27/12/2019: Zlatan Ibrahimovic torna ufficialmente in Italia e firma col Milan. Per l'occasione vi riproponiamo un approfondimento a lui dedicato.

Aprile 2018. Zlatan Ibrahimovic si presenta in giacca e cravatta al Jimmy Kimmel Show, uno dei palcoscenici più iconici degli States. Applausi a scena aperta, sorrisi, strette di mano. A prendere la parola è il conduttore: "Mi chiedevo perché avremmo dovuto portare questo ragazzo in trasmissione. Poi ho aperto il Los Angeles Times e ho visto che aveva comprato una pagina del giornale. Di solito, gli atleti lo fanno quando lasciano un club. Lui l’ha fatto per annunciare il proprio arrivo". Dopo solo tre partite giocate con i Los Angeles Galaxy, il processo poteva dirsi compiuto. La trasformazione del ragazzo di Rosengard aveva raggiunto l’ultimo stadio. Conquistata l’Europa pezzo dopo pezzo, ecco anche il luogo più improbabile perché meno avvezzo al calcio. Dopo il lavoro sul campo, la grinta spremuta in ogni goccia di sudore, ecco il momento di unire i fatti allo show. Di fare in via definitiva della propria sfacciataggine uno strumento di fascinazione. Unendo un debutto da film a parole da supereroe. Indipendentemente da come si concluderà la sua vicenda, il lieto fine era già stato scritto. Un film di cui vale la pena riavvolgere la pellicola, analizzando il rapporto di interconnessione tra Ibrahimovic e le sue tappe europee. Ciò che Zlatan ha lasciato e ciò che Ibra ha imparato, passo dopo passo.

Serie A
Infortunio e rinascita: metamorfosi del leone Ibra
IERI A 19:55

1. Il prototipo del nuovo svedese

Rappresento la nuova Svezia. Io ho messo la Svezia sul mappamondo. Non è arroganza, questi sono fatti

Così si è espresso Zlatan Ibrahimovic durante la conferenza stampa di presentazione ai Los Angeles Galaxy, prima tappa nella conquista del nuovo mondo. Forse non è un caso che tre anni prima, al momento di celebrare la vittoria nell’Europeo di categoria, la Svezia Under 21 avesse scelto come colonna sonora una canzone dal titolo: "New Sweden”. La voce di una nuova generazione di calciatori, esuberanti e multiculturali. Una squadra plasmata dall’immagine dell’uomo che ha cambiato il calcio svedese - e la Svezia - per sempre. "Zlatan rappresenta un nuovo modo di essere svedesi - ci dice la giornalista di Aftonbladet Johanna Franden, una persona che ha seguito l’attaccante lungo tutto l’arco della sua carriera -. Ci sono state molte generazioni di immigrati prima di lui, ma lui è divenuto il simbolo di tutti coloro che sono figli di immigrati. Zlatan è nato in Svezia. Rappresenta quel gruppo consistente di persone che sono nate e cresciute qui, che parlano altre lingue a casa e avevano parecchi problemi a identificarsi in questo paese prima del suo avvento. Questo era un aspetto su cui non avevamo posto l’attenzione prima della sua autobiografia”.

Ibrahimovic, lo sguardo rivolto al futuro ai tempi del Malmo

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"Io, Ibra” ha venduto più di un milione di copie in patria. Non ha creato soltanto un senso di appartenenza tra le persone che condividevano un background simile. Ha anche permesso a chi non ne faceva parte di comprendere quel mondo. Ha portato alla luce la realtà delle periferie svedesi - in particolar modo Rosengard, dove è nato e cresciuto - alle masse. "Quello che succedeva lì è stato spiegato a beneficio delle persone che non sono familiari con quel tipo di ambiente - spiega Franden -. Ha permesso di capire com'è crescere in una realtà dove tutto è una battaglia e dove il cibo in tavola non è affatto garantito. Tutto ciò ha fatto sì che le persone provenienti da quella realtà fossero capite meglio e potessero entrar a far parte della società svedese più facilmente”. Il libro è divenuto popolare tra i bambini dei sobborghi.

La potenza di Ibrahimovic agli esordi

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"Zlatan ha acceso la luce sulla Svezia come paese di immigrati - prosegue Franden -. È divenuto il volto della Svezia degli immigrati, qualcosa di cui qui non si parlava più dagli anni 50-60. Il suo successo, la personalità e il carisma lo hanno reso un simbolo e questa è la sua eredità più importante”. Un’inchiesta del 2015 ha svelato come il quartiere più povero dell’intera Svezia fosse lo stesso Rosengard dove Zlatan è cresciuto. Per la polizia, si tratta di una delle zone maggiormente colpite dalla criminalità e dai problemi sociali. Ma il successo di Zlatan insegna che la vita di un calciatore non è un sogno e può divenire realtà, anche per la gente dei sobborghi. "È difficile sognare quando senti che il tuo sogno è impossibile da realizzare - spiega l’ex nazionale Under 21 svedese di origine eritrea Henok Goitom -. Il modo in cui Zlatan si è imposto ha cambiato il significato stesso della parola sogno, portando i grandi stadi europei a un passo dai quartieri come quello da cui provengo anch’io”. Tra i venti calciatori con più presenze in nazionale, Ibrahimovic è l’unico con entrambi i genitori immigrati in Svezia. Tra i venti migliori realizzatori, Zlatan è l’unico con tali origini. Con 116 partite e 62 gol, ha già un posto nella storia di questo movimento. E, dopo aver ridefinito gli orizzonti degli immigrati svedesi, Zlatan ha anche modificato il significato stesso dell’essere svedese. Per tradizione, in Svezia è la collettività a decidere: nel calcio come nella società, il gruppo è il pilastro. In un paese dominato dalla Legge di Jante - la dottrina che mette al bando ogni tipo di individualismo - Ibrahimovic diventa l’eccezione, un individuo che ha cambiato la società e il calcio.

"Prima, il collettivo era la cosa più importante e non ti era concesso particolare spazio personale: cercandolo, saresti stato visto soltanto come una persona problematica - spiega Goitom -. Invece di aiutare i ragazzini dotati di una personalità spiccata, li si isolava. Zlatan ha cambiato tutto questo. Grazie a lui, adesso, è molto più facile conciliare individualismo e collettività. E, visto il suo rendimento in nazionale, le persone con origini simili alle sue hanno avuto un percorso più facile verso la maglia della Svezia”. Tutti vogliono essere Zlatan. Ma in una società dove la realtà viene spesso mistificata, distinguere realtà e finzione resta un’operazione complessa. Nel suo caso, la mole di lavoro necessaria per giungere al successo è stata notevole e la sua etica del lavoro è sempre stata elogiata dai compagni. Non è affatto per un effetto della buona sorte che Ibrahimovic non si sia rivelato uno dei tanti ragazzini di quartiere a non avercela fatta. Eppure, nonostante una carriera fantastica, resta una figura divisiva.

Larsson, Ljungberg e Ibrahimovic: tutti i volti della Svezia contemporanea

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È parte della sua personalità l'essere presuntuoso

"Non sarà mai un ragazzo umile e incompreso - spiega Franden -. L’arroganza e le risposte a bruciapelo sono parte di lui e non ci ha messo molto a farne un punto di forza”. Analizzando la sua parabola, è inevitabile scatenare un dibattito. Alcuni lo definiranno arrogante, altri elogeranno la sua attitudine. La carriera, i gol e i titoli non verranno mai dimenticati. Ma è altrove che possiamo scoprire il vero lascito di Ibrahimovic. Zlatan, il ragazzo di Rosengard divenuto la faccia e il volto globale della Svezia. Un calciatore e un uomo che ha creato un nuovo modo di essere svedese, quello in cui anche i figli di immigrati possono identificarsi. La superstar che ha avvicinato i grandi stadi europei alle periferie, trasformando i sogni in obiettivi per un’intera generazione.

  • Malmo 1999-2001: 47 partite, 18 gol
  • Svezia 2001-2016: 116 partite, 62 gol

Di Siavoush Fallahi (Twitter: @SiavoushF)

Tutti i gol europei segnati da Ibra con le squadre di club, paese per paese:

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2. Pizza, patatine e Zlatan

Ristorante italiano lungo l’Herengracht, il Canale dei signori di Amsterdam. Siamo sul finire dell’estate, vicini all’orario di chiusura. Entra un gruppo di uomini. Non un gruppo qualsiasi. C’è Mido, ex attaccante dell’Ajax, e altri tre amici piuttosto rumorosi. La zona è esclusiva, una sorta di Kensington o Central Manhattan. Per questo, il ristorante in questione è spesso visitato da celebrità, calciatori dell’Ajax ed ex Lancieri. Frank Rijkaard, a quanto pare, vive nei dintorni e si fa vedere spesso. Mido e compagni si siedono e ordinano acqua, pizza e patatine. Pizza e patatine? Ebbene sì, per la sorpresa dello stesso cameriere. Ma è di Mido di cui stiamo parlando, un ragazzo che ha sempre cercato di godersi la vita al massimo fin dal suo arrivo ad Amsterdam nel 2001. Esempio: una volta tirò un paio di forbici verso un coetaneo, quello con cui era in lotta per diventare il titolare nell’attacco di Ronald Koeman, Zlatan Ibrahimovic. Noi sappiamo come andò a finire, quanto siano state differenti le parabole di questa coppia. Ma nel 2001, i tifosi dell’Ajax si domandavano realmente chi dei due (o se almeno uno dei due) fosse abbastanza valido da poter vestire la maglia del club.

Quando Mido e Ibrahimovic festeggiavano assieme

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C’era qualcosa, però, di cui non erano al corrente. Zlatan stava ben lontano dalle case dell’Herengracht, da quel lusso e da quei ristoranti. Viveva a Diemen, a una distanza fisica di non più di 6-7 chilometri dal centro. A una distanza ideale infinita dallo splendore di Amsterdam. Grigio industriale e noia. Se Amsterdam è una casa accogliente, Diemen è un grattacielo affollato. Eppure, era lì che Zlatan passava ogni giorno. Perché era così che aveva deciso l’Ajax, nonostante si trattasse della parte meno attraente della città. Nella propria autobiografia, Zlatan ricorda quanto si annoiasse a Diemen. Gli unici momenti di divertimento nascevano quando poteva sfogarsi sui videogame in compagnia del terzino brasiliano Maxwell. Non tutti possono essere Rijkaard, certo. Però la maggior parte dei calciatori dell’Ajax va quanto meno ad abitare nel quartiere di Oud Zuid, a pochi passi dal Museum Quarter.

Che cosa sarà passato per la testa di Zlatan, là a Diemen?

La tentazione è pensare che fosse tutto un rimboccarsi le maniche, lavorare duramente stando ben lontano da pizza e patatine. E che la dedizione al lavoro lo abbia reso il calciatore fantastico che tutti conosciamo. Ma non avrebbe troppo senso. La verità è che non lo sappiamo. La verità è che per l’Ajax, Zlatan è stato un enigma avvolto in un mistero, a sua volta piazzato nel cuore di un altro enigma più grande. Nel 2001, del resto, era soltanto un ragazzo un po’ strano con un fare da duro che non pareva all’altezza della storia del club. Soltanto due anni dopo, sarebbe divenuto il calciatore migliore nella storia recente dei Lancieri, destinato alla cessione verso l’estero come la maggior parte dei talenti espressi dalla Eredivisie.

La leggenda Leo Beenkahher "presenta" a Ibra la maglia dell'Ajax

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Frutto del lavoro intenso, a differenza di Mido? Forse. O forse c’è anche dell’altro. Fatto sta che, anche dopo tutti questi anni, i tifosi dell’Ajax guardano all’inizio degli anni 2000 e si chiedono cosa li abbia portati a dubitare. Ricordate quel gol contro il NAC? Come si fece beffa del capitano Rafael van der Vaart e come fece impazzire Ronald Koeman, quanto la gente lo amò in quel momento? Era l’essenza di Zlatan. Adesso, abbiamo tutti capito che quel ragazzo dai modi insoliti di Diemen era in possesso di una forza irrefrenabile che avrebbe impazzato per l’Europa negli anni a venire. Ma, all’epoca, nessuno ne aveva idea. La gente di Diemen non ne aveva idea. Mido ne sapeva quanto noi. Nemmeno Zlatan stesso, seduto su quel divano e impegnato a capire cosa mangiare per cena, ne sapeva qualcosa. Stavamo soltanto vivendo le nostre vite. Io ero uno studente che lavorava come cameriere nei weekend, quello a cui Mido dava mance non troppo generose. Eravamo tutti esseri mortali, mentre fuori dalla città un semidio in divenire stava seduto sul divano giocando ai videogame. E ora, non possiamo che sentirci estremamente fortunati e orgogliosi per averlo avuto con noi per tre anni. Dovrebbero farne un museo di quella casa a Diemen. E, forse, quel ristorante sull’Herengracht dovrebbe dedicare un piatto a Mido.

  • Ajax 2001-2004: 110 partite, 48 gol

Di Elko Born (Twitter: @Elko_B)


3. L'Assoluto di Ibra

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Per Georg Wilhelm Friedrich Hegel, l’Assoluto è il divenire, la continua modificazione regolata dalla legge della Dialettica. Se Ibrahimovic nel corso degli anni è giunto a paragonarsi in modo soltanto velatamente blasfemo a un qualsivoglia tipo di divinità, è anche perché il suo percorso non è stato così lineare come gli piacerebbe farci credere. Il giocatore - anzi, l’uomo - che abbiamo ammirato negli ultimi anni è soltanto un lontano parente del ragazzino di Rosengard. E, se qualcosa in lui è cambiato, è anche perché non è affatto impermeabile alle contaminazioni esterne. Le più facili da rintracciare, frutto di un rapporto biunivoco, non possono che essere quelle italiane. Il posto in cui Zlatan è divenuto Ibra, ha costruito le fondamenta della propria leggenda. Come? Dialetticamente, ovvio.

Una delle tante spiegazioni di Capello a Ibrahimovic

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Tesi

Ti tirerò fuori l’Ajax dal corpo a legnate

Il benvenuto in Italia per Ibrahimovic ricorda molto da vicino la cura Ludovico, il lavaggio del cervello di Arancia Meccanica. A operarlo con fare scientifico è Fabio Capello, il suo primo allenatore italiano. L’emblema di una scuola che, per quanto aggiornata e al passo coi tempi, predilige innanzitutto il gol al dribbling, la palla rubata alla bella giocata, il risultato all’estetica. In Capello si incarna l’ultima Juventus moggiana, sintesi estrema del tradizionale motto bonipertiano "vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. Quel ragazzone svedese di 22 anni non capiva, era ancora troppo vicino temporalmente al fenomeno del ghetto che amava il pallone per il gusto della giocata, dello stupore altrui. Eppure, avvertiva che si trattava di un dialogo più profondo. Non tra Capello e Ibrahimovic, ma tra una cultura - quella italiana - e il suo inconscio. Lì dove risiedono pulsioni ben più forti della passione per le belle auto, i guadagni e tutto ciò che deriva dallo status di calciatore. Lì dove il desiderio è l’affermazione di se stesso. E l’affermazione non può essere altro che il gol, la vittoria, il miglioramento costante. La tesi hegeliana dell’Ibrahimovic italiano consta in un’affermazione apparentemente astratta e limitata, nel provocare in lui il desiderio di essere un vincente. Di incarnare lo spirito juventino, l’essenziale italiano e italianista. Il contrappunto della sua anima. Lo stesso che, una volta sprigionato, non si può contenere. E spinge altrove non appena la Juventus retrocede. Attendere, per chi possiede quel fuoco sacro, non è possibile. Essere rimpianto, da chi è - comunque - abituato a vincere, non è concesso.

  • Juventus 2004-2006: 92 partite, 26 gol

Antitesi

In termini prettamente geografici, agli antipodi di Torino sta un punto in mare aperto poco distante dalla Nuova Zelanda. Calcisticamente parlando, invece, non esiste nulla di più lontano dalla Juventus - o meglio, opposto - dell’Inter. Lì dove Ibrahimovic approda nell’estate 2006, infiammando l’Italia dilaniata da Calciopoli. Il contratto con il Milan era già pronto, ma qualcosa spinse lo svedese ad andare oltre e accettare una sfida più grande. Riportare la squadra del suo idolo di gioventù, Ronaldo, al titolo sul campo che nemmeno il brasiliano era riuscito a cogliere. Rendere una macchina da guerra il club che rappresenta idealmente l’altra faccia della medaglia italiana. Umorale, scostante, incapace di sostenere il ruolo di favorito. A sostenerlo proprio la maturazione avvenuta nel primo biennio in Serie A. E la dimensione di vincente insaziabile alimentata dalla fame di rivalsa che lo ha sempre mosso.

Ibra nelle vesti di salvatore della patria sotto la pioggia di Parma

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Non c’è tempo da perdere e Ibrahimovic lo capisce subito. Vede lo spogliatoio nerazzurro diviso in gruppi, spiega a Massimo Moratti che così non si vincerà nulla e il presidente reagisce chiamando a rapporto la squadra. Ibrahimovic fa all’Inter ciò che Capello aveva fatto al primo Ibrahimovic. Ne modifica l’anima, divenendo leader di una macchina da scudetti. La Juventus è assente dalla Serie A per la prima volta, ma la Juventus è lui. Il dominatore assoluto del campionato. Fino a quando non si rende necessaria una nuova sfida. E parte per Barcellona. Sarà per quel goffo bacio alla nuova maglia. Sarà che, beffardamente, la Champions League arriverà l’anno successivo, sarà che la sua idolatria verrà sostituita da quella per José Mourinho, sarà che si tratta di un periodo tanto vicino e tanto lontano nel tempo. Ma è come se nei confronti dell’Ibrahimovic nerazzurro fosse stato operato un processo di rimozione. La sua essenza, in fondo, era antitesi pura all’animo interista. E, proprio per questo, non poteva che nascere una passione travolgente e breve.

  • Inter 2006-2009: 116 partite, 66 gol

Sintesi

Serata di inizio ottobre, riscaldamento pre-partita. Ronaldinho, tra un numero e l’altro, gioca a prendere la traversa. Lo sguardo del nostro si posa su di lui. Ibra stoppa il pallone e, da fermo, lascia partire un siluro che si stampa dritto dritto sul montante. Boom. Un rumore inaudito che spegne d’un tratto il sorriso del Gaucho. L’impatto di Ibrahimovic al Milan è ben racchiuso da quest’immagine metaforica. Il Diavolo lo strappa alla prigione catalana per ribaltare le gerarchie cittadine invertite del tutto dal maggio del Triplete. Arriva in uno spogliatoio tardo imperiale e lo ribalta. È lui il dictator a cui il club più titolato al mondo si affida per rialzare la testa. E lui si incarna alla perfezione nello spirito della maglia rossonera.

Ronaldinho, Pirlo e Seedorf: tutti ai piedi di Ibra

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Infiammandola con l’ardore vincente di stampo juventino, entusiasmandola con l'ulteriore implementazione della leadership tecnica costruita in nerazzurro. Veni, vidi, vici. Una parentesi tanto breve quanto indelebile, conclusa dall’inizio della fine berlusconiana. Conciliatoria. Per Ibrahimovic, giunto a superare con un mix di tecnica ed efficacia lo stesso modello brasiliano che lo aveva ispirato in gioventù ed era incarnato alla perfezione da Ronaldinho. Per il Milan, riappacificato - anche se per poco - con la propria storia. E per l’Italia calcistica, da allora desiderosa di abbracciare quello sbruffone a cui perdonare tutto in nome della vittoria. L’ultimo top player del nostro movimento. Venuto in Italia per imparare e andatosene per insegnare.

  • Milan 2010-2012: 85 partite, 56 gol

Di Mattia Fontana (Twitter: @MattiaFontana83)


4. Un aereo che ha cambiato rotta

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In un luogo non precisato posto nello spazio aereo che intercorre tra Donetsk e Barcellona matura una reazione istintiva. Joan Laporta, presidente del Barcellona, si convince che è necessario tentare l’impossibile per assicurarsi Zlatan Ibrahimovic. L’aereo privato cambia rotta a metà del volo e atterra in incognito a Milano. I dirigenti blaugrana incontrano Massimo Moratti e con 60 milioni di euro più il cartellino di Samuel Eto’o l’affare può dirsi concluso. Un cambio di rotta repentino per rispondere a una richiesta esplicita di Pep Guardiola, il tecnico che aveva fissato come obiettivo di mercato uno tra Ibra e David Villa. La via più rapida per evitare di dividere lo spogliatoio con Samuel Eto’o, anche solo per un altro secondo. A volere quell'acquisto era proprio il tecnico, nonostante questi avesse nei mesi precedenti portato a casa lo storico triplete dopo aver inventato Leo Messi come falso nueve. La fiducia in quell’idea tattica, evidentemente, non era affatto sconfinata. Nemmeno per Guardiola. Un cambio di rotta, dunque. Maturato in un istante ma per ragioni sviluppatesi nel corso del tempo.

L'ombra di Ibra sulla filosofia di Guardiola

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Appena un mese prima che Ibrahimovic venisse presentato al Camp Nou davanti a 50mila spettatori, infatti, il ritorno di Florentino Perez al Real Madrid aveva rivitalizzato il corso dei Galacticos: Cristiano Ronaldo, Ricardo Kakà e Karim Benzema. Mosse che convinsero il presidente Laporta a combattere l’eterno rivale non soltanto con il gioco, ma anche in termini di show. Operazione ai limiti dell’assurdo, come se vincere nella stessa stagione Liga, Coppa del Re e Champions League con sette giocatori della Masia non avesse costituito un risultato sufficientemente attrattivo. Causa ed effetto.

Per il calcio spagnolo, Ibrahimovic doveva così divenire l'antitesi a Cristiano Ronaldo. Messi non era sufficiente?

Ad essere onesti, però, Laporta e Guardiola non sbagliarono affatto nel concedersi quel capriccio svedese. Se il Barcellona vinse quella Liga contro il Real Madrid di Manuel Pellegrini fu, in gran parte, per un gol segnato da Ibra nel Clasico del Camp Nou. Ma anche perché Pep si convinse del tutto che la sua idea di calcio dovesse prescindere da un altro centravanti che non fosse Messi, riconvertito definitivamente in falso nueve proprio nel ritorno al Santiago Bernabeu contro il Real Madrid.

Ibra, Pep e... L'altro

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Una presenza incidentale, certo. Eppure decisiva. Perché l’arrivo di Ibrahimovic - direttamente o no, in positivo e in negativo - portò Guardiola verso la completa definizione del proprio calcio. Quella che ha reso Messi uno dei migliori giocatori di tutti i tempi. Una rielaborazione concettuale valsa al tecnico catalano l’appellativo di filosofo, vergata dello stesso Ibrahimovic con toni chiaramente dispregiativi. Un cambio di rotta dopo un cambio di rotta. Al punto che, con il senno di poi, viene da pensare che ne sarebbe mancato soltanto un altro per rendere il quadro perfetto. Quello che avrebbe potuto portare Ibrahimovic sempre in Spagna, ma a Madrid. Con Cristiano Ronaldo al proprio fianco e José Mourinho in panchina. Forse, in quel contesto, avrebbe mutato - questa volta intenzionalmente - la propria storia e quella del calcio spagnolo. Di certo si sarebbe divertito di più. E di più avrebbe divertito tutti gli aficionados.

  • Barcellona 2009-2010: 46 partite, 22 gol

Di Adrian Garcia (Twitter: @adriangroca)


5. Le sfaccettature di un regno incompiuto

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Ibrahimovic suscita sentimenti ambivalenti in Francia. Lo fa ovunque, per carità. Ma all’interno dell’Hexagone accade in modo particolare. La Francia, del resto, è pur sempre stata da lui qualificata come un "paese di merda" dopo una sconfitta bruciante. Un paese che, dal canto suo, non è mai riuscito a issare sull’ultimo gradino della Champions League malgrado quattro tentativi con un PSG sempre più ambizioso. Qualcosa che costringe a relativizzare lo status di "leggenda", peraltro autoproclamatasi dopo la sua partenza verso l’Inghilterra nel 2016. Discutere il talento o il dominio nazionale esercitato con i parigini sarebbe però un’operazione ben poco corretta. Nell’arco di quattro stagioni, Ibra ha marcato il campionato francese con la propria impronta. Gesti tecnici ben oltre i limiti dell’inverosimile, atletismo e forza degni di un grande delle arti marziali. Il suo colpo di kung-fu al Vélodrome, sul campo degli acerrimi rivali dell’Olympique Marsiglia, nel 2012, o il suo colpo di tacco contro il Bastia, nel 2013, sono rimasti scolpiti nell’immaginario comune. In campo, era come se emanasse un’aura in grado di instillare negli avversari un misto di stupore ed esaltazione. Molti di loro sono sembrati lasciarlo giocare, altri sono caduti nella trappola del credersi in grado di sconfiggerlo. È stato la Stella capace di rappresentare la Ligue 1, un giocatore che non calcava quei campi da troppo tempo. Il simbolo del nuovo Paris Saint-Germain.

Ibra, la vedette del PSG

Credit Foto Eurosport

Quando Ibrahimovic è sbarcato dal Milan nell’estate 2012, la proprietà qatariota si era impossessata del PSG da un anno, ma non era ancora arrivata al titolo di campione di Francia. Il danno coesisteva con la beffa di essere stati sorpassati dal piccolo Montpellier. Con lo svedese sono giunti quattro titoli nazionali. Appena ripartito, è stato il Monaco a salire sul trono. È come se Ibrahimovic avesse avviato un regno che ha avuto inizio con il suo arrivo ed epilogo con il suo addio. Se ne è addirittura andato dalla capitale come miglior marcatore nella storia del club parigino (156 gol), titolo di cui ora si fregia Edinson Cavani. Ma le statistiche non costituiscono nulla se non una piccola parte della sua eredità. Codino, nasone, tatuaggi e frasi da duro. Ibrahimovic non è stato soltanto un top player, è stato anche un tutt’uno di carisma e provocazioni. Forse non a caso, a introdurlo in Francia è stato un paragone con la Gioconda evocato da Mino Raiola. E lui stesso si è presentato al nuovo pubblico con una dichiarazione programmatica dalla portata notevole.

Non so molto della Ligue 1 e dei suoi giocatori, ma loro conoscono me

Senza quel parlare franco e quello stile, non avrebbe polarizzato tanto l’attenzione. Non avrebbe avuto il diritto di essere rappresentato dalla propria marionetta nella trasmissione "Les Guignols de l'info" o addirittura di vedersi intitolato il verbo "zlataner", un popolarissimo sinonimo di sopraffazione. La sua riproduzione in cera non sarebbe mai arrivata fino al Musée Grévin, nel 2015. Se ha dato noia ad alcuni, altri hanno ammirato la fiducia in sé da lui stesso emanata. Odio o amore, null’altro. Il personaggio Ibrahimovic è sempre stato profondamente divisivo.

Ibra, il simbolo di Parigi

Credit Foto Imago

Anche fra i tifosi del PSG. In effetti, divenire il simbolo del PSG targato Qatar non include soltanto aspetti positivi. Da quando lo slogan "Rêver plus grand" ("Sognare più in grande") è stato fatto proprio da un club trabordante di ambizioni, gli innamorati di lunga data si sono interrogati sull’integrità delle vittime di un colpo di fulmine più tardivo. Preferire Rai o Pedro Miguel Pauleta a Ibrahimovic è divenuto al contempo vezzo e prova di fedeltà perenne. Inoltre, alcuni tifosi del PSG ricordano tanto l’egemonia esagonale quanto i fallimenti europei dello svedese. Un giocatore che, come il club, non ha mai vinto la Champions League. Il suo fare altezzoso avrebbe probabilmente unito di più le anime del Parco dei Principi in caso di consacrazione continentale. Ma Ibrahimovic è davvero così pieno di sé o lui stesso gioca a interpretare un ruolo in cui si è progressivamente rinchiuso? La domanda resta inevasa in Francia dove un documentario di Canal+, "Ma part d'ombre" ("La mia parte oscura"), lo ha recentemente mostrato sotto una luce diversa. Un uomo, non soltanto una star. Nel documentario, Ibrahimovic denuncia il razzismo subito in Svezia e spiega quanto questo abbia influito sul proprio comportamento attuale. Stupendosi di essere divenuto oggetto di critiche in Francia: "Voi dite che sono arrogante. Ma i francesi sono famosi per la loro arroganza. Io sono esattamente come voi, mi dovreste adorare!". Una frase pronunciata dall’uomo o dalla star? È stato l’uomo o la star che i francesi hanno amato e odiato?

  • Paris Saint-Germain 2012-2016: 180 partite, 156 gol

Di Simon Farvacque (Twitter: @Sporthinker)


6. Zlatan Cuor di Leone

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Gli studi sui fossili dimostrano come il leone si aggirasse nell’Inghilterra preistorica già all’incirca 700mila anni fa. Ma si è dovuto attendere il XII secolo - quando Riccardo I lo scelse per decorare le divise dei militari - perché questo animale fosse assurto a simbolo dell’identità nazionale. Uno stilema durato nel corso dei secoli, motivo per cui i tre leoni sono ancora presenti nello stemma dell’Inghilterra calcistica. L’animale spirituale adottato da Zlatan Ibrahimovic durante la propria avventura britannica ha indubbiamente colto nel segno di uno dei più potenti simboli in possesso di questo paese. "Io sono un animale, mi sento come un leone. Un leone nasce leone e lo rimane”, disse nel febbraio 2017 dopo aver segnato la doppietta decisiva nella finale di Coppa di Lega contro il Southampton. Quasi novecento anni dopo Riccardo Cuor di Leone, ecco Zlatan Cuor di Leone. Adottare un simbolo nazionale facendolo proprio, l’ennesima mossa azzeccata da questo straordinario esempio di maschio alfa. Chiamatelo caso oppure no, resta il fatto che Ibrahimovic si sia trasferito in Inghilterra esattamente una settimana dopo la Brexit. Proprio lui. Il genio svedese, figlio di immigrati, che aveva eccelso in Olanda, Italia, Spagna e Francia. Il manifesto dell’integrazione europea, giunto nel paese che aveva appena voltato le spalle a un simile modello in favore di rigurgiti insulari avviluppati in visioni di grandiosità non sempre connesse alla realtà circostante.

Il biglietto da visita di Ibra in Inghitlerra: lo stacco clamoroso su Wes Morgan

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Quel messaggero con il codino non era altro che la prova di quanto il senso di eccezionalità inglese sia spesso privo di sostanza. Del resto, era stato lo stesso Zlatan a diagnosticare il problema nel 2012. Dopo aver segnato un rimarchevole gol in rovesciata nell’amichevole tra Inghilterra e Svezia, disse: "Con gli inglesi va così. Se segni contro di loro sei un buon giocatore, se non lo fai non lo sei”. Anche dopo quell’incredible rete, l’Inghilterra rimase fedele al proprio regime di isolamento, impenetrabile al fascino dello svedese. Nonostante 11 titoli nazionali vinti in giro per l’Europa, nonostante 156 gol in 180 partite con il PSG. Zlatan non aveva ancora fatto nulla in Inghilterra ed era ancora da vincere la battaglia per imporsi in un campionato auto-definitosi il test più probante nel mondo del calcio. La Premier League era davvero così speciale? Avrebbe svelato al mondo che Ibrahimovic non era nulla di più che un sofisticato sostenitore della propria causa? Quanto avrebbe rischiato un centravanti 34enne in una lega così dispendiosa? Niente di tutto ciò. A dimostrarlo è stata una stagione dalle proporzioni storiche. Ibrahimovic ha segnato nel debutto, un 2-1 inflitto al Leicester in Community Shield. Ha segnato nell’esordio in Premier League, un 3-1 a Bournemouth, e alla prima nel tempio dell’Old Trafford, un 2-0 sul Southampton. Tra il 6 di novembre e il 15 di gennaio, ha messo dentro 13 reti in 13 partite. A fine stagione sarebbero state 28 tra tutte le competizioni. Non è soltanto sopravvissuto in Inghilterra, ha prosperato. E quando ha segnato contro il Leicester nel febbraio 2017, è divenuto il più vecchio giocatore ad aver realizzato almeno 15 gol in una stagione di Premier League. Qualcosa di storico.

Ibra Cuor di Leone

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Sono andato in Inghilterra in sedia a rotelle, ma l'ho conquistata in tre mesi

Così ha scherzato Ibrahimovic non appena arrivato a Los Angeles, con ovvio riferimento alla percezione di sé che regnava tra i sudditi di Sua Maestà. La sua seconda stagione è stata un non-evento, pregiudicata sin dalle premesse dall’infortunio al ginocchio subìto nell’aprile del 2017. Nonostante tutto, però, la forza del suo recupero ha convinto lo United a metterlo sotto contratto per un altro anno. "Il suo ginocchio è così forte che i chirurghi hanno detto di non aver mai visto nulla di simile - disse Mino Raiola -. Zlatan è così forte che i dottori vogliono rivederlo al termine della sua carriera per studiarlo”. Un mito, però, non più supportato dalla realtà dei fatti. Le apparizioni dell’Ibrahimovic rientrante nell’inverno del 2017 non sono state migliori di alcune sue spacconate sui social media. Ma, in fondo, la missione inglese poteva dirsi compiuta. Nel tweet di annuncio del suo arrivo ai Galaxy, Ibrahimovic si pavoneggiava in compagnia di un leone. Ora sì che la trasformazione era finalmente compiuta.

  • Manchester United 2016-2018: 53 partite, 29 gol

Di Tom Adams (Twitter: @tomEurosport)

Mi dicevano che avrei vissuto tranquillamente qui a Los Angeles, ma dal primo giorno è impossibile non essere riconosciuto per strada. Però è colpa mia, se gioco così...
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