Brexit: 46 milioni e mezzo di inglesi hanno scelto di non far più parte dell’Unione Europea innescando un effetto domino di 32 referendum preordinati da 45 partiti continentali, oltre alle repliche dai confini del Regno Unito fra Nicola Sturgeon animatrice di una Scozia parte dell’Unione Europea e Declan Kearney promotore dell’Irlanda Unita e indipendente dal Regno.

Perché la Premier League non voleva Brexit

Allo stato attuale delle cose, c’è una veduta drammatica sui mercati europei, ma in termini economici e commerciali sarà l’Inghilterra a dover saldare le peggiori conseguenze della Brexit. Per questo, a inizio settimana, tutti i 20 club della Premier League avevano espresso il loro favore sulla permanenza della Gran Bretagna all'interno dell'Unione Europea. E così aveva parlato l’amministratore delegato Richard Scudamore al convegno annuale dell'Institute of Directors:
Premier League
Buon compleanno Dennis Bergkamp! "A Beautiful Mind" e il gol perfetto
02/03/2017 A 09:49
Credo che noi, nel Regno Unito, dobbiamo essere in Europa per una prospettiva di carattere commerciale. Credo nella libera circolazione delle merci, ma quando si tratta di servizi, soprattutto nel mondo audiovisivo, dobbiamo avere un diritto al territorialismo.
Come non detto… La Brexit renderà più difficile la difesa dei diritti di proprietà intellettuale, specie sottoforma di contratti di trasmissione merci e proprio mentre i club della Barclays Premier League s’apprestavano a guadagnare (molto) di più per effetto dei nuovi diritti televisivi nazionali e internazionali, in vigore dalla prossima stagione.
La Premier League è diventata nell’ultimo decennio la mecca degli investitori stranieri, con 14 club del massimo campionato inglese di proprietà totale o sostanziale di imprenditori esteri. Se da una parte l’effetto Brexit favorirà in termini economici l’acquisto di un club da parte di un fondo straniero, è però vero che si complicheranno i nuovi accordi commerciali fra le aziende britanniche e i fondi esteri in base alla borsa… Ovvero meno investimenti da parte di società estere che, fino a ieri, hanno tratto vantaggio dalla partecipazione della Gran Bretagna al mercato di libero scambio dell'UE. Una nuova generazione d’investitori attratti da una logica di profitto finanziario potrebbe quindi “ritirarsi” per il rischio di un crollo della sterlina, scoraggiando ogni forma d'investimento Oltremanica.

Richard Scudamore is the executive chairman of the Premier League

Credit Foto PA Sport

Il tesseramento dei giocatori stranieri

Allo stato attuale, circa il 65% dei giocatori che militano in Premier League sono stranieri. Nel campionato inglese, non c’è un limite di calciatori extracomunitari tesserabili dai club mentre tutti i giocatori europei (in possesso del passaporto UE) giovano della libera circolazione dei lavoratori nei paesi che aderiscono all’Unione Europea.
Si tratta ora di capire, e non ci è dato saperlo se non ipotizzando gli scenari possibili, come saranno “trattati” in materia di tesseramento i calciatori europei:
  • Come gli extracomunitari che per giocare in Premier League, ovvero ottenere un permesso di lavoro, devono aver disputato il 75% delle partite con le loro Nazionali negli ultimi 2 anni.
  • Secondo nuove regolamentazioni per il tesseramento dei calciatori cittadini dell'UE.
  • Con la (molto probabile) richiesta da parte del Governo inglese di permanenza della Premier League nello Spazio Economico Europeo, lasciando di fatto immutate le norme in vigore.

Cristiano Ronaldo protagonista della stagione 2008/09 con la maglia del Manchester United

Credit Foto Allsport

Se i giocatori UE venissero considerati "extracomunitari"

Se invece la Brexit romperà ogni rapporto in essere sulla libera circolazione dei lavoratori, eguagliando i calciatori dell’Unione Europea a quelli extracomunitari, i club di Premier League dovranno rapportarsi alle regole FIFA per il tesseramento dei giocatori in base a una percentuale di apparizioni internazionali, e su scala variabile nel ranking FIFA del paese di provenienza. Norme che avrebbero permesso a solo 50 degli attuali 161 giocatori stranieri della Premier League di ottenere un permesso di lavoro secondo le % del ranking Fifa in base alla federazione di appartenenza:
  • 30% 1-10 posto nel ranking Fifa
  • 45% 11-20 posto nel ranking Fifa
  • 50% 21-30 posto nel ranking Fifa
  • 75% 31-50 posto nel ranking Fifa
Pensate allora al recente passato della Premier League fra Eric Cantona, Paolo Di Canio o Cristiano Ronaldo, ma anche al fatto che:
  • Molti calciatori sudamericani “aggirano” ad oggi le restrizioni della FA richiedendo il passaporto spagnolo o portoghese, o si avvalgono dei requisiti già soddisfatti con la permanenza in un campionato di un altro paese dell'Unione Europea (esempi: Angel Di Maria, Diego Costa, Leonardo Ulloa).
  • Molti giocatori stranieri vengono ingaggiati da club della Premier League e poi “girati” in prestito in altri campionati dell'Unione Europea con regole meno restrittive per l'ottenimento della cittadinanza UE, e quindi richiamati nel club d'appartenenza.

Leicester City's Leonardo Ulloa (PA Sport)

Credit Foto PA Sport

L’Articolo 19 per il tesseramento dei giocatori minorenni

Secondo le norme FIFA, i trasferimenti internazionali di calciatori di età inferiore ai 18 anni sono vietati. Queste regole non si applicano però ai giocatori di età compresa fra i 16/18 anni che si spostano all’interno dell’Unione Europea o del SEE (Spazio Economico Europeo). E anche qui, come cambierà lo scenario della Premier League nel dopo-Brexit? I club inglesi non avranno più la possibilità di tesserare giovani calciatori provenienti dal continente - come in passato Cesc Fabregas, Paul Pogba, Adnan Januzaj o Hector Bellerín - se i cittadini dell’Unione Europea verranno “parificati” ai lavoratori extracomunitari?

Paul Pogba à Manchester United en 2012.

Credit Foto Imago

Un calciomercato di inglesi dal lato debole.. Per questo rischio finanziario, la Premier League aveva promosso la continuazione del Regno Unito nell’Unione Europea. Tutto o quasi ruota intorno alla sterlina, che stanotte ha subito una svalutazione dell’8% per gli effetti immediati della Brexit. Detto questo, chi comprerà in Inghilterra potrà godere delle agevolazioni monetarie nel cambio euro/sterlina, per non parlare dei nuovi investitori cinesi già protagonisti in Italia con il potente Yuan.
Certamente la svalutazione della sterlina e l'incertezza di come il Regno Unito dovrà ri-negoziare gli accordi commerciali influirà anche sul mercato del calcio. Se poi i contratti dei giocatori dell'Unione Europea venissero trattati in euro invece che in sterline, muterebbero i costi salariali complessivi dei club di Premier League comportando contrasti di fairplay finanziario per l’acquisto di giocatori stranieri. Un problema ulteriore s’avrebbe infine se il Governo inglese dovesse introdurre delle tasse per il tesseramento di giocatori stranieri, ma ogni effetto non sarà immediato con un'eventuale proiezione (almeno) biennale di tutti gli scenari possibili sul calcio inglese post-Brexit.

L'opinione di Alex Chick, editor in chief di Eurosport UK

  • Ci vorranno almeno due anni perché gli effetti della Brexit influiscano sulla Premier League, e più in generale sui negoziati fra il Regno Unito e l'Unione Europea.
  • Non essendoci limiti di giocatori stranieri militanti nel calcio inglese, è davvero raro che un calciatore estero non riesca a ottenere il permesso di lavoro.
  • L'impatto più significativo della Brexit sul calcio riguarda il calciomercato, visto che il primo crollo della sterlina potrebbe favorire i prelievi esteri dei giocatori di Premier League e, inversamente, complicare la campagna acquisti dei club inglesi.
  • Non mi aspetto un enorme impatto sulle normative di trasferimento. La Premier League è motivata dal suo grande successo commerciale e sono certo che troverà una soluzione perché i suoi club possano acquistare giocatori dell'UE senza limitazioni. Anche se probabilmente le modalità non potranno più essere così "automatiche".
Articolo di Fabio Disingrini (Twitter
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