ospitata in Italia, si aprirono finalmente le porte a più di 4 squadre: il torneo si suddivideva in due gruppi da quattro squadre ciascuno, con i vincitori dei due gruppi che si qualificavano subito per la finale. Si trattava di un format semplicistico e cannibale, che non venne mai più riproposto; la Germania Ovest, in un girone a dir poco concentrato, dovette affrontare la Cecoslovacchia a Roma, l’Olanda a Napoli e la Grecia a Torino.
Rummenigge assunse le redini della squadra sin dal primo minuto della partita d’esordio: a Roma andò in scena un rematch della finale del 1976 contro la Cecoslovacchia. Rummenigge realizzò l’unico gol della gara nel secondo tempo, torreggiando all’altezza del secondo palo sul cross d’istinto di Hansi Muller.
Al secondo incontro si riaccese la storica rivalità con gli olandesi, in un altro classico conficcatosi nell’immaginario collettivo in occasione della finale di Coppa del Mondo del 1974. Ma a Napoli, entrambe le squadre scese in campo non erano altro che la copia sbiadita delle compagini spaccaossa anni ’70. Il centravanti Klaus Allofs realizzò una tripletta che segnò la gara prima dell’ora di gioco. Gli olandesi cercarono di rientrare in partita negli ultimi 11 minuti, accorciando sul 3-2. Ma nonostante lo spauracchio finale, i tedeschi riuscirono a ormeggiare il risultato verso il proto sicuro. Tale vittoria significò la qualificazione matematica con una partita d’anticipo. Il successivo pareggio con la Grecia (0-0), fu ininfluente per la graduatoria finale.
In finale, Rummenigge e compagni si trovarono di fronte il Belgio, che contro ogni pronostico era riuscito ad escludere l’Italia nella fase a gironi.
L’Italia entrò e uscì traumatizzata dall’evento a causa dello scandalo-scommesse Totonero scoppiato proprio alla vigilia della competizione. Il torbido affare trascinò con sé anche la bandiera Paolo Rossi: l’attaccante azzurro fu sospeso per tre anni e mancò l’appuntamento con Europa 80. Là davanti dunque, l’Italia perì di stenti: pareggio a reti bianche contro la Spagna, una vittoria risicata contro l’Inghilterra per 1-0. Arrivò il momento della verità con il Belgio, che parcheggiò l’intera squadra a guardia del portiere Jean-Marie Pfaff. Gli azzurri bombardarono la porta belga per 90’, ma senza concretizzare. Realizzarono un solo gol durante la competizione, e uscirono clamorosamente.

Rummenigge decide il tiro

Il Belgio sembrava essere capitato nel posto giusto al momento giusto: la propria serra di talenti aveva raggiunto il punto di maturazione ideale e unisona. Ora bisognava solo raccogliere ciò che si era seminato: Eric Gerets, Jan Ceulemans, Rene Vandereycken e Francois Van Der Elst rappresentavano la generazione più talentuosa che la nazionale belga avesse mai sfornato. Nonostante i tedeschi fossero più giovani e sicuramente meno esperti, potevano ancora fare leva su un inarrivabile pedigree: del resto, erano pur sempre la Germania Ovest due volte campione del mondo e alla terza finale europea consecutiva. Chiunque avrebbe tremato di fronte a loro. E infatti ci volle poco per far impallidire i diavoli rossi: una lucida finalizzazione da parte di Horst Hrubesch portò in vantaggio i tedeschi prima di scendere negli spogliatoi. La Germania Ovest aveva dominato il primo tempo, e stava cuocendo lentamente un Belgio imbarazzato e irriconoscibile. Pfaff dovette estrarre tre miracoli dal suo cilindro (sui tiri di Muller, Schuster e Allofs) per tenere in partita i suoi.

Germany celebrate their win at Europa 80

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Ma alla ripresa delle ostilità, il Belgio riuscì a recuperare terreno sui tedeschi. Al minuto 75 Vandereycken pareggiò su rigore. La Germania Ovest si ritrovò schiacciata dall’inerzia della gara, e aveva le gambe pesanti. Per continuare a respirare, i giovani tedeschi ricorsero a una manovra fisiologica: consegnare le chiavi del match ai piedi di Rummenigge. Il campione del Bayern imperversava sulla fascia sinistra, fino a fare breccia in area di rigore. Una sua giocata sontuosa di tacco propiziò un’occasione da gol per Muller. Mancavano due minuti allo scadere, e coi denti aveva conquistato un corner.
“Mi si affidava sempre il compito di battere i calci d’angolo” raccontò Rummenigge, “perché ovviamente Horst Hrubesch era il nostro mostro aereo all’interno dell’area”. Poco distante dalla bandierina del corner, un fotografo era appostato, sicuro di aver trovato l’inquadratura perfetta sui piedi di Rummenigge. “Gli dissi ‘punta la macchina fotografica su Hrubesch ora’. Mi guardò stupito e mi chiese il perché. Allora risposi ‘puntala lì e basta’”. Se solo il fotografo avesse ascoltato il buon Kalle, avrebbe scattato la fotografia del gol vincente. Avrebbe catturato il minaccioso levitare della parabola di Rummenigge mentre si posava perentoriamente sul capo di Hrubesch. Avrebbe immortalato la rete gonfiarsi assieme ai polmoni scoraggiati dei restanti 10 tedeschi, che seguirono a ruota il loro leader nei festeggiamenti. La Germania Ovest aveva vinto il suo secondo Europeo.
Nessuno aveva dubbi sulla legittimità di quel risultato: l’attacco più perforante aveva trafitto la difesa più legnosa del torneo. Sollevato in tripudio dal calderone festante, Rummenigge fu eletto miglior giocatore dell’Europeo. Lo stesso anno vinse anche il Pallone d’Oro, riconoscimento che vinse anche l’anno successivo. Gli anni ’80 gli avevano spalancato delle porte dorate, ma a separare il paradiso dal purgatorio c’è pur sempre un filo sottilissimo.

Un futuro stregato

Le sfortune iniziarono in finale di Coppa dei Campioni del 1982: una rovesciata del tutto fuori luogo di Rummenigge vanificò un’occasione gol clamorosa, che avrebbe mandato in vantaggio il Bayern sull’Aston Villa. La difesa bavarese finì per capitolare su un tap-in beffardo in extremis. Poche settimane dopo, Rummenigge volò in Spagna per giocarsi la Coppa del Mondo. Spedì la sua ciurma in finale realizzando cinque gol, ma soffrì un infortunio che lo escluse dalla partita decisiva. L’Italia sconfisse la Germania Ovest, e il mondo intero gioì. Il gruppo tedesco era stato avvolto in un fascio di controversie in seguito alle partite contro Algeria, Austria e Francia, che li avevano resi i più memorabili villains nella storia della competizione.

Karl-Heinz Rummenigge, Mondiale 1986

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La Germania Ovest crollò in finale a Messico 1986, e Rummenigge dovette raccogliere l’infame eredità di aver capitanato per due volte una nazionale vice-campione.
Anche le gioie a livello di club si esaurirono precocemente; Rummenigge non tornò mai più in finale di Coppa dei Campioni e il suo ultimo scudetto fu col Bayern nel 1980-81. Nel 1984 fu al centro di uno dei più grandi trasferimenti nella storia del calcio, passando all'Inter per 5,7 milioni di euro, prima di cadere in disgrazia a causa di sciagurati infortuni. Dopo aver lasciato l'Italia giocò un paio di stagioni con il Servette in Svizzera, prima di ritirarsi. Europa 80 rimase per sempre la sua unica, grande stella al petto. Ed è veramente un peccato che la fertile storia calcistica tedesca troneggi sulla sua memoria fino a condannarlo all’invisibilità.
Quella giovane compagine, pecora nera e ribelle dell’epopea tedesca, attraversò una membrana opalescente cadendo nell’indifferenza. Una minaccia di sciopero da parte dei tecnici radiotelevisivi nell'industria televisiva italiana alla vigilia del torneo fece quasi in modo che nessuna delle gare fosse trasmessa in televisione. Il racconto ufficiale della Germania Ovest riassumeva il torneo come "un'orribile deturpazione del calcio". In un certo senso la squadra di Rummenigge fu sfortunata; erano di gran lunga la squadra migliore in uno scenario competitivo alquanto indebolito rispetto agli anni precedenti. Furono messi alla prova solo nelle fasi finali della competizione. Ma come si è soliti dire, si è tanto bravi quanto l’avversario che si batte.
Scritto da: Mike Gibbons (Eurosport UK)
Tradotto da: Lorenzo Rigamonti (Eurosport IT)

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