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Pasadena è solo un brutto sogno. Roberto Baggio, colui che ci ha fatto innamorare del calcio

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Roberto Baggio - compleanno copertina

Credit Foto Eurosport

DaLuca Stamerra
13/04/2020 A 06:00 | Aggiornato 13/04/2020 A 16:06
@StamLuca

2 Scudetti, una Coppa Italia e una Coppa UEFA, oltre ad un FIFA World Player, un Pallone d'oro e la classifica capocannonieri della Coppa delle Coppe. Questo il palmarès di uno dei più grandi del calcio, Roberto Baggio Il Divin Codino, il Raffaello, che ha raccolto meno di quanto avrebbe potuto. Ci ha dato però tante lezioni e ci ha fatto innamorare del pallone.

È difficile trovare il momento della carriera più importante di Roberto Baggio. Qualcuno dice il 17 luglio 1994, giorno della finale dei Mondiali, quando nella lotteria dei rigori fu proprio lui a sbagliare il penalty decisivo dopo gli errori di Baresi e Massaro. Una beffa clamorosa, soprattutto per chi - come Baggio - fu capace di trascinare quasi da solo la nostra Nazionale fino alla finale. Beh quel rigore è dimenticato e non si può racchiudere la carriera di un grande Campione in un solo errore. Sì perché Baggio ha regalato gioie ed emozioni e, soprattutto, ci ha regalato un sogno. Il sogno di vincere il Mondiale prima nel ’90, poi nel ’94, e anche nel ’98, quel palo sfiorato contro la Francia (ai quarti) grida vendetta. Baggio ha regalato tante emozioni anche in tutte le squadre in cui ha giocato: tutti, infatti, hanno un ricordo legato ad uno dei numeri 10 più forti della storia di questo sport. Ecco perché non possiamo far altro che ringraziarlo per averci fatto inammorare del gioco del calcio.

Il rigore di Pasadena? Non ho ancora trovato il senso di quell'errore. L'amarezza, ancora oggi, è la stessa del 1994, ma quel Mondiale resterà comunque un ricordo bellissimo. [Roberto Baggio quando pensa al rigore sbagliato nel '94]
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Roberto Baggio: un Campione che ha saputo unire tutti i tifosi

Così divisivo, così inclusivo. Si perché Roberto Baggio, nella sua carriera di calciatore, ha diviso davvero tutti. Chi lo credeva un fenomeno, chi un buon giocatore che non sapeva applicarsi (a detta anche di qualche suo ex allenatore). Ma oltre ai giudizi di stampa e pubblico, ogni suo cambio di squadra ha suscitato polemiche a non finire. Così come accaduto nel 1990 quando fece scalpore il suo approdo alla Juventus dalla Fiorentina (squadre che hanno una profonda rivalità), tanto da vedere i tifosi Viola assediare Coverciano durante il ritiro della Nazionale, in segno di protesta, a pochi giorni dall’inizio di Italia ’90.

Polemiche ci furono anche per il passaggio dalla Juve al Milan, per le critiche di Lippi, così come il suo addio ai rossoneri per il travagliato rapporto con Sacchi. All’Inter ci fu ancora Lippi, con Baggio che si congedò in modo molto chiaro...

Sono un professionista serio, l'ho dimostrato anche quest'anno. Nonostante tutti i problemi che ho avuto e, soprattutto, nonostante tutti i problemi che ho avuto con l'allenatore. [Roberto Baggio su Marcello Lippi dopo lo spareggio Champions col Parma nel 2000]

Ma come detto in precedenza, ha regalato anche tante gioie. Ognuno ha un ricordo piacevole di Baggio quando indossava la maglia della propria squadra. I primi passi al Vicenza, la serpentina magica al San Paolo contro il Napoli che vinse lo Scudetto con la maglia della Fiorentina. I gol in finale di Coppa UEFA al Borussia Dortmund con la maglia della Juventus, fino alle magie di San Siro con il Milan. Dopo ci fu la stagione clamorosa al Bologna che si qualificò all’Intertoto, per non dimenticarsi delle due perle contro il Parma nello spareggio Champions con la maglia dell’Inter.

L’ultima tappa del suo viaggio fu Brescia, il Brescia di Mazzone, dei fratelli Filippini, dove passarono anche Hübner, Toni, Guardiola e Pirlo. Anche quel Brescia sentì il profumo dell’Europa proprio grazie a Baggio. Anche se nella memoria di tutti i tifosi, resta il gol al Delle Alpi contro la Juventus, quando in un colpo solo stoppò il pallone lanciato da Pirlo e dribbò van der Sar con un unico gesto tecnico, prima di depositare il pallone in rete per l’1-1 al 91’.

Le qualità del giocatore oltre i moduli: la lezione che ha imparato Ancelotti

Un passaggio importante nella carriera di Roberto Baggio avviene nell’estate del 1997. Con il ritorno di Arrigo Sacchi al Milan, Baggio non vede più il campo con continuità e pensa seriamente di dire addio per un’altra compagine, per conquistarsi un posto in Nazionale in vista di Francia ‘98. Il Milan tratta col Parma e Baggio sembra gradire la destinazione, ma sentendosi telefonicamente con l’allenatore - un giovane Carlo Ancelotti - non ha la sicurezza di un posto fisso in campo. Ancelotti gioca col 4-4-2 e Hernan Crespo e Enrico Chiesa sono titolari inamovibili. Baggio può venire, ma non può considerarsi un titolare, anzi. Baggio va così al Bologna, segna 22 gol (suo record in una singola stagione in carriera), trascina i felsinei in Coppa Intertoto e conquista una maglia per i Mondiali, con Cesare Maldini ‘costretto’ a chiamarlo in Nazionale. Col senno di poi, una bella delusione per Ancelotti che qualche anno più tardi ha ammesso di aver fatto uno sbaglio clamoroso. Ma in un certo senso, è stata una bella lezione per la sua carriera da allenatore. Il talento viene prima di ogni modulo e il tecnico emiliano ci ha provato nelle stagioni successive (Zidane trequartista alla Juve, Pirlo davanti alla difesa al Milan per citare due esempi).

Ripensandoci oggi sono stato un pazzo. Come puoi rinunciare a uno come Baggio? Ero giovane e non avevo il coraggio di addentrarmi in una cosa che non conoscevo a sufficienza, un altro modulo. Del 4-4-2 sapevo tutto... Con Zidane ho giocato col trequartista? Il primo grande cambio l’ho fatto con lui. Ho imparato in fretta. [Carlo Ancelotti alla Gazzetta dello Sport]

Roberto Baggio - USA 1994 - Italia-Bulgaria

Credit Foto Imago

Le lezioni che ci ha impartito Roberto Baggio

Quel che rimane della carriera di Roberto Baggio sono le sue lezioni, lezioni di vita e non sportive. Sì perché quelle cadute - quelle rinascite - sono trasversali, vanno oltre il mondo dello sport. Un ragazzo che aveva solo il sogno di giocare a pallone e che, poco prima dell’esordio in Serie A, finisce per rompersi il ginocchio, quando partirono crociato anteriore, capsula, menisco e collaterale della gamba destra, dovendo farsi applicare 220 punti di sutura interni per guarire dalle lesioni. Tutti avrebbero mollato, tutti si sarebbero arresi. Baggio no, e complice una Fiorentina che lo ha aspettato, lui ha dimostrato a tutto il mondo il suo valore. Un infortunio che si porterà comunque dietro per tutta la sua vita calcistica, con diverse ricadute. Beh, ogni volta che finiva per terra, Baggio si rialzava. Non importava quanto fosse lancinante il dolore, non importava quanto fosse grave l’infortunio, il Messia di Caldogno provava a rialzarsi. Una sorta di sfida personale contro il suo corpo e contro la sfortuna. Quella forza di volontà impressiona, soprattutto per chi ha vissuto quei momenti, e ha avuto più volte paura che la carriera del Divin Codino potesse finire con una caduta sul terreno di gioco.

Un’altra lezione impartita da Baggio è quella che tutto ha una fine. Una frase fatta, ma che ha un senso di verità assurdo. Ebbene, la carriera di Roberto Baggio non si è conclusa per infortunio, ma per la volontà dello stesso giocatore di appendere gli scarpini al chiodo. È il 16 maggio 2004 quando a San Siro cala il sipario. Ultima partita da professionista per Roberto Baggio che scende in campo alla Scala del Calcio contro quello che è stato anche il suo Milan. Milan che sta per festeggiare lo Scudetto e che ha registrato, ovviamente, il sold out per l’ultima gara di campionato: ci sono i tifosi bresciani, ma anche i tifosi del Milan sono pronti a tributare un lungo applauso a Roberto Baggio. Perché, in fondo, Roberto è stato il Campione di tutti. Tanti i filmati di quei momenti, immediatamente successivi all’uscita di scena del n° 10 del Brescia. Lui che rientra negli spogliatoi, che si cambia dopo la partita. Un senso di calma e tranquillità, con la consapevolezza di aver dato tutto. Baggio sapeva che più di quello non poteva fare, che aveva dato la sua vita al calcio, divertendo tutti e facendo innamorare un paio di generazioni. A tutto c’è una fine raccontavamo e Baggio l’aveva accolta, abbracciando il cambiamento. C’è una vita dopo il pallone e c’è una vita dopo ogni cosa. Grazie Roberto.

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