Che belli i tempi quando il calcio e i lettini del bagnasciuga costavano poco. Giocavamo per ore e ore, tra gli interstizi di ombra e spiaggia, le pause del sole e i suoi raggi. Sorgemmo all’improvviso, come dei tulipani tra la sabbia. E la sera si scendeva nelle strade, si continuava a calciare quel pallone per ore, a piedi nudi o coi sandali, non aveva alcuna importanza. Niente catturava più gli occhi quanto le magliette che indossavamo in quei giorni: tutte “tarocche” (l’ho già detto, il calcio costava poco) e con una tinta oranje inconfondibile. Ancora oggi conservo avidamente un'indimenticabile casacca col numero 8 e la scritta “Not certified copy” sul colletto; è fatta di quel materiale chimico a quadretti, che creava sotto di sé quell’impasto di sudore e salsedine quasi fosse una seconda pelle.
Tifare Olanda, per la generazione nata in quegli anni all’intercapedine tra 20esimo e 21esimo secolo, non era un caso. Il calcio olandese di metà anni 2000 era ormai lontano dalle ere del calcio totale, di Cruyff, di Gullit e van Basten; era pieno zeppo di quegli spilungoni bianchissimi che creavano problemi a tutti i produttori di magliette per via dei nomi che presentavano: Ruud van Nistelrooij, Jan Vennegoor Of Hesselink… E poi c’era lui. Il motivo per il quale tifavamo tutti Olanda. Il pitbull del Suriname. Edgar Davids lo trovavamo ovunque, sugli schermi delle sale giochi gestite dai burberi del paese, sulle copertine di Fifa, tra gli album Panini. Eppure Edgar Davids non lo conoscevamo proprio. Ci bastava vedere i suoi occhialini sgargianti per rimanerne stupefatti, e ciò bastava.
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Un giocatore irripetibile

Edgar Davids era dono e maledizione in mezzo al campo, piedi leggiadri e temperamento pragmatico. Per molti giornalisti italiani di allora un’erratica meteora e per i suoi allenatori una quieta sicurezza. Aristocratico nell’operosa Juventus di Lippi e operaio nell’aristocratico Barça di Ronaldinho, “il Pitbull” fu soprannominato così da Louis Van Gaal che lo allenò all’Ajax. Pur rasentando il metro e 70, Edgar sembrava riuscire ad assorbire con estrema facilità la totalità del rettangolo di gioco: famelico nel braccare in praterie di campo sterminate, letale nel contrastare in corridoi di terreno. Era l’ingranaggio rovente che si azionava quando la squadra aveva bisogno di una marcia in più, l’estintore che metteva in ghiaccio le partite.
Era sbarcato in punta di piedi dalle zone calde dell’Oceano Atlantico, cresciuto nel freddo del Mare del Nord, diventato grande sulle rive del tiepido Mediterraneo. Giocatore d’erba e di strada, Davids ha più volte dichiarato la sua passione per lo street football. Perché Edgar Davids è sempre stato così, il contrario di tutti e di sé stesso, inguaribile antitesi, impermeabile a qualsiasi tattica di azionamento e disinnesco, dove lo mettevi giocava da sé. Lo dovessimo tradurre in opera letteraria sarebbe i “Saggi” di Montaigne, giocatore in costante riscrittura di sé stesso; nel cinema sarebbe una pellicola d’avanguardia, indecifrabile e colorata. Questa sua natura ossimorica e in costante ridefinizione sembrava cedere solamente all’immanenza dei suoi fedeli occhialini, unica caratteristica certa per studiarlo e ricordarlo.

La storia dietro ai famosi occhialini

Ma ciò che molti non sanno, è che sotto al suo principale punto di forza si nasconde la sua più grande debolezza. Davids cominciò a portare quegli strambi fanalini nel 1999, una volta uscito indenne da un’operazione cruciale che aveva asportato un glaucoma dal suo occhio destro. Rischiava di non vederci più, di perdere la fetta più decisiva nella sua carriera. Allora Davids era la cassaforte del centrocampo bianconero. Era l’unico in grado di macinare terreno e fabbricare i minuti, i secondi decisivi a concretizzare l’estro di Zidane. Col mondo bianconero in apnea, arrivò la notizia della riuscita dell’operazione. Davids avrebbe potuto tornare ad allenarsi regolarmente con i compagni, ma la sua vista si era comunque ridotta. Da lì l’idea di quegli improbabili occhiali; il pitbull ne indossò parecchi: neri, arancio, gialli… Ci conquistò tutti. E soprattutto, Edgar Davids si riscoprì ancora antitesi di sé stesso: un visionario non vedente. Era riuscito a trasformare il suo più grande punto di debolezza nel suo più grande punto di forza, la malattia in moda.

Edgar Davids

Credit Foto Getty Images

Ed aveva cambiato tutti noi, quei bambini della nuova generazione con cui spesso lui e Zidane si fermavano a giocare per strada. Ma al tempo noi l’uomo Edgar Davids non lo conoscevamo proprio, e forse era giusto così: perché studiare uno come lui? Perché cercare di trovare un significato nelle opere dell’avanguardia? Perché cercare un filo di stabilità ne “I Saggi” di Montaigne? Si può obbligare dei bambini a tifare la propria nazione? Si può insegnare loro la fedeltà alla patria?
Poi arrivò il 2006 e un mare azzurro annegò i tulipani: con buona pace di tutti, imparammo a tifare Italia. Dimenticammo tutto in fretta perché noi Davids non l’avevamo mai studiato, ci erano bastati quegli infantili occhialini per riconoscere un bambino che giocava tra adulti, mentre noi in quelle strade esultavamo come calciatori veri, ci fingevamo grandi, facevamo finta di fare sul serio. Forse in questa antitesi, caro Edgar, ci siamo trovati.
Forse anzichè studiato, Edgar Davids va solo ricordato. Va ricordato come un giocatore che è la negazione di tutti gli altri giocatori, indefinibile, irreplicabile. In un’epoca satura di parole e immagini riciclate, del copia e incolla, della serialità alla Netflix, della ripetizione social, dei remix e pastiches postmoderni, gli occhialini di Davids sono stati l’unico elemento di calcio che nessuno ha mai osato copiare. Perché Edgar Davids è patrimonio di tutti quelli che credono (poveri illusi) si possa ancora creare, far sorgere qualcosa dal nulla; come dei tulipani dalla sabbia.

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