Esistono pochi, primordiali impulsi che spronano a sposare la causa di una squadra. Il senso d’appartenenza è sicuramente uno di questi. L’opportunità di dare voce a una nazione sfruttata o denigrata in un momento storico non favorevole potrebbe essere un’altra valida ragione. Tuttavia, esistono pochi combustibili di tifo efficaci quanto il desiderio di vendetta. La redenzione di un giocatore o di un intero paese devono coricarsi in un letto di miseria storico, per dinamiche o estensione.
Per completare il suo riscatto, l’Olanda avrebbe dovuto qualificarsi a una competizione internazionale. Impresa non scontata, a fine anni ’80. Tale decade aveva defraudato l’enorme eredità degli oranje, usciti al primo turno di Europa 80 e non qualificati per altre principali competizioni fino all’88, dopo che il Calcio Totale degli anni ’70 li aveva consegnati a due finali mondiali consecutive.

Il prodotto della scuola Ajax

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02/06/2021 A 20:46
Marco van Basten fu uno dei più brillanti prodigi ad affermarsi all’ombra della generazione di Cruyff. Debuttò a soli 16 anni con la maglia dell’Ajax e da lì non si fermò più: 152 gol in 172 presenze nei primi 6 anni sotto l’egida dei Lancieri. Una raffica di 37 gol in sole 26 partite di campionato gli valse la Scarpa d'Oro europea nella stagione 1985-86 e il suo colpo di testa contro il Lokomotiv Lipsia ad Atene nel 1987 lanciò l'Ajax verso la vittoria della Coppa delle Coppe.
Le sue peculiarità lo rendevano un prototipo ideale di centravanti. Gambe poderose, atleticisimo straripante distribuito su 187 cm di altezza. Van Basten aveva il potere di terrorizzare le retroguardie avversarie sia per via aerea – specialmente su cross e calci piazzati – che via terra – con un’accelerazione impressionante specie negli ultimi metri di campo. Ambidestro, poteva finalizzare agevolmente in qualsiasi situazione. Possedeva ottime doti di dribbling e di passaggio, era una minaccia in profondità e tra le linee avversarie.

Johann Cruyff, Marco van Basten, Ajax

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Il suo dono fisico era allineato perfettamente con una ferrigna cultura del lavoro. Fin dall’adolescenza, van Basten era ossessionato dall’interminabile ricerca della massimizzazione del proprio potenziale. Nella suggestiva opera "Marco’s Room" di Hugo Borst, pubblicata su Hard Gras a metà degli anni Novanta, l'autore fa un giro della camera da letto di van Basten. La stanza, conservata dal padre, è diventata un reliquario colmo di medaglie, premi, magliette e nostalgia. Ma accanto ai sudati cimeli, è possibile trovare anche le sudate carte: centinaia, migliaia di file contenenti registrazioni e appunti degli avversari che Marco avrebbe dovuto sfidare. E’ possibile reperire il resoconto dei suoi gol, delle strategie della sua squadra o le classifiche parziali del campionato. Un fascicolo in particolare balzava subito all’occhio: era intitolato “FINTE”, e conteneva annotazioni su come eludere marcature difensive di ogni tipo. Il suo repertorio di trucchi si fermava a 14. “14 finte, ispirate da giocatori del calibro di Didier Six, Johann Cruyff e Ruud Krol o da dilettanti dell’Utrecht come Haub Mess, Marcel le Duc e qualcuno di nome Pieter. Alcune delle finte sono intelligibili, altre sono descritte in modo criptico. Furono la sua fortuna".Nell'estate del 1987 van Basten atterrò a Milano.

"Dopo aver saltato gran parte della stagione, è più determinato che mai"

Alla prima stagione in Serie A van Basten conobbe una fila persistente di infortuni che l’avrebbero tormentato per il resto della carriera. Il Milan vinse lo Scudetto, ma van Basten fu limitato a sole 11 presenze in campionato, a causa di cronici problemi alla caviglia. Superato l’intervento chirurgico tornò in campo ben lontano dalla condizione fisica ottimale. Michels lo convocò in nazionale affidandogli un ruolo alquanto marginale. Van Basten avrebbe fatto la riserva alle spalle di Johnny Bosman. La compagine oranje era imbottita di nomi vincenti: Hans van Breukelen, Berry van Aerle, Ronald Koeman e Gerald Vanenburg avevano vinto la Coppa dei Campioni con il PSV Eindhoven un mese prima di Euro 88, mentre il fratello di Koeman, Erwin, militava nella squadra del Mechelen che aveva appena alzato la Coppa delle Coppe.
Ma il nome più altisonante era sicuramente quello di Ruud Gullit: compagno di squadra di van Basten alla corte rossonera, si era trasferito in Italia per una cifra record di 13,5 miliardi di lire, candidandosi a Giocatore Europeo dell’Anno. Alla vigilia del torneo, Gullit affermò che Marco avrebbe potuto essere la chiave per tornare alla gloria internazionale: “Possiede un’abilità speciale nel centrare i target e creare spazio dove sembra che non ci sia alcun spiraglio", disse Gullit. "Dopo aver saltato gran parte della stagione, è più determinato che mai”.
Michels dovette presto aggrapparsi a tale tecnica e determinazione: nel match d’esordio a Colonia gli olandesi crollarono sotto il colpo di Vasyl Rats, dell’Unione Sovietica. A Dusseldorf gli oranjes si sarebbero giocati il tutto per tutto contro l’Inghilterra, anch’ella sconfitta nel primo match dei gironi per mano dell’Irlanda. E questa volta, van Basten fu schierato titolare. Fu un match che cambiò la traiettoria della sua carriera.
"Da quella partita in poi, a Euro 88 filò tutto liscio", dichiarò in un'intervista a FourFourTwo nel 2017. "Il mio gol nella finale contro l'Unione Sovietica è il gesto di cui tutti si ricordano, ma ogni partita è importante”.Van Basten rase al suolo la nazionale inglese, segnando una tripletta in una vittoria per 3-1; un 21enne Tony Adams, designato a marcarlo, fu sciolto dall’umiliazione nel bel mezzo di un pomeriggio torrido.

Marco van Basten

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Fu una partita ben più combattuta di quanto il risultato finale suggerisce. Lineker e Hoddle scheggiarono entrambi il palo quando la partita era ancora ferma sullo 0-0. Il primo gol di van Basten fu insaporito da una deviazione cruciale di Gary Stevens, mentre il secondo pareva in fuorigioco. Nella partita successiva gli olandesi furono baciati dalla fortuna altre due volte. Nel primo tempo il colpo di testa dell’irlandese Paul McGrath si stampò sul palo e fu in qualche modo allontanato da una tormenta di gambe che oscillavano selvaggiamente dalle parti del portiere olandese van Breukelen. A nove minuti dalla fine, un colpo di testa di Wim Kieft dopo un tiro maldestro di Ronald Koeman allineò la palla su una traiettoria stregata che finì per battere Bonner depositandosi violentemente in rete.
Quella rete qualificò l’Olanda a discapito dell’Irlanda. E rimase, straordinariamente, l’unico gol non realizzato o assistito da van Basten in tutto l’arco della competizione. Ma persino in quel frangente Marco si era dimostrato determinante, posizionandosi sulla linea del fuorigioco e distraendo la linea difensiva in favore dello stacco di Kieft. Quei colpi di fortuna non solo lanciarono gli olandesi in semifinale, ma fecero pendere l'inerzia dalla loro parte: un alleato indispensabile in vista di una violentissima collisione col peso della storia.

Più importante di una partita di calcio

La Germania Ovest, padrona di casa e favorita del torneo, aspettava gli olandesi ad Amburgo. Dopo la Coppa del Mondo in Messico due anni prima, il loro manager Franz Beckenbauer era scoppiato a ridere incredulo quando un giornalista che lo intervistava tirò fuori una lista di giocatori che li aveva portati in finale. Due anni sono un lunghissimo corridoio di tempo nel calcio internazionale; a Euro 88 i tedeschi avevano assemblato una potenza strepitosa, l’ossatura che avrebbe permesso loro di salire sul tetto del mondo due anni dopo.

Ronald Koeman

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Rudi Voller e Jurgen Klinsmann erano il tandem offensivo più prolifico del mondo, mente Lothar Matthaus e Olaf Thon erano irriducibili forze magnetiche nel cuore del campo. Jurgen Kohler amministrava la difesa a quattro, e sulla sinistra si muoveva Andreas Brehme, uno dei più solidi e temibili terzini in circolazione. Dopo un pareggio per 1-1 nella partita di apertura del torneo con l'Italia, i tedeschi avevano concluso il gruppo con vittorie consecutive per 2-0 sulla Danimarca a Gelsenkirchen e sulla Spagna a Monaco.
Amburgo, luogo della disputa, divenne l’epicentro di una rivalità che perdurò il corso della storia. In palio non c’era solo l’accesso alla finale: c’era la possibilità di riscattare quattro anni di frizioni mai risolte fino in fondo. Come nel 1974, entrambe le squadre segnarono dal dischetto: Matthaus al 55°, Ronald Koeman al 74°. Entrambi gli episodi che propiziarono i tiri dagli 11 metri erano a dir poco dubbi. Ciò non fece altro che aumentare la tensione, improvvisamente troncata dalla folgore di van Basten, a due minuti dalla fine.
Jan Wouters raccolse la palla nella metà campo tedesca, prima di far partire un filtrante diretto al lato destro dell’area di rigore. Van Basten stava accorrendo sul pallone, inseguito da Kohler. Il cross sembrava leggermente fuori dalla sua portata. In un tentativo disperato, van Basten scivolò sul manto verde del Volksparkstadion, anticipando tutti. La palla infilò Eike Immel in uscita depositandsi in porta. Lo stadio eruttò in tripudio.
“Il gol di van Basten è stato un perfetto esempio di tempismo e coordinazionetestimoniò Michels nel dopopartita. La scelta di anticipare la conclusione anziché rincorrere la sfera sul fondo, colse Immel di sprovvista. Il portiere tedesco fu battuto più per sorpresa che per accuratezza tecnica. Quel colpo di genio arrivò col perfetto tempismo, poiché non concesse alla Germania Ovest alcun secondo per reagire. Gli olandesi erano in finale.
In Football Against the Enemy, Simon Kuper scrive che oltre nove milioni di olandesi scesero nelle strade e nelle piazze per festeggiare quella mirabolante vittoria. Fu il più folto assembramento pubblico da quando la nazione era stata liberata nella Seconda Guerra Mondiale. Ad Amsterdam, la folla sollevò le biciclette in aria gridando "Evviva, ci siamo ripresi le nostre biciclette!", facendo riferimento alla confisca di tutte le biciclette nel paese durante l'occupazione.
Ad Amburgo, il gruppo oranje festeggiò come se avesse vinto una finale. Gullit affittò un nightclub come premio per i propri compagni, nonostante la finale distasse soli quattro giorni. Il più trasandato della serata fu di certo Ronald Koeman, che a fine gara scambiò divisa con Thon solo per far finta di usarla come carta igienica davanti alle telecamere. Erano gli apici di un’estasi irripetibile, la catarsi raggiunta da un’intera nazione sembrava aver sdoganato qualsiasi tipo di fanfare ed eccessi.
A frenare la manifestazione euforica fu proprio Michels. "Ci disse: 'ragazzi, spero che abbiate passato una serata meravigliosa, ma fatemi un favore'", ricordò van Breukelen. "C'è la possibilità, che per la prima volta nella storia olandese, con la nazionale olandese, possiamo vincere una finale?' E in quel momento tornammo con i piedi per terra. La seguente partita era la più importante. Era bello battere i tedeschi , e tutti la giocammo come se fosse una vera finale, ma quella vera e propria doveva essere ancora giocata ".

L’ora degli eroi

In testa ad un amalgama di talento ed eccentricità Michels riuscì a mantenere controllo e stima dell’intero gruppo. 24 ore prima della finalissima, la squadra gli regalò un orologio d’oro. 24 ore dopo, gli regalarono il titolo europeo. Van Basten e compagni avrebbero affrontato l’URSS in finale, in un rendez-vous del match d’esordio consumatosi solo due settimane prima. Nonostante la precedente imbarcata, l’Olanda schierava in campo un fronte impressionante, con la pallottola impazzita di van Basten tornato nell’undici titolare. A Monaco, il suo talento e la sua testardaggine di fronte alle avversità, ripagarono anni di delusioni.

Olanda, Euro 88

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Gli olandesi salirono al comando attorno al 32° minuto. Il cross arcuato di Erving Koeman trovò van Basten sul secondo palo. Quando restituì il cross alla bocca della porta, Gullit incornò la palla di testa con una tal ferocia da bucare le mani al portiere Rinat Dasayev. Al nono minuto della ripresa salì in cattedra van Basten: l’esperto centrocampista Arnold Muhren si involò sulla fascia sinistra e scagliò un cross diretto sul secondo palo. La palla ingannò persino le telecamere per una frazione di secondo: piombò dal nulla come un finissimo chicco di grandine sul piede di van Basten. Senza alcuna esitazione, l’olandese colpì la sfera al volo, di collo pieno. Disegnò un arcobaleno che scavalcò Dasayev, allora uno dei portieri più forti in circolazione.
Quell’arco funambolico aveva appena pizzicato l’apice del calciatore van Basten: il prodigio, il trascinatore, l’uomo che regalò la redenzione a un popolo riscattando persino sé stesso lungo il tragitto. Istanti dopo il gol, persino il granitico e metodico Michels dovette allontanarsi dalla panchina per dare alito ad un’esclamazione di stupore. Spalancò la bocca, si portò le mani in testa. Nessuno poteva crederci. Una conclusione così angolata e così ben calibrata, non si era mai vista su un palcoscenico di tale importanza. Un palcoscenico dal quale passarono squadre meglio attrezzate, ma sicuramente non tanto iconiche quanto quella olandese. Gli oranjes potevano contare sul capocannoniere del torneo van Basten, che aveva appena realizzato il più grande gol nella storia del torneo giocando in coppia con Gullit, il giocatore più costoso del mondo e detentore del Pallone d'Oro. Accanto a Ronald Koeman al centro della difesa si stagliava l’imperiosa ed elegante figura di Frank Rijkaard, che presto si sarebbe unito a Gullit e van Basten al Milan per formare il cuneo olandese in una delle più formidabili squadre della storia.
La partita terminò 2-0, e l’Olanda alzò quello che ad oggi rimane ancora l’unico titolo internazionale di rilievo nella storia oranje.

Il gol di Marco Van Basten

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Una vita calcistica stroncata presto

Gullit, Rijkaard e Koeman si classificarono tutti tra i primi 5 nomi del Pallone d’Oro alla fine del 1988. Il premio fu vinto inevitabilmente da van Basten. Per radicare ancor di più quell’essenza hipster attorno alla squadra, i Paesi Bassi avevano sfoggiato una delle magliette più folkloristiche della storia del torneo. Una nuova scuola di design grafico stava iniziando a ritagliarsi spazio tra i disegni delle divise da calcio e il mosaico arancione neon ideato da Adidas fu accolto da stampa e appassionati come qualcosa di visionario. La rarità di quel motivo arancione non fece altro che aumentarne il valore; gli olandesi lo indossarono solo per le cinque partite di quell'Europeo, rendendolo riccamente evocativo.

Frank Rijkaard, Marco van Basten, Ruud Gullit

Credit Foto Imago

L'estate del 1988 fu il palcoscenico tanto atteso da van Basten, che gli consentì di affermarsi come il più grande attaccante della sua generazione. Vinse due coppe europee consecutive con il Milan nel 1989 e nel 1990 e divenne il primo giocatore dopo Cruyff e Platini a vincere il Pallone d'Oro per tre volte. La costruzione di quella reputazione, tuttavia, ricadde sulle sue spalle sottoforma di un pesante costo personale. Quando gli interventi da dietro non erano ancora passibili di espulsione, tutti i difensori avversari infierirono sulle già martoriate caviglie di van Basten. Fu costretto a sedere per la maggior parte della stagione 1992-93 e un'apparizione da sostituto contro il Marsiglia nella finale di Champions League di quella stagione fu la sua ultima apparizione europea in assoluto. Aveva solo 28 anni.
Due anni dopo annunciò ufficialmente il suo ritiro e salutò i tifosi del Milan in una partita casalinga nell'agosto 1995. Fabio Capello, l'allenatore del Milan che aveva lavorato con van Basten all'inizio degli anni Novanta, scoppiò in lacrime a bordo campo. Fu una tragedia per il calcio: un tale talento venne privato dei principali anni della sua maturazione.
Alla fine, van Basten ha reso il mondo del calcio un posto migliore. Lo ha adornato di una bellezza intraducibile ancora oggi e, sebbene abbia pagato una pesante tassa personale, la fine prematura della sua carriera innescò un rapido cambiamento di regole. Le leggi sul contrasto da dietro e le relative sanzioni vennero presto modificate per tutelare i calciatori. E sebbene questo sia un traguardo da riconoscere e festeggiare, è ancora incredibilmente commovente domandarsi quali altezze avrebbe potuto raggiungere van Basten, non fosse stato falciato verso una pensione anticipata.
Scritto da: Mike Gibbons (Eurosport UK)
Tradotto da: Lorenzo Rigamonti (Eurosport IT)

Il gol di Van Basten che cambiò la storia del Milan

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