Il Sarrià non c’è più. Italia-Brasile 3-2 ci sarà sempre. Il 5 luglio di 40 anni fa, un lunedì di gran sole, il mondo si giocava il Mondiale e noi la faccia. I filmati girano su Internet. Ai giovani e ai nostalgici che intendono approfondire, suggerisco «La partita» di Piero Trellini. Quello stesso giorno nasceva, a Biella, Alberto Gilardino: casualmente (o no, visti i flussi e gli influssi da Barcellona), sarebbe diventato centravanti.
Inviato della «Gazzetta dello Sport», ero là. Seguivo i nostri avversari. Alla vigilia, intervistai Paulo Roberto Falcao: «Con i trucchi imparati a Roma eviteremo la trappola azzurra». Imparati ma dimenticati, evidentemente. Come summa di emozioni, la colloco vicino a Italia-Germania Ovest 4-3 del 17 giugno 1970 e alla finale del Roland Garros del 1984, sancita dalla rimonta di Ivan Lendl su John McEnroe (da 0-2 a 3-2). Fateci caso: favoriti erano coloro che avrebbero perso. I tedeschi, i brasiliani; e John, a Parigi, stava giocando da Dio. Vinsero gli avversari: più umili, più aggrappati alla fame che non alla fama.

Italia-Brasile 3-2, 5 luglio 1982: Zoff e Socrates, i due capitani

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Mi occupai di Dino Zoff. Raccontai il suo pomeriggio, i suoi tuffi. Non tanti, a essere sinceri, e soltanto uno superbo, straordinario. Agli sgoccioli, su colpo di testa di Oscar (dal vivo, in cronaca, mi scappò Cerezo). Il rumore del silenzio (stampa). La firma in calce al tabellino. Nel gennaio del 2019, il «Guerin Sportivo» mi chiese il podio delle parate più belle. La piazzai al secondo posto, nella scia dello zompo con il quale Gordon Banks aveva disarmato la sgrullata di O’ Rey a Messico ‘70. La descrissi così:
«Punizione defilata dalla sinistra, la batte Eder con quel mancino che era un deposito di esplosivo. La traiettoria non ha un indirizzo preciso, spiove nel mucchio. E dal mucchio svetta la testa di Oscar. L’impatto è forte, anche se non al livello del Pelé messicano. Zoff, piantato a centro-porta, vede tutto, cosa che gli permette di decollare in tempo per individuare il proiettile e deviarlo. Siamo a pochi centimetri dal gesso fatale, in un’epoca in cui il portiere può ancora giocare con le mani i retro-passaggi: altro che Var».
«Il capitano recupera la palla con un braccio e la cova come un uovo, sul petto. L’arbitro è Abraham Klein, israeliano: tira dritto, giulivo. Il boato della «torcida» è da gol, ma gol non è. Zoff ha 40 anni e se è vero che "Dura solo un attimo, la gloria", come recita il titolo della sua biografia, quell’attimo durerà per sempre».
Fu una metafora, il match del Sarrià. Le formiche in fuga che, d’improvviso, avevano dato segni di riscossa (2-1 all’Argentina); le cicale che già si vedevano oltre. E Paolorossi - tutto attaccato, tutto attaccante - la pecorella smarrita che il buon pastore non aveva smesso di aspettare, di difendere. La pazienza contro l’arroganza. E le solite didascalie: catenaccio di qua, jogo bonito di là. In attesa dell’urlo di Marco Tardelli.
Dal diario di bordo: Pablito, Socrates, Pablito, Falcao, Pablito. E il 4-2 di Giancarlo Antognoni, regolarissimo, cancellato da un fuorigioco «mentiroso». Se fosse finita 3-3, con l’Italia a casa e il Brasile avanti, il «Corriere dello Sport-Stadio» avrebbe titolato: «Derubati». Claudio Gentile braccava Zico, Beppe Bergomi aveva 18 anni, il libero era Gaetano Scirea: il destino, cinico (ma anche competente, purtroppo) lo avrebbe rapito nel 1989; per poi dedicarsi, insaziabile, a Paolino (2020).
Enzo Bearzot l’ho tenuto per ultimo. L’avevamo bombardato, vilipeso, spolpato. I tifosi, i dirigenti, i giornalisti: tutti, tranne i rari «giapponesi» dell’anti-coro. Un plotone di esecuzione permanente e ambulante. In quelle ore di trambusto, liquidata la spocchia dei sambisti, capimmo come sarebbe finita. E così ci preparammo. Cominciammo a scendere. Non si ricorda, a memoria d’uomo, una ritirata più totale, più plateale, più ingloriosa.
Se cercate la spina dorsale dell’Italia, nel bene e nel male, frugate tra quei brividi, tra quei gol. E, soprattutto, fra quel prima e quel dopo.

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