Era dotato di un destro in grado di cambiare il corso degli eventi, per sempre. E nonostante molti di noi ricorderanno Pelé, Maradona o Beckenbauer come uomini-simbolo di Coppe del Mondo o Europei, Michel Platini ha forse offerto l’immagine più vivida e facilmente accostabile alla competizione europea rispetto a chiunque altro giocatore nella storia. Nel corso degli anni, le Roi si è affacciato a questo torneo sotto differenti spoglie: in qualità di presidente Uefa innescò la riforma che portò Euro 2016 ad accogliere per la prima volta 24 squadre. Questo poco prima di essere esiliato per violazioni etiche che gli fruttarono una sospensione di 8 anni dal calcio. Nel 1992 invece, si presentò all’Europeo in veste di allenatore: sedeva sulla panchina di una Francia corroborata da 8 vittorie consecutive in fase di qualificazione, ma che si sciolse clamorosamente al primo turno in Svezia. Ma ad accostare irreversibilmente il nome di Platini a quello della principale competizione europea per nazioni, sono le sue gesta sfoderate in una memorabile campagna estiva, in qualità di calciatore. Era il 1984, e la Francia ospitava il torneo per la prima volta dal 1960, anno della prima edizione.

Platini, il prodigio

A 16 anni, in pochi avrebbero scommesso sull’avvenire di Platini. Degli scialbi provini avevano affossato le sue chance di emergere dal calderone calcistico d’oltralpe; oltre al demerito, si aggiunse presto anche la sfortuna. Dei problemi cardiovascolari avevano messo a repentaglio la sua carriera anzitempo. Platini aveva varcato il punto di non ritorno senza nemmeno accorgersene. "Mi presentai a Metz per due giorni di prove", ha ricordato in un'intervista a FourFourTwo nel 2008, "e faceva caldo, ci hanno massacrato e non ero molto forte. Dopo la prova hanno fatto questi test cardiovascolari, e siccome ero stanco e non ero abituato a tanto duro lavoro, il mio cuore batteva all’impazzata. Quindi, mi hanno mandato a Nancy per altri test e lì hanno anche detto che era troppo pericoloso e che avrei dovuto rinunciare del tutto allo sport!”.
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Platini, 1978

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Ma la diagnosi fu presto confutata. E fu un peccato capitale per il Metz, che nei mesi seguenti vide il gracile Michel fiorire in un centrocampista offensivo illuminante e prolifico. Platini si accasò alla corte del Nancy, squadra locale per cui aveva giocato il padre Aldo. Giocò lì anche dopo aver completato il servizio di leva ed aver rappresentato la Francia alle Olimpiadi del 1976. L’abnegazione dimostrata nel difendere il gagliardetto francese gli valse la convocazione in Nazionale maggiore. A 23 anni divenne una certezza per il tecnico Hidalgo, e si confermò come una delle poche note positive in un disastroso Mondiale del 1978 concluso al primo turno.
Nel 1979, Platini si caricò i 127 gol messi a segno col Nancy in valigia, e si trasferì al Saint-Etienne, dove l’impressionante filotto di reti continuò. Con 82 gol nelle tre stagioni successive, trascinò il Saint-Etienne a un insperato titolo nazionale nel 1980-81. Aveva una media realizzativa di un gol ogni due tiri, partendo da centrocampo e si era trasformato in uno specialista di calci piazzati. Eccelleva sia di destro che di sinistro e manteneva una forma perfetta sia in fase di finalizzazione che di incursione all’interno dell’area avversaria. A soli 25 anni era maturato in uno dei giocatori più completi che il panorama calcistico internazionale avesse mai potuto ammirare.
A farne le spese fu innanzitutto l’Olanda. Nel 1981, una sua pennellata su punizione qualificò i francesi per la Coppa del Mondo, affossando gli oranje. E non fu una vittoria esente da implicazioni simboliche, poichè si trattava di un passaggio di testimone: gli Olandesi avevano sfoggiato il miglior calcio durante l’intero arco degli anni ’70, e la Francia, guidata dai piedi fatati di Platini, si sarebbe caricata la medesima responsabilità sulle proprie spalle. Alla Coppa del Mondo 1982 incassarono il primo gol del torneo dopo soli 27 secondi. Eppure il terreno francese era talmente fertile di talento da superare persino quel primo shock psicologico. Les Bleus si affermarono come la squadra più spumeggiante del torneo. Ma lo schieramento flamboyant scelto da Hidalgo si dimostrò considerevolmente sbilanciato con il progredire della competizione. Il centrocampo, in particolare, si sfilacciava troppo facilmente. Platini e compagni furono schiantati dalla Germania Ovest, bruciando un vantaggio parziale di 3-1 nei supplementari. La sentenza finale arrivò ai rigori, in una partita che fu incorniciata come una delle "classiche" nella storia del torneo.

Il quadrato magico

Platini era lo spacca-partite al centro del campo, mentre Alain Giresse era l’architetto. Al loro fianco agiva Jean Tigana come centrocampista box-to-box. Il trio aveva bisogno di un equlibratore, capace di mettere il proprio talento a disposizione della squadra. Solo così le loro indiscutibili doti avrebbero potuto affiorare nei momenti che più contavano. Il mediano del PSG Luis Fernandez esordì con i Bleus due mesi dopo la debacle mondiale, e si confermò come antidoto dei patimenti francesi. L’inedito quartetto esordì ad inizio 1984 in un match contro l’Inghilterra, edificando un’intesa pressochè istantanea. Vennero soprannominati le Carré Magique (il quadrato magico).

Michel Platini, Luis Fernandez, Jean Tigana, Alain Giresse

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Confluito in quell’armoniosa amalgama, nessuno aveva dubbi su chi fosse la star del centrocampo francese: la Germania Ovest gli aveva spezzato il cuore nel 1982, ma Platini era pronto a usurpare il trono europeo occupato da Beckenbauer. Platini approdò alla Juventus nel 1982 e conquistò ogni maggiore trofeo messo in palio dal sistema calcistico internazionale. La sua allure napoleonica gli permise di conquistare tre Palloni d’Oro consecutivi, dal 1983 al 1985, confermandosi come capocannoniere di Serie A. L’Europeo 1984 era l’occasione propizia per soppiantare l’egemonia tedesca.
I Francesi erano padroni di casa, e grazie a quell’armonia quadrata ambivano ad arrivare fino in fondo. Si presentarono alla competizione forti di un bottino di 5 vittorie consecutive. Nella fase a gironi Platini sprigionò il suo estro in maniera clamorosa. L’esordio si consumò a Parigi, contro la Danimarca, forza ascendente sul panorama calcistico internazionale. Nelle qualificazioni avevano eliminato l'Inghilterra e avevano battuto la Francia 3-1 a Copenaghen, grazie a una prestazione che il tecnico inglese Bobby Robson definì "agghiacciante". Era una nazionale satura di potenza offensiva, con Allan Simonsen, Preben Elkjær e Michael Laudrup; ma i danesi erano ben consapevoli che prima o dopo avrebbero dovuto escogitare un metodo per incatenare Platini. L'ingrato compito fu affidato al loro centrocampista Klaus Berggreen.
"È stato fantastico", dice Berggreen di Platini. "Da quella partita osservai che i suoi movimenti erano sempre diagonali, muovendosi in quel modo poteva sempre tenermi dietro di sé. Era così intelligente nel modo in cui si muoveva. Penso che sia stato il miglior torneo che abbia mai giocato, era così forte ... ed è stato anche fottutamente fortunato." Quella fortuna si riversò sul campo al 78 ° minuto. Berggreen perse una palla sanguinosa in fase di progressione. Giresse arpionò la palla vagante e servì un Platini smarcato, il cui tiro – sporcato dalla scivolata di un difensore danese - spiazzò il portiere Ole Qvist rotolando beffardamente alle sue spalle. Quel gol fu il propulsore che Platini e un’intera nazione attendevano da anni.

"Ero il miglior giocatore al mondo"

Non servì l'aiuto della fortuna nelle seguenti partite disputate dalla Francia di Platini. Le Roi segnò due triplette facendo decollare un intero movimento calcistico. La prima arrivò in un pokerissimo inflitto al Belgio in quel di Nantes. La seconda in match tiratissimo contro la Jugoslavia: Platini fece tris in un fazzoletto di 18 minuti. Devastò la difesa avversaria grazie al colpo che gli venne cucito come trademark: si trattava di un calcio di punizione fluttuante appena sopra la barriera, che si depositava nell’angolino della porta. Aveva raffinato quella tecnica in allenamento, utilizzando dei manichini di legno al fine di simulare la barriera. Fu quella particolare soglia di dedizione ad elevarlo sopra il resto dei suoi compagni.

Platini, Hidalgo

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Nessuno ne era più consapevole di Platini. "Non è che mi considerassi il miglior giocatore del mondo", dichiarò a FourFourTwo. "Ero il miglior giocatore del mondo. Cos'altro vuoi che dica?! Ero pieno di fiducia in me stesso: sapevo di poter gestire la partita; sapevo di poter segnare". Platini era un personaggio enigmatico. Fuori dal rettangolo di gioco era un apatico, incallito fumatore; ma nello spogliatoio era un inesauribile burlone.
Questo ritratto decadeva nell’arco dei 90’, quando si trasformava in un leader vocale e sfrontato: braccava i suoi con urla e spintoni, manteneva la tensione alta e la disciplina in riga. Il suo talento nascosto consisteva nel convincere i suoi compagni a seguire il suo comando con una facilità eclatante. E come tutti i grandi condottieri, era stato benedetto da un senso della posizione e del tempo strabiliante. Quest’ultima caratteristica si manifestò nel match successivo.
Per l’edizione del 1984, l’Uefa aveva reintrodotto il palcoscenico delle semifinali. Una decisione che si si dimostrò vincente. La semifinale tra Francia e Portogallo giocata allo Stade Vélodrome di Marsiglia viene ancora oggi ricordata come una delle partite più spettacolari nella storia del torneo. Era giugno, e il sole della costa francese veniva divorato poco a poco dall’oscurità. I tifosi accalcati sugli spalti dello stadio cavalcarono quella sottile, tesissima linea tra luce e ombra per due ore indimenticabili. Un’atmosfera che rispecchiava benissimo la traiettoria della gara.
Jean-François Domergue, terzino sinistro francese, portò in vantaggio la truppa bleu dopo 25 minuti di gioco, con una punizione potente nell’angolino. Da lì, la Francia sfiorò più volte il raddoppio ma fu neutralizzata sul più bello da un perentorio Manuel Bento, portiere dei lusitani. A 15 minuti dalla fine, infragilita da un vantaggio risicato, la Francia incassò sul colpo di testa di Rui Jordão. Sul finale, Bento deviò una conclusione di Didier Six sulla traversa, per mandare le squadre ai tempi supplementari. Durante il primo quarto d’ora il Portogallo riuscì a esprimere il suo miglior calcio e Jordão colpì ancora con una coordinazione ad alto coefficiente di difficoltà che punì Joël Bats nell'angolo più lontano. Un’uscita disperata dello stesso Bats su Nenè pochi minuti dopo salvò la Francia dal baratro.
A sei minuti dalla fine, con alle spalle un’intera nazione in apnea, i Bleus riversarono un’ultima, monumentale carica verso l’area portoghese. Fu Domergue a sbattere dentro la palla del pareggio, riportando ordine all’interno di un’area di rigore impossessata da una carambola impazzita e da corpi arenati dalla fatica. A un minuto dalla fine, e con la prospettiva dei calci di rigore appena due anni dopo il deragliamento con la Germania Ovest, Fernández trovò Tigana libero nella metà campo portoghese.
Tigana era ciò che Hidalgo definiva come il cuore pulsante della squadra francese. Si avventò sulla difesa portoghese in cerca di un passaggio filtrante per Platini, che fu intercettato. Ma Tigana raccolse la palla vagante e si lanciò sul lato destro dell'area di rigore portoghese. Poi scaricò la palla al limite dell'area piccola, dove Platini era riuscito a ritagliarsi un fazzoletto di terreno tutto per sé. Circondato da una difesa portoghese in preda al panico e stordita dal latrato del pubblico di casa, Platini rimase lucido e freddo. A poche frazioni di secondo dalla gloria, si concedette un istante per controllare comodamente la palla, raddrizzare il proprio bacino verso la rete e insaccare alle spalle di Bento, spedendo la Francia in Paradiso.

Michel Platini celebrates his goal against Portugal

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Quel gol, e la conseguente detonazione di gioia sugli spalti del Vélodrome fu accompagnato dallo storico commento di John Motson (BBC), strozzato a metà tra euforia e commozione: "Di nuovo Tigana," inizia. "Tigana ... Tigana ... Platini ... GOL! Platini per la Francia! Manca solo un minuto! È 3-2! Non vedevo una partita del genere da anni!". Quando Motson tradì il suo solito stile di trasmissione pacato e calcolatore per l'esclamazione culminante di "GOL!", tutti si resero conto dell’enormità del momento. Platini aveva salvato la Francia dall’agonia dei rigori e si era assicurato il posto in finale.

L’incoronazione di Platini

Ad attenderli in finale c’era la Spagna, che veniva da una grande cavalcata partita dalla fase a gironi. In semifinale contro i danesi partirono come sfavoriti, ma riuscirono a strappare il biglietto per la finale alla lotteria dei rigori.
La finale di Parigi seguì inevitabilmente un climax discendente, con entrambe le squadre impegnate a smaltire la sbornia delle concitatissime partite disputate pochi giorni prima. La Francia fecce breccia nel muro spagnolo quasi per sbaglio: il calcio di punizione rasoterra di Platini sgusciò sotto il corpo del portiere spagnolo Luis Arconada al 57 ', portando i padroni di casa in vantaggio.
La Francia doveva sopravvivere agli ultimi cinque minuti in inferiorità numerica dopo l'espulsione di Yvon Le Roux. Nell'ultimo di quei cinque, Tigana lanciò ancora una volta in avanti Bruno Bellone, solo davanti al portiere. Bellone giustiziò Arconada firmando il 2-0. Partita chiusa. La Francia aveva vinto Euro 84, una vittoria attesa da tanto, troppo tempo. La nazione impegnatasi più di chiunque altra per promuovere la competizione internazionale nel calcio europeo aveva finalmente vinto uno dei tornei che aveva partorito. Erano passati 57 anni da quando Henri Delauney, l'allora presidente della Federcalcio francese, aveva proposto per la prima volta una competizione internazionale per le nazioni europee. A Parigi, Platini sollevò il trofeo che portava il suo nome.

Michel Platini, 1984

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Quel gol di Bellone, l’ultimo di quell'estate europea dei bleus, rimase l’unica marcatura firmata da un attaccante francese in tutto l’arco della competizione. Spettava al capitano - che quel giorno tutti incoronarono re – decidere le partite. I 9 gol segnati da Platini resistono ancora oggi come record del torneo. Solo Cristiano Ronaldo ha raggiunto quota 9 gol segnati nella competizione, ma ha avuto bisogno di più edizioni per realizzarli.
La disinvoltura con cui Platini demolì, una dopo l’altra, le difese di quell’Europeo, non fu mai eguagliata da nessun altro personaggio che varcò i cancelli della competizione. Dall’inizio alla fine del torneo, andò in scena un one-man show. Nell’anno solare del 1984, la Francia sconfisse tutte le 12 squadre che trovò sul suo cammino, segnando 27 gol e subendone solo 4. Platini era il punto focale di una delle nazionali più spontanee e letali dell'era moderna. "Era una squadra completa, con un bel sistema di gioco", dichiarò Le Roi. "Dovevamo giocare un buon calcio per vincere le partite. Se non avessimo giocato un buon calcio, non avremmo mai vinto, perché non avevamo una squadra in grado di fermarsi, difendere e cercare il contropiede. Ma avevamo undici giocatori che si esprimevano bene e avevano una buona tecnica. Era un calcio diverso a quei tempi, e mi piaceva ".
In quel momento, Platini raggiunse l’apice della sua carriera da giocatore. Un anno dopo segnò il gol della vittoria nella finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool all'Heysel Stadium, in una partita che non avrebbe mai dovuto continuare. Ai Mondiali del 1986 la squadra francese vinse la terza del loro grande triumvirato di partite battendo il Brasile ai rigori a Guadalajara, con Platini che segnò nel giorno del suo 31esimo compleanno. Persero poi la semifinale contro la Germania Ovest, concludendo ​​terzi. Il suo trono era talmente alto che, quando la FIFA lo ha bandito da tutte le attività calcistiche nel 2015 per aver accettato un pagamento di due milioni di dollari da Sepp Blatter, tutti udirono un tonfo fragoroso.
Scritto da: Mike Gibbons (Eurosport UK)
Tradotto da: Lorenzo Rigamonti (Eurosport IT)

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