Il Mondiale delle notti magiche (meno una) compie 30 anni. Lo ospitammo dall’8 giugno all’8 luglio del 1990 in un Paese che si inventò il terzo anello di San Siro ed edificò stadi così mostruosi che sarebbero poi stati abbattuti (come il Delle Alpi di Torino) o trascurati (come il San Nicola di Bari). Un’orgia di cemento dai costi esorbitanti, con troppo incenso, troppe ombre e troppi morti sul lavoro.
Meglio l’Italia di Azeglio Vicini dell’Italia di Franco Carraro e Luca di Montezemolo, nessun dubbio su questo. Anche se non bastò per arrivare alla coppa. Da sei vittorie e un pareggio non scaturì che un terzo posto, nella scia di Germania Ovest e Argentina. Si fatica a ricordare una finale più brutta e peggio arbitrata (dal messicano Edgardo Codesal). La decise il rigore che Lothar Matthaeus lasciò al destro di Andreas Brehme. Un rigore, fra parentesi, non proprio candido. Più che quell’episodio, e più che le espulsioni dei sudamericani Pedro Monzon e Gustavo Dezotti, resterà impresso, nei secoli, il «figli di p...» che Diego Armando Maradona dedicò ai fischi dell’Olimpico.

La Germania vince il Mondiale 1990

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Calcio
Italia '90, l'arbitro di Germania-Argentina: "Maradona? Potevo espellerlo prima dell'inizio"
26/04/2020 A 14:42
Tifava per i tedeschi, il popolo, dopo che a Napoli, in semifinale, l’Argentina ci aveva eliminato ai penalty. La Napoli del Pibe. Che, naturalmente, non sbagliò il suo. Rammento una vigilia molto travagliata, con l’Italia che invitava Napoli a fare il dover suo, e Diego che ironizzava sulla purezza degli appelli. Fu il mese di Totò Schillaci, capocannoniere con 6 gol, e non di Gianluca Vialli, divorato dalla tensione. E lo fu anche di Roberto Baggio, sempre: quando giocava e quando, soprattutto, non giocava. Come al San Paolo, per un’ora buona, nella «bella» con i campioni uscenti. Curiosamente, né il siculo dalle pupille spiritate né il divin codino, fresco di tempestoso sbarco alla Juventus, erano partiti titolari. Lo diventarono.
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In generale, il livello tecnico di quella edizione risultò un pianto. Se in Messico, nel 1986, Maradona aveva tenuto lontano gli avversari per quello che aveva fatto, quattro anni dopo li tenne a distanza per quello che riuscì a non fargli fare. Era ancora la Fifa di Joao Havelange e Joseph Blatter. Proprio costui, schifato dalla caccia grossa alle caviglie e dal calo verticale dei gol (media di 2,2, la più stitica di sempre), fece di tutto perché al potere andassero gli attaccanti. E ci riuscì: limiti al retropassaggio al portiere; rosso diretto per i falli da dietro e da ultimo uomo (in caso di chiara occasione da gol)); fuorigioco meno vessatorio. Premevano, in agenda, i Mondiali del 1994 e gli Stati Uniti, si sa, adorano l’obesità dei punteggi, non la perfezione «frossiana» dello 0-0.
Chi scrive, seguì il Brasile di Sebastiao Lazaroni fino al suicidio con i «descamisados» di Carlos Bilardo. Suicidio, perché dominò in lungo e in largo, non lesinò energie, colpì tre pali salvo arrendersi a un assist di destro di Diego per Claudio Caniggia. L’orazione funebre toccò a Pelé: «Dieci secondi di Maradona hanno ucciso novanta minuti di Brasile». Per la cronaca, e per la storia, quel Brasile schierava il libero, addirittura. Mauro Galvao. Se chiedete a un carioca o a un paulista che cosa detesti di più, le corna o il libero all’italiana, vi prego di non scommettere sulla risposta.
Come ordalia più emozionante scelgo Inghilterra-Germania Ovest, semifinale di Torino. Uno a uno, poi i rigori: le lacrime di Paul Gascoigne raccontano l’epilogo meglio di un trattato. Non poteva mancare «una mano de Diòs»: sempre di Maradona, naturalmente, ma questa volta contro l’Unione Sovietica e a difesa della porta patria. Liquidata l’Argentina nel debutto del Meazza, il Camerun di Roger Milla si arrampicò fino ai quarti, domato dalla frusta di Gary Lineker. Con i «leoni indomabili» cominciammo a credere che l’Africa avrebbe incarnato il calcio del Duemila. E così è stato: esclusivamente, però, in chiave individuale (Didier Drogba, ivoriano, al Chelsea; Sadio Mané, senegalese, al Liverpool; Samuel Eto’o, camerunense, al Barça e all’Inter), non certo sul piano collettivo, di Nazionale, dal momento che i quarti rimangono, in assoluto, l’obiettivo massimo raggiunto.
La Germania di Franz Beckenbauer era la solita Germania: laboriosa, macchinosa, con gli dei ben piantati in terra e non in paradiso (chi se ne frega). E l’Olanda, a due anni dal titolo europeo di Monaco, era tornata la solita squadra ambigua, un po’ fumo e un po’ arrosto. Furono proprio i tedeschi a eliminarla, non prima di uno sputo di Frank Rijkaard a Rudi Voeller, lo spot più volgare di tutta la rassegna.
Schillaci avrebbe ballato una sola estate. Quella. Il secondo posto del Pallone d’oro, fra Matthaeus e Brehme, ne riassunse il guizzo estremo. Vicini aveva promosso e rinfrescato la covata della Under 21. Sviluppò una manovra fra le più gradevoli, e chissà cosa sarebbe successo se, nella disfida di Napoli, a Totò avesse affiancato subito Baggio invece di preferirgli Vialli. Azeglio è stato un ct bravo e un uomo mite, che gli dei hanno scortato senza mai spingere. Fino al cross fatale, Walter Zenga non aveva preso nemmeno un gol. Poi quell’uscita storta, su Caniggia, e via con i dibattiti, i sondaggi, le ghigliottine.
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Sono passati 30 anni e resta la cicatrice, dolorosa, di un’occasione sprecata. Alla fine, «Ciao»: dalla mascotte al medagliere. L’ultima cartolina che imbuco non riguarda il trasloco dal Delle Alpi allo Stadium, che pure sarebbe istruttivo e indicativo: è il sorriso di Bora Milutinovic, precettore serbo di Costa Rica. Saranno cinque, in totale, le Nazionali pilotate ai Mondiali: Messico, Usa, Nigeria e Cina le altre. I conti d’albergo li pagava la moglie, facoltosa messicana. Bora: chi si chiama come un vento sa gonfiare le vele della vita.
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