Nel calcio di oggi, quello del terzino è uno dei ruoli più complessi e difficili da reperire ad alto livello. Si tratta di una posizione in campo tatticamente strategica almeno quanto esigente per tecnica, fisico e applicazione. Un pizzico di calcio totale, del resto, è nato proprio lì. Sullo sfruttamento delle fasce per la creazione del gioco. Un percorso molto più lungo di quanto si possa pensare, per arrivare alla complessità di figure come Philipp Lahm e Dani Alves partendo dai primordi pallonari.
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Quando gli stopper erano loro

Calcio
L’evoluzione del portiere: dal pioniere Yashin al rivoluzionario Neuer
10/04/2020 A 09:06
Trattandosi di un gioco inglese, la prima definizione del ruolo non può che essere albionica. E, dunque, nel primo modulo della storia, la Piramide, i terzini erano i “full-back”. Due giocatori che si muovevano alle spalle di tutti e dovevano innanzitutto tappare le falle in quello che ora chiameremmo un 2-3-5. Tutti all’attacco, tranne loro. La situazione si evolve con la sperimentazione del Metodo, nel quale i full-back restano l’ultimo avamposto (due esempi su tutti: Rosetta e Calligaris, colonne della Juventus del quinquennio d'oro) ma si aggiungono due mediani esterni a centrocampo. Che, quanto meno, presidiano il campo nella sua ampiezza. La concezione del ruolo, però, resta esclusivamente difensiva (così come nel Sistema). Due stopper che pian piano si spostano sulla fascia per marcare le ali avversarie.
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La rivoluzione del ruolo

Niente cambia, fino allo straordinario impatto del Brasile tre volte campione del mondo tra 1958 e 1970. Che gioca con un 4-2-4 e propone nelle sue prime due edizioni due terzini che rivoluzionano il ruolo: Djalma Santos a destra e Nilton Santos a sinistra. Perché entrambi giocano sulla fascia e coprono le due fasi. Difendono come stopper e attaccano come ali aggiunte, forti di fisico e tecnica trabordanti. Djalma la “Muralha”, Nilton l’Enciclopedia do Futebol. A riprova di mezzi sopraffini destinati a sconvolgere il ruolo e lasciare eredi all’altezza della propria fama, basta pensare a Carlos Alberto ed Everaldo della Seleçao 1970. Già, ma questi sono extra-terrestri. Il resto del mondo, invece, come si comporta? Prosegue sino all'abbandono totale della marcatura a uomo con la distinzione canonical tra full-back tradizionale e wing-back. Il primo gioca a destra e va in marcatura, il secondo parte a sinistra ed è libero di inserirsi in attacco. L’esempio migliore delle due categorie arriva dall’Inter di Herrera, con Burgnich terzino destro e Facchetti sulla corsia mancina. I canoni perfetti del catenaccio, con il primo che inizia a tracciare una linea giunta fino a Bergomi e, poi, confluita nel ruolo di stopper interpretato ai massimi dal Cannavaro del 2006. E Facchetti primo di una lunga serie di terzini fluidificanti italiani, conclusa idealmente da Cabrini e Maldini.
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Il gol di Carlos Alberto nella finale del Mondiale '70 contro l'Italia. Non è soltanto una delle azioni più belle nella storia del calcio, è il momento in cui il terzino si evolve definitivamente verso un ruolo "totale"

Il bisogno di essere totali

Paolo Maldini, quanto meno per la sua carriera fino al 1998, può essere visto come l’emblema della definitiva trasformazione del ruolo. Difensore vero, che quando si tratta di andare in tackle non si fa pregare. Ala aggiunta, pronta a scalare senza palla per sovrapporsi all'ala sinistra. E profondamente “totale” in tutto. Dall’essere ambidestro alla lettura del gioco, arricchito del concetto di diagonale sin dall’avvento di Sacchi. Ma la perfezione di Maldini, in fondo, è anche la prova di quanto questo ruolo sia divenuto strategicamente complesso e cruciale. Perché l’applicazione del fuorigioco e l’abbandono della marcatura a uomo obbliga anche chi gioca sulla fascia (e deve spingere) ad essere lucido in fase di copertura, dove non può sbagliare una lettura tattica. Pena l’applicazione mancata dell’offside. Da allora, il terzino è divenuto uno dei ruoli più importanti e difficili. Al punto che si contano sulle dita di una mano gli interpreti di altissimo livello. Possiamo citare ad esempio la trabordanza di Dani Alves e Marcelo, ultimi esponenti in ordine cronologico della linea evolutiva brasiliana passata per Cafu e Roberto Carlos. E la sapienza di Philipp Lahm, totale anche nella capacità di ricoprire più ruoli (non solo su più fasce). Un’evoluzione spesso sottovalutata, eppure tremendamente importante per capire il calcio degli anni Duemila.
Philipp Lahm è una persona speciale e uno dei giocatori più incredibili che io abbia mai allenato, uno dei più intelligenti. Può giocare senza problemi in dieci posizioni diverse perché comprende perfettamente il gioco. Per me è stato un grande onore essere il suo allenatore [Per Guardiola su Lahm]

Dani Alves

Credit Foto Eurosport

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