Non mi rendevo conto che l'avevamo fatto veramente. La sofferenza dei rigori è stata terribile. Con Vialli siamo amici da una vita, e penso che una cosa così bella e così grande nessuno dei due l'avesse mai fatta. Riportare la coppa in Italia dopo oltre 50 anni credo che sia una cosa incredibile.
Quando il 28 maggio del 2018, a San Gallo, contro l'Arabia Saudita, Roberto Mancini si è seduto per la prima volta sulla panchina della Nazionale, forse nemmeno lui sperava di vincere in così poco tempo. Tre anni dopo, in quel di Londra, contro l'Inghilterra, la sua voce, la sua incapacità di mettere insieme delle frasi di senso compiuto e le sue lacrime di gioia abbracciato a Luca Vialli sono la conferma più forte di un risultato in cui molti speravano ma in cui pochi credevano.
Sì, credere in questo Europeo era assolutamente folle, perché l'Italia di tre anni fa non sapeva nemmeno dove sbattere la testa. Le era appena stata bannata la possibilità di partecipare al Mondiale del 2018, e molti credevano che quel nucleo di giocatori incapaci di battere la Svezia fosse morto. In più, la nomina di Mancini come nuovo commissario tecnico scaldava il giusto. Il "Mancio" aveva iniziato molto bene la sua carriera da allenatore ma, dopo aver trovato "lo zenit" con il Manchester City, la sua parabola stava lentamente precipitando.
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Date queste premesse, di cui non credo si sia mai curato, l'ex allenatore dell'Inter ha iniziato lavorare sull'impronta di gioco che voleva dare alla sua squadra: basta catenaccio e calcio reattivo! Il nativo di Jesi voleva una squadra propositiva, capace di piegare la struttura dell'avversario e in grado di aprire ogni scatola difensiva attraverso il dominio del pallone e una fluidità posizionale quasi mai vista in casa azzurra. Per farlo - oltre ad aver aperto le porte di Coverciano ad una quantità fuori scala di giocatori come Barella, Sensi, Kean, Zaniolo, Tonali, Pellegrini, Chiesa, Grifo -, ha creato un ecosistema lavorativo fatto di competenza e amicizia. Lombardo, Gagliardi, Viscidi, Salsano, Oriali, Nuciari, Lombardo, Evani, De Rossi e Battara sono solo alcuni dei collaboratori che hanno creato questa macchina da guerra in grado di vincere la coppa.

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Da quel giorno di maggio, nessuno si è più voltato indietro. Una strada, un percorso, un arrivo. E se dopo le prime partite la direzione sembrava già quella giusta, era l'Europeo del 2020 che doveva portare con sé le conferme che l'Italia chiedeva. Lo dicevano tutti. La Nations League, le amichevoli e le qualificazioni a Mondiali 2022 ed Europei 2020 erano un buonissimo viatico, ma solo una competizione di alto livello poteva misurare la febbre di una squadra che si portava sulle spalle un fardello troppo pesante da sopportare. E così, dopo una valanga di risultati utili consecutivi (27), la Nazionale di Mancini ha fatto conoscenza con Euro 2020.
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Il modo in cui, un mese dopo, questa competizione è stata portata a termine, ha significato molto di più che una semplice vittoria. È stata il manifesto di una Nazionale in grado di cambiare per ritornare ai fasti di un tempo. Uno statement, come dicono gli anglosassoni, in cui Mancini ha fatto capire che i principi di calcio non si possono negozionare, che per arrivare alle vittorie ci vuole tempo e lavoro, che bisogna fare delle scelte forti - vedi l'esclusione di Kean, che con il senno di poi sarebbe stato un'ottima alternativa ad Immobile e Belotti - e che bisogna crederci.
Il 61% di possesso in finale, quando solitamente ci bastava la fase difensiva per vincere. I costruttori e gli invasori, concetti moderni che Coverciano è stata capace di interiorizzare e dipingere in campo. Una fase offensiva senza un vero "9" - pensate quale eresia sarebbe stato pensarlo anche solo 10 anni fa - e (finalmente) un calcio propositivo, sono qualcosa di cui andare veramente fieri. La Nazionale di Mancini ci ha convinto a forza di prestazioni. Per una volta, in Italia, è stato il campo a parlare. Quel sentimento di arretratezza che ha caratterizzato la nostra frangia calcistica (e non solo) negli ultimi anni, è sparita in un mese. Forse, un calcio diverso è veramente possibile, ed è bello che sia stata la squadra della federazione (che è anche quella del popolo, considerando che ieri sera ha fatto l'83,6% di share) a farcelo notare. Come diceva Kevin Garnett dopo aver vinto il titolo NBA con i Boston Celtics: "ANYTHING IS POSSIBLE".

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