Che cosa è stato Steven Gerrard
Nel giorno del suo addio al calcio giocato, ecco chi è stato e cosa ha rappresentato Steven Gerrard: nel mondo, in Inghilterra, a Liverpool.
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Per molti il ritiro era già avvenuto quando dalle grigie sponde del fiume Mersey aveva scelto il sole e il caldo della più fancy Los Angeles. Ma oggi, con la notizia, arriva anche l’ufficialità delle cose: Steven Gerrard diventa un ex giocatore di calcio. Solo battere sui tasti per scriverlo fa una certa impressione. Anche perché Gerrard, molto più di altri, è stato un giocatore in grado di lasciare il segno in un calcio che era già definitivamente cambiato.
Steve Gerrard in Italia (e nel mondo)
Inutile dire che la percezione di Gerrard a superstar mondiale cambia una notte di maggio del 2005. L’Italia scopre Steven Gerrard, e insieme a lei il mondo intero. Il riferimento naturalmente è Istanbul e una delle partite più incredibili della storia del calcio, certamente la finale dall’esito più impronosticabile di sempre. Quella rimane ed è la più grande partita di Gerrard poiché il momento in cui oltre a presentarsi definitivamente al mondo, il capitano del Liverpool, cambia per sempre il ruolo del centrocampista box-to-box: c’è lui nel colpo di testa che dà il via a quei 6 minuti incredibili dei Reds; c’è lui nell’inserimento centrale che Gattuso deve fermare con il fallo da rigore; ma c’è soprattutto lui nella barricata difensiva, nei tackle, nello spirito di lotta che il Liverpool metterà in campo da lì alla fine per contenere un Milan dieci volte superiore in termini qualitativi, ma non per questo alla fine in grado di alzare il trofeo.
Più di Paul Scholes, divino interprete della mediana di Ferguson e di un centrocampo in grado di vincere tutto, Steven Gerrard aveva cambiato in una sola notte la percezione del centrocampista inglese in grado di fare tutto: difendere, aprire, inserirsi, segnare… e trascinare. Se c’è un’immagine infatti che meglio rappresenta Gerrard, è quel roteare le braccia affannoso, nervoso, euforico, schizofrenico dopo quello che per chiunque altro non sarebbe stato null’altro che un gol della bandiera (specie e soprattutto per quello che un impressionante Milan aveva fatto vedere fin lì)… e che invece divenne il gol della trascinante rimonta. Un manifesto della carriera che fin lì per pochi era stata e che da lì in poi per tutti sarebbe diventata: il numero 8 del Liverpool, Steven Gerrard.
Steven Gerrard in Inghilterra
Vero anche però che di momenti simili in carriera Gerrard non ne ha vissuti poi molti. All’interno del suo Paese infatti la percezione è stata parecchio differente, vuoi perché sono state più le sconfitte che i momenti brillanti, più gli insuccessi dei successi, più gli scivoloni che gli attimi da piedistallo. Nella percezione collettiva dei britannici non tifosi del Liverpool Gerrard ha pagato l’incapacità di confermarsi dentro i confini, sia con la maglia del club che con quella della nazionale. Da Houllier passando per Benitez e terminando con Rodgers, quella di Gerrard è in qualche modo un curriculum rimasto incompleto. E il rendimento coi Tre Leoni non ha certo aiutato. Dentro la generazione di Rooney e Ferdinand e guidati da Eriksson e Capello, a Gerrard è imputata la grande colpa di non essere mai riuscito a integrarsi con Frank Lampard per formare anche sul campo – oltre che sulla carta – quello che sarebbe dovuto essere il centrocampo più forte del mondo. E’ per questa ragione che di Gerrard si conserva in egual modo anche l’altra versione, quella distorta se volete, o più semplicemente riassumibile nel rovescio della medaglia di un personaggio sempre e comunque in copertina.
Ecco quindi che l’altra grande fotografia della carriera è in uno scivolone, in un altro pomeriggio di maggio, questa volta ad Anfiled. Un’immagine arrivata nell’epoca dei social e presto diventata meme, per un Liverpool che in quella caduta perdeva un titolo inseguito più di vent’anni. Un Gerrard inconico dunque, anche nel suo momento sportivamente più basso, ma destinato a rimanere negli occhi e nei cori anche dei nemici. Unico, anche in questo caso.
Steven Gerrard a Liverpool
“The world”. Il mondo. Se gli chiedete “cosa ha rappresentato per te il Liverpool?”, Gerrard vi risponderà così, anche ora che il distacco con la città è somatizzato da due anni. Nato nel sobborgo popolare di Huyton, il legame tra Gerrard e i Reds è talmente unico che raccontarlo fa sfociare nella retorica.
Gerrard, ad esempio, termina la sua autobiografia con questa frase: “Io gioco per Jon-Paul”. Jon-Paul era il nome del cugino, uno dei 96 corpi morti schiacciati nel disastro dell’Hillsbourough. Gerrard è però stato anche l’unico calciatore – insieme a Francesco Totti – a resistere al Real Madrid nell’epoca delle follie economiche di Florentino Perez. Un rifiuto, nel pieno della carriera e dei super miliardi del decennio appena passato, mai dimenticato dai suoi tifosi; e che proprio per questa ragione lo pone come una delle leggende assolute del club insieme a due nomi come Bill Shankly e Kenny Dalglish. Gerrard infatti, come i due illustri predecessori, è stato per la Liverpool vestita di rosso la perfetta rappresentazione di quella funzione che un club di calcio ha nella realtà del tessuto sociale inglese: immedesimazione, sogno, sfogo, ma soprattutto casa. E’ per questa ragione che per la Liverpool tifosa Reds l’immagine di Gerrard non sarà mai quella dorata del successo di Istanbul, né tantomeno quella della sciagurata scivolata di Anfield contro il Chelsea, come invece queste due lo sono grossomodo per noi in tutto il resto del mondo. L’immagine di Gerrard a Liverpool sarà per sempre quella che del You’ll never walk alone ha così risposto: “Non è un inno. E’ molto di più. E’ un patto tra la gente”.
VIDEO - Steven Gerrard: i momenti chiave della sua carriera
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