Fascino unico, senza pari. Agli altri giocatori di una squadra servono qualità per poter attrarre attenzioni. Al portiere, invece, basta andare tra i pali. Vestire una maglia che non ha nessun altro e vivere una partita diversa. Principalmente da fermo, chiamato in causa solamente quando l’azione si fa decisiva. Ripercorrere l’evoluzione del ruolo di portiere non può che essere un percorso originale, quello con cui iniziamo lo speciale estivo di Lavagna Tattica.

Il primo ruolo, tra poesia e follia

Quando il calcio era tutto attacco e tutta difesa, il ruolo del portiere esisteva già. Quando ancora nulla o quasi era codificato, il regolamento già prevedeva la presenza di un solo giocatore che si muovesse tra i pali e potesse prendere il pallone con le mani. Fino al 1912 poteva addirittura farlo in tutta la sua metà campo, da allora al 1992, invece, quella figura unica è rimasta pressoché immutata. Un ruolo che ha affascinato grandi della letteratura come Albert Camus (che giocò da portiere in Algeria prima di essere fermato dalla tubercolosi) per la sua particolarità intrinseca. Quell’isolarsi dal contesto per poi risultare decisivo. Il ruolo del portiere è stato sin da subito strettamente connesso alla diversità. Quella di chi non è abbastanza dotato per giocare con i piedi, di chi ama buttarsi nella mischia rischiando di ricevere in cambio una scarpata, di chi non si sente come gli altri. La follia dei portieri, anche di quegli straordinari monumenti allo stoicismo come Lev Yashin, l’unico ad aver vinto il Pallone d’Oro, e Dino Zoff. Gente che parlava poco e incideva tanto.
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Uscire dagli schemi

Il primo scossone evolutivo giunge con il primo esperimento di calcio totale che si sia visto ad alto livello, la Grande Ungheria degli anni 50. La squadra di Hidegkuti e Puskas, ma anche di Gyula Grosics. Il primo portiere-libero che si ricordi. Perché sì, la squadra d’oro” controllava il gioco più di ogni altra e più di ogni altra si spingeva all’attacco. A Grosics, così, non restava che avanzare seguendo il movimento dei compagni e provando a fermare i contropiede avversari. Il nostro calcio offensivo dava più possibilità di ripartire agli avversari – racconterà – e quindi ero obbligato a muovermi da libero aggiunto, andando a recuperare la palla fuori dall’area e cercando di anticipare gli attaccanti”. Una storia quasi sconosciuta quella di Grosics, eppure tremendamente simile alla parabola di Jan Jongbloed, il portiere dell’Olanda del 1974. Rivoluzionario dal numero di maglia (non più l’1 ma l’8, per via della distribuzione dei numeri in base all’ordine alfabetico) al modo di giocare. Più con i piedi che con le mani, fungendo da primo baluardo nel calcio totale olandese. Un filone che proseguirà sino ai nostri giorni, passando inevitabilmente da Edwin van der Sar, educato da Louis van Gaal a giocare meglio di chiunque altro con i piedi nonostante le lunghissime leve.
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L’ultimo tassello: da Higuita a Neuer

Il balzo definitivo si ha nel 1992, quando l’International Board vara uno degli ultimi grandi cambiamenti regolamentari. Abolisce infatti la possibilità per il portiere di prendere il pallone con le mani su un retropassaggio di un compagno di squadra. La mossa finisce inevitabilmente con il rendere più veloci e spettacolari le partite, ma anche spazzando via in modo definitivo gli estremi difensori che dei piedi non sapevano cosa farsene. Anche perché l’innovazione regolamentare avviene nel periodo in cui il concetto di tattica del fuorigioco viene portato all’estremo. È il culmine del sacchismo e della sua appendice sudamericana che trova in Francisco Maturana un contraltare perfetto. Squadre che giocano in quaranta metri, che pressano altissime e aboliscono del tutto il ruolo del libero, ripartendo parte delle competenze tra difensori centrali e portiere. Proprio qui ecco nascere uno degli ultimi portieri folli, il primo degli estremi difensori evoluti: René Higuita. Unicum autentico negli anni 80 più per le sue uscite spericolate che per gli storici colpi dello scorpione. Ma futuro modello di tutti coloro che erano obbligati a interpretare il ruolo utilizzando al meglio anche i piedi. Arriveranno poi altri atipici come Campos, Chilavert e Ceni. Ma sarà soprattutto Manuel Neuer a rappresentare lo stadio definitivo del portiere-libero-calciatore totale. Un giocatore dotato di abilità tra i pali e capacità di leggere le azioni da difensore autentico. Con piedi da centrocampista e statistiche spesso impallidenti. Ripensate all’heat-map di Germania-Algeria dello scorso Mondiale o anche soltanto al fatto che in Roma-Bayern Monaco 1-7 Neuer toccò più palloni di otto romanisti, ed ecco che il quadro sarà chiaro. L’ultimo stadio dell’evoluzione dei numeri uno.
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