Quella orchestrata da Mancini è un’Italia bella, bella e impossibile. Impossibile da incamerare dai nostri occhi, dal nostro sentore calcistico, dalle nostre aspettative. Perché una squadra così forte, compatta, fluida, sinergica forse non aveva mai invaso la nostra penisola. E quindi come poterla assaporare al meglio? Siamo sicuri di possedere le basi, il genoma culturale necessario a godercela totalmente? Il Belpaese è stato attraversato da decenni di Metodo, catenaccio e altri grumi tattici sì efficaci, ma anche antiestetici. Quest’anno tuttavia, alle porte di Roma si respira un’aria diversa: 29 partite da imbattuti, 10 vittorie di fila senza subire reti. Sì, forse questa è la volta buona, forse le stelle si sono finalmente allineate; possiamo veramente arrivare in fondo a un torneo con un gruppo mobilitato dal bel gioco, dalla matrice alveare della partecipazione collettiva. A propellere la marcia azzurra c'è un rinnovato sentimento d'amore e coesione: è il risultato di una Nazionale rivoluzionata tatticamente e umanamente, che forse facciamo ancora fatica a comprendere del tutto.

Un'Italia bella

È proprio per questo che l’Italia programmata da Roberto Mancini ci ammalia: non c’è spazio per l’ego, per la giocata cinica del singolo, per rompere il ghiaccio all’improvviso. L’Italia di Mancini non sfila a sangue freddo, ma carbura gradualmente con uno sforzo lineare e partecipato. E il risultato è più grande della somma dei singoli. Nei primi tempi contro Turchia e Svizzera abbiamo realizzato un solo gol (Locatelli ha concretizzato sull'unico tiro in porta dei primi 45') per poi capitalizzare sull’asfissia indotta nelle retroguardie avversarie. Risultato? Per la prima volta nella nostra storia abbiamo segnato più di due gol in un match dell’Europeo.
Euro 2020
Premio UEFA Kajer e staff Danimarca. Eriksen: "Vi devo la vita"
24/08/2021 A 15:21
La manovra azzurra è avvolgente, incalzante, omogenea. Questa armonia si nutre di fraseggi repentini nello stretto, di pressing rapace sul portatore di palla. L’architetto è Jorginho, reduce da una stagione da re alla corte dei blues: l’azzurro imposta con sicurezza, impone il ritmo e la ripetizione frattale del gioco azzurro. Al suo fianco, Nicolò Barella macina chilometri sia in pressing che in fase di ripiegamento: lui è il motorino inesauribile della nazionale. Poi c’è Manuel Locatelli, la rivelazione più dolce: visione di gioco, inserimenti dal timing perfetto, cuore e un feeling con la porta che cresce di partita in partita.

Italia-Svizzera, esultanza azzurra

Credit Foto Getty Images

La rivoluzione del Mancio parte dal cuore del campo, e per forza di cose rievoca i grandi sistemi che hanno cambiato per sempre il gioco; il paragone più in voga è sicuramente quello con il tiki-taka spagnolo: se il gioco ispirato di Barça e Furie Rosse - che vinsero tre campionati, due Champions, due Europei e un Mondiale tra il 2008 e il 2012 – era sorretto dai talenti radicali di Xavi ed Iniesta, quello degli Azzurri merita un’analisi tutta per sé. Se ci facciamo caso, il gioco predicato da Mancini si fonda anch’esso sulla capacità di imporre il proprio gioco a ritmi e durate estensive, e le caratteristiche dei centrocampisti selezionati dal ct azzurro riflettono questa imposizione; da Verratti a Jorginho, passando per Barella e Locatelli: tutte pedine in grado di gestire con maestria il pallone. L’Italia si esprime freneticamente con la palla incollata ai piedi. Lo storico catenaccio si è sciolto ormai, e i giocatori che capitalizzavano su specifiche abilità in ristrettissime porzioni di campo (Pirlo era un mago in cabina di regia, Inzaghi era un rapace in area di rigore e sul filo del fuorigioco) sono scomparsi assieme a quel calcio fatto di blocchi granitici e frammentati; al loro posto sono fioriti giocatori dinamici (si pensi a Insigne, Chiesa, Berardi), in grado di generare calcio attraverso la propria qualità tecnica e di occupare con autorità più strati di campo e fasi di gioco.

Così si è mosso Locatelli, l'mvp di Italia-Svizzera

Un'Italia inedita

E’ un’Italia inedita, che trova scarsi e flebili paragoni con i collettivi azzurri del passato: l’Italia dei primi due anni di Prandelli si esprimeva bene, ma era tarata su talenti sia spumeggianti che esili: Cassano, Balotelli, Giuseppe Rossi in primis. Anche in quell’effimero frangente ritroviamo l’accennata volontà di allestire un centrocampo in grado di ragionare attraverso tecnica e fraseggi di qualità: Pirlo, Marchisio, De Rossi, Thiago Motta, Montolivo. Eppure la trazione che Prandelli ricavò da quell’Italia non era paragonabile a quella ricevuta da Mancini: nel 2012 ci schiantammo in finale di Europeo contro una squadra vera, che sosteneva un vero sistema di gioco: la Spagna. Da lì, si inaugurò un altro periodo buio, alleviato brevemente dal calcio muscolare e volenteroso proposto da Conte, che però cullava una rosa ancora acerba.
E in retrospettiva, nonostante la rosa del 2006 fosse satura di icone storiche, gli Azzurri dovettero soffrire contro squadre ben più esplosive (Francia) o poderose (Germania), risolvendo la mancanza di spavalderia tecnica e quella impellente ansia generazionale davanti alla voragine dei rigori. E siccome abbiamo aperto questo pezzo con una reference piuttosto marcata a una canzone di Gianna Nannini, chiudiamo il cerchio collegandoci a quella Estate Italiana, o Notti Magiche che ancora inebriano il nostro immaginario collettivo.
Quella del ‘90 è ricordata come l’Italia più bella, l’Italia che faceva orbitare il resto del mondo attorno a sé. Era un’Italia sguinzagliata ed entusiasta, con Schillaci e Baggio sugli scudi. Ma l’assioma su cui si basava la nazionale del ct Vicini era pur sempre la solita rocciosa difesa (Baresi, Bergomi, Maldini, Ferri, Ferrara e Vierchowood) da cui poter impiantare le incursioni indipendenti degli attaccanti. Era una nazionale ermetica, “bella” per via dell’inestimabile cornice in cui si incastonava. Oggi abbiamo sia la cornice che il disegno. E no, il paragone tra queste due Nazionali non collima del tutto.

Un'Italia "impossibile"

E proprio come le gioie più grandi della vita, questa Italia è ancora troppo bella, troppo difficile da decodificare. Sarà sicuramente per via della nostra abitudine a un certo tipo di calcio, sarà sicuramente per via del contesto che ci circonda. Dopo un anno di isolamento, di precarietà e paura, accogliere nei nostri cuori una meraviglia così smisurata diventa un peso incontenibile per tutti noi. Un’Italia che si esprime al meglio davanti a uno stadio Olimpico gremito ed eccitato, un anno dopo la bolla asettica imposta dalla pandemia, minuti dopo la notizia di una bomba in quel di Roma… Un’Italia che risorge dopo sette anni di nulla – dall’eliminazione prematura ai Mondiali del 2014, alla mancata qualificazione nel 2018 – con una grazia ed un estro che non concedono possibilità di metabolizzare alcunché. Sia la storia umana che la storia calcistica ci hanno intimato di compiere un salto vertiginoso, uno strappo violentissimo: dall’anomia alla riscoperta della gioia collettiva (sia essa calcistica, che sociale). Forse tutto questo è troppo, e il solo pensiero di non poter percepire a pieno questa esperienza ci farà ricadere nell'indifferenza, nel freddo.

Italia-Svizzera: l'esultanza dei tifosi in piazza a Roma

E quindi com’è possibile dare alito a cotanta euforia cieca, figlia di un periodo storico gelido e scorticante? No, le gioie più grandi della vita non si possono percepire tutte in un colpo, vanno assaporate poco alla volta. All’Italia di Mancini dobbiamo concedere proprio questo: scoprirla e assaporarla progressivamente, farle diluire il proprio gioco nelle partite che restano, viverla un giorno alla volta, lottare con lei minuto per minuto, crescere assieme e gradualmente, e quando saremo "pronti alla morte", imparare dalla sconfitta.

Mancini: "Italia farà turnover? Ho una squadra di titolari"

Euro 2020
Spinazzola: "Infortunio? Dopo mezz'ora testa già al rientro"
11/08/2021 A 16:32
Euro 2020
Inghilterra, 11 arresti per gli insulti razzisti dopo il ko con l’Italia
05/08/2021 A 13:40