Settima in campionato, a sette punti dalla zona Champions; semifinalista di Europa League, a tre partite dalla Champions. Non è un gioco di parole, è la Roma di Paulo Fonseca, questo allenatore che ricalca l’ombra: se lo segui, ti fugge; se lo fuggi, ti segue. Portoghese di culla e di studi, ucraino di laurea (Donetsk, l’università di Mircea Lucescu), coltiva un sogno in un nido di incubi. Ha eliminato l’Ajax, 1-1 all’Olimpico dopo il 2-1 di Amsterdam, e lo ha fatto - lui, lusitano - nella maniera più italianista possibile, gettandosi a corpo morto sugli episodi, dalla papera del portiere all’andata alla zampata di Edin Dzeko al ritorno, e traendone quel nettare che contagia le curve e inebria le edicole. Ve lo do io il possesso palla (72% a 28% per i batavi).

Fonseca: "Crediamo nella finale. Mio futuro? Conta la Roma"

Era una Roma incerottata, senza Chris Smalling, Stephan El Shaarawy e Leonardo Spinazzola, che in Olanda, fino alla resa muscolare, era stato il migliore. Con Jordan Veretout e Henrik Mkhitaryan freschi di recupero. Fonseca ci ha abituato a ben altro: a transizioni rapide e ficcanti. La costante restano gli sgorbi inverecondi come la frittata che ha spalancato la porta a Brian Brobbey, e le figure barbine contro le grandi d’Italia.
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Eppure è l’unica delle nostre ancora in lizza. Roma. La Roma. Dicono che il suo destino sia già segnato, comunque vada con il Manchester United (e oltre, eventualmente). La proprietà americana starebbe cercando altri “profili”. Ha 48 anni, è a Trigoria dall’estate del 2019: la scorsa stagione, finì quinto e uscì negli ottavi di Europa League, annichilito dal Siviglia. In semifinale, la Lupa non ci arrivava dalla Champions 2017-2018, con Eusebio Di Francesco alla lavagna e Kostas Manolas a matare il Barça.

Edin Dzeko - Roma-Ajax - Europa League 2020-21

Credit Foto Getty Images

Fonseca ha attraversato turbolenze da film, la crisi per e con lo Dzeko degradato (e ritrovato), i vaffa di spogliatoio, i bombardamenti delle radio, che nella capitale sono stukas sempre in volo radente. Ha lanciato Riccardo Calafiori, il giovanotto che ha servito la palla del pari. Ha trasformato Gianluca Mancini, scuola Atalanta, in un feroce “schiacciatore”. Gli servirebbe un leader, così come per Antonello Venditti ci voleva un amico, e Lorenzo Pellegrini - o capitano! Mio capitano! - ha accettato la sfida, da mezzala duttile e votata all’assist quale sa essere.

Calafiori, il gioiellino della Roma più forte della sfortuna

La finale di Danzica è la rotta più corta per volare in Champions, un tesoro stimato in 80 milioni fra bonus diretti per i turni residui, accesso alla fase a gironi, introiti di Supercoppa, diritti tv. Con quella barba un po’ così, da personaggio di José Saramago, Fonseca è sempre lì che ondeggia e beccheggia, dal funerale del Tardini alla baldoria della Johan Cruijff Arena.
Il "meticciato" aiuta a crescere e, dunque, evviva i tecnici stranieri anche se, in caso di necessità, fanno catenaccio come i nostri. O proprio perché lo fanno. Roma-Ajax mi ha ricordato Juventus-Ajax 1-2, esattamente il 16 aprile di due anni fa, l’ordalia che costò il posto a Massimiliano Allegri. Con la differenza che la Roma, oltre a qualificarsi, non è la corazzata che era “quella” Juventus (e che è, grosso modo, l’attuale United). Nel giudicarlo, ecco, bisognerebbe tenerne conto. Senza eccedere in inchini ma neppure in capriole.
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