Dopo anni di stenti, caratterizzati da voglia e sudore ma poca materia tecnica, l’Italia ha trovato la giusta benzina per propellersi nuovamente verso l’elite del calcio Mondiale. Abbiamo dominato il Belgio, numero uno del ranking, ma non lo abbiamo domato grazie a cinismo e astuzia, l’abbiamo domato con la forza. Per la prima volta una squadra d’elite ci ha temuto sul campo, e ci ha ceduto la strada spaventata della nostra onda d’urto. Col gioco, con le ripartenze, con gli scambi dinamici di un calcio finalmente moderno.

1) Nessun cambio, eppure il centrocampo rinasce

Contro l’Austria, durante la ripresa, il centrocampo si è sfilacciato. Eravamo in debito d’ossigeno, e la persistenza del pressing austriaco sembrava averci fatto dilapidare il patrimonio chiave che speravamo ci avesse spinto fino in fondo. Con l’ingresso di Locatelli e Pessina avevamo trovato maggiore slancio e dinamismo. Prima del match contro il Belgio, tutti ci aspettavamo un cambio di marcia: fuori Verratti, dentro uno dei giovani puledri che scalpitavano dalla panchina. Così non è stato. Locatelli e Pessina non hanno messo piede in campo. Mancini ha adottato una scelta conservativa forse per la prima volta della sua corsa europea. E questa scelta ha ripagato. Il centrocampo è rinato e ha infierito negli spazi concessi dal Belgio. Un’infusione di fiducia cruciale.
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2) L'Austria era più tosta del Belgio

Alla fine, il presentimento che sibilava nell’aria si è dimostrato corretto: per via del gioco proposto dagli Azzurri, l’Austria si è dimostrata un avversario più temibile rispetto al Belgio. La caratura delle due rose non è nemmeno comparabile, ma l’Italia ha dimostrato di soffrire delle Nazionali-specchio rispetto a delle Nazionali che impongono il loro gioco. L’Austria non ha fatto altro che muscolarizzare il nostro stesso stile di gioco offrendo un’aggressione continua sul portatore di palla e una manovra fitta di passaggi nel cuore del campo. Il Belgio invece ha avuto troppo orgoglio per abbassarsi a una partita di sacrificio, e questo ci ha concesso spazi vitali.

3) L'assenza di Spinazzola potrebbe essere rigenerante

L’unica nota dolente arriva dall’infermeria azzurra: l’avventura di Leonardo Spinazzola a Euro 2020 è terminata bruscamente. Lesione al tendine d’Achille sinistro. Ora Mancini dovrà rinunciare al motore più potente e continuo dei suoi. Ma gli Azzurri possono (devono) provare a prendere questa assenza come motivazione per innestare nuovamente la filosofia cardine di questa avventura: prima il gruppo, e di conseguenza la classica frase “next man up” (avanti il prossimo). Sebbene questo prossimo, Emerson, abbia ben poche caratteristiche in comune con Spinazzola. Mancherà la spinta, mancherà l’intraprendenza, ma sarà senza dubbio un’occasione per rigenerare la pelle ibrida degli azzurri una volta ancora.

Spinazzola

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4) Immobile o Belotti, ruolo ed aspettative cambieranno

Era ben evidente dalla fase a gironi: il tassello mancante di questa Nazionale è un centravanti prolifico. E la retorica del gruppo, e del “può segnare chiunque” comincia a sembrare un po’ indigesta al cospetto delle mancanze sotto porta di Ciro Immobile in partita contro il Belgio. Dimenarsi tra le torri del Belgio non era compito facile, eppure le occasioni si sono presentate. Ciro ha steccato. Mancini si è privato a priori di un possibile finalizzatore, Moise Kean. In panchina le alternative sono Belotti e Raspadori. Nessuna garanzia di gol. Non aspettiamoci dunque una svolta in questo senso. Più che altro, quel posto al centro del tridente sarà giocato sul parametro della “garra”: chi può lottare su ogni pallone, far salire e respirare la squadra nel momento del bisogno? Sia Ciro che il Gallo hanno dimostrato di poter svolgere questo compito di sacrificio alla grande.

Ciro Immobile

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5) Contro la Spagna non saremo più underdogs

Abbiamo battuto i Diavoli per tornare a vedere il Paradiso. Ora siamo giunti ai cancelli, e il nostro biglietto d’entrata questa volta è legittimo. Non sarà più l’Italia-Spagna di Euro 2012, quando le Furie Rosse corroborate dal tiki-taka ci terrorizzarono così tanto da infliggerci la peggiore sconfitta di sempre in una finale d’Europeo. Questa volta lo scettro di una filosofia di gioco ben delineata lo deteniamo noi, e dovremo farlo fruttare. Questa volta partiamo da favoriti, siamo la Nazionale più attesa, siamo pronti a fare rumore sia nel bene che nel male. Contro l’Austria non siamo riusciti ad accartocciare quella maschera da underdog che ci siamo trascinati dai gironi. Ma la conquista dell’Allianz Arena ci ha fatto compiere quello scalino in più per essere mattatori.

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