Sognare due volte più in grande delle generazioni passate, anzi no, tre volte di più. Solamente in questo modo è possibile aspirare ad uno status leggendario che attecchisca subito, senza mediazioni, nel presente del nostro immaginario. Andres Iniesta e la Spagna ci sono riusciti. Dopo essersi affermati Campioni d’Europa nel 2008, le Furie Rosse completarono la missione in Sud Africa laureandosi Campioni del Mondo nel 2010. Diventarono la terza squadra nella storia a detenere sia il titolo europeo che mondiale simultaneamente, dopo la Germania Ovest (1972 e 1974) e la Francia (1998 e 2000). E dopo avere fatto doppietta, la Spagna trovò una leggendaria, inedita, tripletta, confermandosi campioni d’Europa nel 2012. All’Europeo disputato in Polonia ed Ucraina, Iniesta venne eletto come miglior giocatore del torneo. Iniesta, proprio come la sua nazionale, non era mai sazio: due anni prima, a Johannesburg, insaccò il gol decisivo per battere l’Olanda in finale di Coppa del Mondo a soli 4 minuti dalla fine della gara.

Andres Iniesta, 2010

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Pochi istanti dopo il gol, mentre si lanciava in una fuga liberatoria, Iniesta si tolse la maglietta per rivelare una canottiera con la scritta: "Dani Jarque siempre con nosotros" ("Dani Jarque, sempre con noi"). Era un toccante tributo al suo amico dell'Espanyol, morto per un infarto in campo appena un anno prima. Prima del torneo Iniesta era stato afflitto da un persistente infortunio alla coscia. Quell’acciacco aveva minato la sua fiducia al punto che Emili Ricart, un fisioterapista del Barcellona, preparò un DVD per Iniesta da portare alla Coppa del Mondo come motivazione. Su di esso erano impresse le storie di stelle spagnole che avevano superato le avversità per vincere ai massimi livelli di qualsiasi disciplina sportiva. Durante il torneo, Andres guardò quel film così tante volte da convincersi di poter reclamare un posto tutto per sé, al centro di quel firmamento leggendario.
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"Ci farà ritirare tutti"

Più che un realizzatore significativo di gol, Iniesta è sempre stato un realizzatore di gol significativi. C’è molta differenza tra il primo e il secondo caso. A 15 anni, quando vinse un torneo giovanile al Camp Nou, spinse Pep Guardiola a commentare con Xavi: “Tu mi manderai in pensione, ma lui ci ritirerà tutti". Iniesta poteva ricoprire qualsiasi ruolo al centro del campo, ma alla fine si assestò all’altezza della trequarti. La sua capacità di dribblare in spazi ristretti unita alla visione e all'altruismo di giocare sempre la palla per l’uomo aperto o nella posizione migliore, lo rendeva un’arma pressoché impossibile da disinnescare.

Andres Iniesta

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Dopo essere stato promosso dalla Masia, si fece strada nella prima squadra del Barcellona sotto la guida di Frank Rijkaard e giocò uno scampolo di gara in finale di Champions League del 2006. Tre anni dopo, una sua conclusione devastante durante i minuti di recupero portò i blaugrana di Guardiola in finale di Champions.
La banda di Pep e Andres avrebbe demolito il Manchester United in finale, rivendicando un trofeo dall’inestimabile valore simbolico: era l’anello di congiunzione tra l’Europeo del 2008 e il Mondiale che le Furie Rosse avrebbero alzato nel 2010. L'ascesa di Iniesta fu parte integrante di quel successo. Le sue doti erano ben note a Barcellona e non finiva mai di strabiliare i nuovi arrivati al club. "Quando arrivai al Barcellona, ​​i media mi chiesero quale giocatore mi avesse sorpreso di più", commentò Samuel Eto'o su Take The Ball. “E dissi Andrés Iniesta. Il che li ha sorpresi perché tutti volevano che dicessi Messi o Ronaldinho. Ma il giocatore che faceva sembrare facili le cose difficili era Andrés. Vorrei Andrés e Xavi nella mia squadra fino al giorno del loro ritiro".
Un anno dopo la Coppa del Mondo in Sud Africa, l'asse del centrocampo di Xavi e Iniesta si rivelò fondamentale in una delle prestazioni di squadra più devastanti mai viste su un grande palcoscenico. Che il Barcellona avesse battuto il Manchester United nella finale di Champions League del 2011 non fu una grande sorpresa; d'altronde, dal loro incontro in finale di due anni prima, entrambi i club avevano intrapreso strade opposte in termini di qualità programmatica. Ma a togliere il fiato a chiunque, era stata la modalità di quella vittoria. Fu una prestazione totale, assoluta. Il Manchester United fu sventrato 3-1, ma la partita si sarebbe potuta arenare su qualsiasi altro risultato; Xavi si ricorda che, a dieci minuti dalla fine, Rooney gli disse che avevano già vinto, e di smetterla di passare la palla così tanto. Persino un genio machiavellico come Alex Ferguson si rivelò impotente di fronte alla potenza trascinatrice di quella manovra. "Nessuno ci ha mai inflitto un’umiliazione del genere", ammise in seguito. "E' un grande momento per loro, se lo meritano perché giocano nel modo migliore".
E giocare nel modo migliore voleva dire, al tempo, essere imbattibili. Solo l'Inter di José Mourinho nel 2010 e il Chelsea di Roberto Di Matteo nel 2012, entrambi nelle semifinali di ritorno al Camp Nou, riuscirono in qualche modo a sopravvivere a uno schiacciante possesso palla e predominio territoriale prima di stordire i blaugrana e metterli al tappeto.
Nel 2012 il dominio di gioco blaugrana trovava il suo identico riflesso nella nazionale spagnola. Iniesta e Xavi erano coadiuvati dal collega Sergio Busquets. David Villa, Jordi Alba, Gerard Piqué e Cesc Fàbregas erano stati assoldati dal Barcellona in quegli anni, mentre Pedro si era affermato attraverso le giovanili. Il Real Madrid fornì alla nazionale il capitano Iker Casillas, i difensori Sergio Ramos e Álvaro Arbeloa e il centrocampista Xabi Alonso.
Al di fuori di quei club, Juan Mata aveva appena vinto la finale di Champions League con il Chelsea, mentre David Silva aveva appena condotto il Manchester City al suo primo titolo in 44 anni. Un ulteriore indicatore della profondità del calcio spagnolo all'epoca proveniva dai meandri dell'Europa League. Siviglia e Atletico Madrid la avevano alzata due volte ciascuno nei sei anni precedenti. La Spagna orbitava al centro dell'universo calcistico, anche se sul campo non tutto quadrava poco prima di Euro 2012.

Il radicale Vicente del Bosque

Dopo una serie di attriti vulcanici tra i giocatori di Barça e Real nelle ultime partite del Clasico e della Champions, si percepiva una tensione glaciale tra i membri del colllettivo spagnolo. Il gruppo aveva bisogno di un esperto ammiraglio per preservare e gestire l’armonia in campo. Questa fu la missione più spinosa che venne affidata al ct Vicente del Bosque.
La punta più acuminata di Spagna, David Villa, non riuscì a recuperare da una gamba rotta e dovette ritirarsi poco prima del torneo. Fernando Torres, sulla carta riserva di lusso, era disastrosamente fuori forma dopo che il trasferimento di 50 milioni di sterline dal Liverpool al Chelsea si era rivelato un fragoroso flop. Per la loro prima partita con l'Italia, del Bosque scelse la strada radicale schierando sei centrocampisti davanti ai suoi quattro difensori. Iniesta giocava a sinistra di un tridente avanzato, con Fàbregas falso nueve e David Silva a destra. Alonso, Busquets e Xavi componevano il centrocampo il trittico di centrocampo.

Iniesta, del Bosque

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Era il nirvana di un anziano hipster, il calcio inteso come il jazz libero di una volta, nonostante la formazione priva di attaccanti rimase sotto di un gol dopo un'ora. Una risposta repentina di Fabregas inchiodò il risultato sull’1-1. Inevitabili le recriminazioni e le critiche che scrosciarono sulle spalle di Del Bosque a fine gara: schierare sei centrocampisti nella stessa formazione venne considerata come un’inutile indulgenza. L’unica nota positiva arrivava dal lato sinistro del campo: "Iniesta è in ottima forma", scrisse Gabriele Marcotti sul Times, "pur di partecipare a un torneo importante, si è adattato per la prima volta nella sua carriera".
A Danzica, quattro giorni dopo, Torres fu ripristinato come punta centrale al posto di Fàbregas: El Nino segnò una doppietta contribuendo ad affossare l’Irlanda per 4-0. L'ultima partita del girone contro la Croazia era cruciale. Croazia, Spagna e Italia avrebbero potuto terminare il girone a cinque punti, e in virtù della differenza reti tutte e tre avrebbero potuto salutare il torneo.
La partita a Danzica fu giocata con un occhio fisso su ciò che succedeva a Poznan, dove l’Italia stava fronteggiando l’Irlanda. La Croazia cedette praterie e possesso palla alla Spagna, che mantenne a distanza di sicurezza gli avversari per la maggior parte della partita. La flebile ambizione croata era quella di approfittare di un minimo spiraglio, ove possibile.

Installazione artistica: uomo intrappolato in un cerchio

Uno dei rari momenti memorabili di quella serata fu un fermo immagine di Iniesta palla al piede, accerchiato da sei difensori croati. Sembrava quasi una statica installazione artistica dal titolo: “uomo intrappolato in un cerchio”, e ricordava stranamente uno scatto simile di Diego Maradona mentre affrontava sei difensori del Belgio ai Mondiali del 1982. A due minuti dalla fine, Iniesta distese i nervi dei connazionali spagnoli: dopo aver raccolto un passaggio da Fàbregas, servì Jesús Navas che da distanza ravvicinata concretizzò, portando la Spagna ai quarti di finale.

Andres Iniesta

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Una volta arrivati ai quarti, gli spagnoli esclusero la Francia con sprezzante facilità. Alonso, alla sua 100esima presenza con la Spagna, firmò il vantaggio di testa su cross di Alba, dopo che Iniesta aveva aperto l’azione sulla sinistra. In seguito, suggellò la vittoria con un rigore nei minuti di recupero. "La verità è che abbiamo giocato bene e abbiamo controllato la partita”, dichiarò Del Bosque, “Iker Casillas non è quasi mai stato impegnato, e questo è un attestato della nostra buona prestazione difensiva".
Per i quarti di finale la Spagna aveva ripristinato Fàbregas in avanti e aveva iniziato la partita senza una punta vera e propria. Stavano monopolizzando il possesso palla con percentuali talmente alte da scoraggiare qualsiasi squadra a cercare un qualsiasi spiraglio per tentare l’affondo. Di certo, con quel modo di intendere il gioco del calcio, mancava un po’ di spettacolo. Quando la Grecia aveva vinto Euro 2004, la Spagna era stata spesso etichettata come noiosa. A volte gli spagnoli ritenevano più importante guadagnarsi la vittoria morale di tenere la palla in un torello di 90 minuti piuttosto che vincere segnando un volume enfatico di gol.
L'attaccante del Siviglia Álvaro Negredo entrò in campo nella semifinale contro il Portogallo; quella volta la Spagna non era ancora riuscita a segnare. Erano riusciti a tenere a bada la minaccia principale dei lusitani, un certo Cristiano Ronaldo, eppure le Furie Rosse non avevano scagliato un solo tiro in porta prima del secondo. Negredo si scambiò di posizione con Fàbregas per allungare la squadra in avanti, ma tale scelta non sortì l’effetto sperato.
La partita si trascinò ai rigori: Iniesta convertì intelligentemente spedendo Rui Patrício verso il lato sbagliato della porta. João Moutinho e Bruno Alves sbagliarono dal dischetto, permettendo a Fàbregas di insaccare il colpo vincente. La Spagna era in finale. "Secondo i loro altissimi standard, la Spagna ha deluso a Euro 2012", scriveva Oliver Kay nel suo resoconto della partita per il Times. "Per gli standard di chiunque altro, sono finalisti degni."

Degni vincitori

E nella finale contro l'Italia dimostrarono di essere i degni vincitori. Del Bosque inserì nuovamente Fàbregas nella formazione iniziale, in barba a tutti i critici che lo avevano castigato per non aver schierato un attaccante tradizionale. Quella notte Iniesta fu sensazionale. Proprio come nella notte della finale del Mondiale 2010, ritirò il premio Man of the Match a fine gara. Era il suo terzo del torneo, nonostante avesse giocato fuori posizione per tutta la sua durata. Al 14' Iniesta presentò il conto agli Azzurri. Un passaggio filtrante al laser trovò i piedi di Fàbregas, che tagliò in area di rigore e crossò per Silva: 1-0.

Iniesta, Spagna

Credit Foto Eurosport

Xavi apparecchiò per Jordi Alba per un secondo gol prima dell'intervallo, mentre la Spagna continuava a correre e a sfiancare le gambe degli azzurri. Torres e Mata sugellarono il trionfo con altri due gol nel finale: 4-0 era il più grande margine di vittoria di sempre in una finale di un Europeo. Come confutazione ai loro detrattori, non avrebbe potuto essere un finale più soddisfacente. La Spagna divenne la prima squadra a mantenere il titolo europeo attraverso due edizioni.

Il pallone d’oro mancato

Più tardi quell'anno Iniesta arrivò terzo nella corsa al Pallone d'Oro dietro a Messi e Ronaldo. Data la sua influenza feudale su uno dei club più forti di sempre e sulla nazionale più dominante di tutti i tempi, Iniesta potrebbe risultare per sempre come il più grande giocatore a non avere mai vinto un Pallone d’Oro.
Ha collezionato più trofei di qualsiasi giocatore spagnolo nella storia, 35 in tutto. Tre anni dopo si ritirò dalla nazionale dopo una tosta eliminazione l Mondiale in Russia. L’Iniesta timido e senza pretese a cui noi tutti ci eravamo abituati, scoppiò in lacrime all’annuncio dell’addio al Barça. Il trionfo del 2012 doveva tanto al Barcellona, ​​e il Barcellona doveva tanto a Iniesta.
Guardiola definisce Iniesta un maestro dello spazio e del tempo. Nell'agosto 2008 fu proprio il maestro che insegnò a cogliere l’attimo; coloro che sono calcisticamente saggi come lui, hanno l'abilità di cogliere il loro momento.
All’inizio di questa lunghissima storia, Guardiola era seduto nel suo ufficio. Rimuginava sulle sue prime due partite sulla panchina del Barcellona: aveva raccolto solo un punto e un misero gol. Non c’era nessuno al suo fianco, nessuno che potesse validare quella sua visione infantile e sognatrice, di un calcio intrappolato in un cerchio.
Poi una porta cigolò lentamente: Guardiola, con sorpresa, si accorse di Iniesta: "Non si preoccupi, mister", disse Iniesta alla soglia del suo ufficio. “Vinceremo tutto. Siamo sulla strada giusta. Continui così, ok? Stiamo giocando alla grande, ci stiamo divertendo ad allenarci. Per favore, non cambiare nulla."
Guardiola non cambiò nulla. E Iniesta fu determinante, perché il Barcellona e la Spagna finirono davvero per cambiare tutto.
Scritto da: Mike Gibbons (Eurosport UK)
Tradotto da: Lorenzo Rigamonti (Eurosport IT)

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