A metà anni ’80, il calcio danese si sollevò dalle torbide acque amatoriali che ne avevano contraddistinto la storia per affermarsi finalmente sui più luccicanti palcoscenici internazionali. Con l'avvento di Sepp Piontek sulla panchina danese, una nuova generazione di prodigi maturò e appassì quasi simbioticamente, in un batter di ciglia. La generazione dorata riuscì a togliersi diverse soddisfazioni: raggiunsero le semifinali di Euro 84, e parteciparono alla Coppa del Mondo ’86, ridendo in faccia al celeberrimo girone della morte.
L’ultimo nome ad essere escluso dalla lista dei convocati di quell’anno fu proprio quello di Peter Schmeichel: un portiere 22enne sbucato dalle ceneri della seconda divisione danese, trascinatore del piccolo club Hvidovre alla promozione. Esiliato dall’altra parte dell’Atlantico, Schmeichel guardò la sua Nazionale affondare nel secondo turno per 5-1 contro la Spagna, in una partita che obbligò i danesi a schierare il terzo portiere Lars Hogh, scelto prima di lui.
Al tempo, Schemichel era un calciatore part-time: la gran parte dei club danesi si attestavano su livelli semi-professionistici. Il giovane portiere dovette completare il servizio di leva e si sporcò le mani in una moltitudine di lavoretti, incluso un posto d'ufficio al WWF.
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Nel 1987 approdò al Brondby: il trasferimento lanciò la sua carriera da portiere full-time. Dopo una serie di eccellenti prestazioni, grazie alle quali il Brondby raggiunse la soglia delle semifinali di Coppa Uefa nel 1991, il portierone danese strizzò l’occhio a Sir Alex Ferguson, che lo portò a Manchester per una modica cifra di 500mila sterline. Ad anni di distanza, in virtù del ritorno di questo trasferimento, Ferguson lo etichetterà come “l’affare calcistico del secolo”.

Peter Schmeichel con il trofeo Charity Shield, 1993

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A quel punto Schmeichel si era imposto come prima scelta per proteggere la porta della nazionale danese. Fu convocato per Euro 1988 e fece registrare una presenza nell’ultima partita del girone contro l’Italia, quando i danesi avevano già perso la possibilità matematica di avanzare al turno successivo. La prova che lo storico nucleo della “dinamite danese” aveva imboccato una parabola discendente emergeva con evidenza dall’esito di quel torneo, in cui la Danimarca perse tutte e tre le partite della fase a gironi. Nei tre anni a seguire, quasi tutto il gruppo di Euro 1988 venne smantellato: i giocatori si allontanarono dall’orbita della nazionale per motivi d’età, ritiri o infortuni. I danesi non riuscirono a qualificarsi per il Mondiale del 1990 dopo una dolorosa sconfitta contro la Romania a Bucarest; quel naufragio portò Piontek a rassegnare le dimissioni.
L’impatto del nuovo ct, Richard Møller Nielsen, fu a dir poco catastrofico: in poco tempo entrò in rotta con Michael e Brian Laudrup; i due si congedarono dalla propria nazionale quando erano ancora nel vivo della propria carriera. Con i due portabandiera designati a traghettare la Danimarca nel nuovo decennio usciti di scena clamorosamente, la nazionale fu sbattuta fuori dalla Jugoslavia nei gironi di qualificazione di Euro 1992.Ma la rosa schierata in quel frangente era destinata a dei cambiamenti radicali, causati da degli sviluppi improvvisi sullo scenario internazionale.

Una rivoluzione improvvisa

Il 10 novembre 1989, il mondo si svegliò dal torpore della storia. Durante la notte il Muro di Berlino aveva cominciato a sgretolarsi pezzo per pezzo, sotto le picconate di un popolo stretto attorno alle speranze di unificazione. Una dopo l’altra, le dittature delle repubbliche e degli stati-satellite sovietici cominciarono a cadere. Sul rettangolo verde, la nazionale sovietica si era già qualificata per Euro 1992, ma dal 1991 l’URSS si era dissolta per sempre. Al torneo si presentò la Comunità degli Stati Indipendenti, per conservare quell’impressione di coesione ormai contraddetta dal sentito progredire della storia.

Danimarca, Euro 92

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Nemmeno la Jugoslavia riuscì a prendere parte al torneo. Le tensioni covate per tutto il periodo della Guerra Fredda nell’area dei Balcani avevano fatto esplodere il più aspro conflitto dopo la Seconda Guerra Mondiale. Appena 11 giorni prima dell’inaugurazione dell’Europeo, la Jugoslavia venne squalificata. A rimpiazzarli fu proprio la Danimarca, la nazione che più si era avvicinata a quell’Europeo in fase di qualificazione e che perciò venne ripescata. Il plotone danese, dopo essersi sciolto prematuramente, venne subito richiamato all’ordine. Ma visti i risultati degli ultimi anni, nessuno elargiva loro una minima chance di vittoria finale.
"Ricevetti la chiamata", ricordò Brian Laudrup, ritornato in nazionale ad aprile. "Rapporto domani a Copenaghen, abbiamo una settimana per prepararci. E pensavo: 'Non abbiamo alcuna possibilità'.Quando ci incontrammo per la prima volta, Richard Møller Nielsen si trovava al centro del campo. Disse: "Chiariamo una cosa. Andremo in Svezia per vincere tutto". E stavamo tutti ridendo. In quel momento penso che avesse fissato nero su bianco i sogni e i pensieri su cui avremmo potuto fare affidamento per compiere l'impossibile. "
Senza il fratello di Brian, sarebbe stata comunque un’impresa ardua. Michael Laudrup aveva appena guidato il Barcellona verso la sua prima Coppa dei Campioni. All'epoca era probabilmente il miglior giocatore in Europa, ma essere il punto focale per il club e la nazionale era una richiesta troppo pesante per le sue spalle.
La Danimarca aveva altri giocatori utili in campo, come Flemming Povlsen del Borussia Dortmund e il capitano e libero Lars Olsen del Trabzonspor. Il gruppo non poteva contare sulla stessa potenza di fuoco del 1986, perciò aderiva a una filosofia più contropiedista piuttosto che al gioco sbilanciato in avanti di sei anni prima. E soprattutto, Møller Nielsen si ritrovava un asso significativo nella manica; aveva a disposizione il miglior portiere del mondo.

"Erano un po’ arroganti nei nostri confronti"

Schmeichel registrò un clean sheet nel match d’esordio pareggiato 0-0 contro l’Inghilterra. Le sciagure della Danimarca sotto porta continuarono nel secondo match contro i padroni di casa della Svezia. Questa volta però, Tomas Brolin non fu clemente nei confronti di Schmeichel: infilò il portiere danese appena scoccata l’ora di gioco, decretando una vittoria di misura per 1-0. I danesi a quel punto avevano le spalle al muro. Avrebbero fronteggiato la Francia nell’ultimo match dei gironi. Guidati da Le Roi Michel Platini, i bleus avevano ottenuto 8 vittorie consecutive nelle qualificazioni. Erano i favoriti per la vittoria finale del torneo e non si trattenevano certo dall’esprimerlo.

Peter Schmeichel

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"La Francia, nel tunnel che dava sul campo, era un po’ arrogante nei nostri confronti", testimoniò Schmeichel alla BBC nel 2012. "Avevamo Sivebæk che giocava nel campionato Francese all'epoca, si avvicinarono a lui e gli dissero ‘Non essere troppo duro con noi oggi, perché dobbiamo giocare la semifinale”. Era il momento di imporsi sul campo, di infrangere quella proiezione che vedeva il destino scorrere secondo le aspettative dei più.
Henrik Larsen mandò in vantaggio i danesi, prima del pareggio firmato da Jean-Pierre Papin. Ai fini della qualificazione, un punto sarebbe stato sufficiente per i francesi, ma furono beffati a soli 12 minuti dalla fine. Il centravanti danese Lars Elstrup, che si sarebbe ritirato dal calcio a soli 30 anni inseguendo una setta spirituale, insaccò il cross di Povlsen con una conclusione ravvicinata. I danesi fecero abdicare gli spocchiosi sovrani francesi, mentre la Svezia batteva gli inglesi a Solna, consegnando il passaggio del turno nelle mani di Schmeichel e soci.
A Göteborg i danesi avrebbero sfidato i campioni uscenti dell’Olanda. Gli oranjes avevano battuto la Germania unificata per 3-1 nell’ultima gara dei gironi. Quando la Germania avanzò alla finale battendo i padroni di casa, tutti anticiparono lo snodo più ovvio: olandesi e tedeschi si sarebbero riaffrontati in finale, in una definitiva e catartica resa dei conti. Ma nessuno aveva fatto i conti con l’oste. La Danimarca viveva in un’isola tutta per sé, separata dalle tensioni politiche e calcistiche. Giocavano a golf nel tempo libero, e il ct danese invitò tutti i giocatori al Burger King il giorno prima della semifinale. Non si sarebbero scollati da quel trofeo tanto facilmente.
Larsen portò in vantaggio i danesi per due volte, e gli olandesi riacciuffarono il risultato altrettante volte. Sul finale, i danesi erano sfiancati. Avevano perso Henrik Andersen, pilastro difensivo, a causa di un cruento infortunio che gli valse la rottura della rotula. Al pareggio di Rijkaard, il destino dell’incontro superò la soglia dei tempi regolamentari: la lotteria dei rigori avrebbe assegnato il passaggio del turno.
"Devo dire che siamo stati abbastanza fortunati ai calci di rigore", disse in seguito Schmeichel, "perché il portiere olandese, Hans van Breukelen, ha effettivamente pizzicato con la mano ben tre dei nostri tiri. In circostanze normali, col bacio della Dea Bendata, ne avrebbe salvati tre. Ma non è successo. " Invece, l'unica parata dal dischetto fu realizzata da Schmeichel. Quando deviò il tiro di Marco van Basten a lato del palo, spedì la Danimarca in vantaggio. Il loro difensore centrale Kim Christofte in seguito trasformò il rigore vincente. In un’atmosfera surreale, i danesi avanzarono in finale.

Peter Schmeichel

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Il sogno diventa realtà

Gli olandesi erano stati solo l’ultima in una lunga serie di squadre che avevano commesso l'errore di sottovalutare i danesi. In campo si notava che gli oranje non esultarono nemmeno in occasione del doppio pareggio dei tempi regolamentari. A pochi minuti dalla finale, Schmeichel si accorse che anche i tedeschi stavano per imboccare la stessa, pericolosissima, strada. I tedeschi pensano di dover solo presentarsi qui per ritirare le medaglie d’oro”, spiegò il portiere danese. “Francesi e olandesi hanno adottato lo stesso approccio prima di loro e hanno perso. Sono stati arroganti”. Il giorno prima della gara, Stefan Effenberg – centrocampista del Bayern Monaco - telefonò al compagno di squadra Laudrup chiedendogli il permesso di scambiare la maglietta a fine match. Un ragionamento presuntuoso, che dava per scontato un risultato che non si sarebbe mai materializzato.
La Germania unificata era l’evidente favorita per la vittoria finale: il fronte tedesco si componeva di campioni del mondo uscenti da Italia '90, oltre ai giocatori dell'ex Germania dell'Est come Matthias Sammer, Andreas Thom e Thomas Doll. Il numero di calciatori professionisti registrati in Germania era maggiore dell'intera popolazione della Danimarca. "Eravamo convinti che non sarebbe stato un problema", ammise in seguito l'attaccante tedesco Jurgen Klinsmann. Sembrava solo una questione di tempo. Eppure la prestazione dei danesi riconsegnò la fantasia alla finale di calcio.
La prestazione di Schmeichel in finale rasentò la perfezione. Finalmente, tutti i riflettori erano puntati su di lui. Finalmente, tutti si resero conto del suo talento. Comandò all’interno dell’area piccola, abbaiò alla sua linea difensiva per 90’, posizionandola brillantemente. Sono pochi i portieri che riescono ad imporre uno strato così consistente della propria personalità in un match di questa caratura. "Forse quella fu la prima volta in cui le persone si resero conto di quale portiere avessimo tra i pali", dichiarò in seguito Brian Laudrup. "Devi affermarlo al massimo dei livelli, ed è esattamente quello che fece. Era eccezionale".

Peter Schmeichel, Danimarca

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L’iniziale spavalderia da un lato fu la piattaforma ideale sulla quale si materializzarono impronosticabili meraviglie dall’altro lato. John Jensen, il cui tiro aveva faticato a trovare lo specchio di porta per tutta la durata del torneo, centrò finalmente il bersaglio con una conclusione potente dopo soli 18 minuti di gara. Quando mancavano solo 12 minuti alla fine, il compagno Kim Vilfort congelò il risultato. Vilfort aveva dovuto combattere i demoni per tutta la durata dell’Europeo, facendo da spola tra campo e casa, dove risiedeva sua figlia malata. Il suo tiro dal limite dell’area, leggermente deviato, superò Bodo Illgner insaccandosi a fil di palo. La Danimarca era Campione d’Europa.
"È drammatico, è delizioso, è la Danimarca! ", questo fu il riassunto conciso e concitato da parte del commentatore BBC John Motson. La vittoria della Danimarca è stata la più grande e improbabile nella storia del torneo. Solo 37 giorni prima, i danesi erano esclusi dalla competizione; la serie successiva di vittorie su Francia, Paesi Bassi e Germania aveva superato il limite immaginativo di qualsiasi favola che qualsiasi autore danese avesse mai potuto evocare. Il trionfo maturò poche settimane dopo un referendum in cui i danesi avevano rifiutato di aderire all'Unione europea. "Se non ti puoi unire a loro", scherzò il loro ministro degli esteri Uffe Ellemmann-Jensen dopo la finale, "battili".

Peter Shmeichel, Euro 1992

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L'Europeo in Svezia consacrò Schmeichel come il miglior portiere al mondo. Da allora in poi il suo operato fu cruciale per affermare il Manchester United come potenza dominante nella neonata Premier League, vincendo cinque dei primi otto titoli disputati. L'ultimo scampolo di brillantezza di Schmeichel come giocatore dello United fu la vittoria della Champions League nel 1999 da capitano - in assenza di Roy Keane -, che andò a concretizzare un Treble senza precedenti in Inghilterra. Appese i guantoni al chiodo nel 2003 dopo brevi soggiorni allo Sporting Lisbona, all’Aston Villa e al Manchester City.
La vittoria della Danimarca rappresenta l'ultimo grande trionfo nell'epoca innocente del calcio. Insieme all'introduzione della Premier League in Inghilterra, nel 1992 fu implementata anche la modifica alla legge sul retropassaggio, oltre alla prima UEFA Champions League. La geopolitica avrebbe presto avuto un impatto anche su strutture e filosofie della UEFA. La nuova ondata di democrazia e cambiamento guidò verso considerevoli assorbimenti nei confini dell'Europa. Il numero dei paesi membri aumentò del 45% negli anni seguenti. Una nuova Europa significava un nuovo Europeo. E il calcio ne avrebbe fatto esperienza molto presto.
Scritto da: Mike Gibbons (Eurosport UK)
Tradotto da: Lorenzo Rigamonti (Eurosport IT)

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