E’ la squadra più forte del mondo. E come tale, in questo momento, è sulla bocca di tutti. Non potrebbe essere altrimenti, del resto. Campione d’Europa in carica. Campione del Mondo da qualche giorno. 17 vittorie e un pareggio su 18 partite. 52 punti sui 54 disponibili in questa stagione, che diventano addirittura 73 su 75 se allarghiamo il ventaglio alle ultime 25 partite di Premier League.
Ma potremmo anche andare avanti. Già perché il Liverpool di Jurgen Klopp, da due anni a questa parte, dentro i confini nazionali – e non solo – praticamente non perde mai: una sconfitta nelle ultime 57 partite di Premier League. I Reds sono diventati una macchina infernale. Come ci siano riusciti, è tutto da raccontare.
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La necessità di fare chiarezza su questo Liverpool deriva in fondo da un concetto già espresso qualche giorno fa in un semplice tweet: tempo e pazienza.

Rome wasn’t bulit in a day

You and me, were meant to be,
Walking free, in harmony,
One fine day, we'll fly away,
Don't you know that Rome wasn't built in a day
Suonava così un orecchiabile motivetto dei Morcheeba a inizio millennio. E l’inizio del testo, oltre che per la storia del Liverpool, sembra la perfetta descrizione del rapporto instauratosi tra Jurgen Klopp, ideatore di questa squadra, e l’intera parte rossa della città. Già perché Klopp e Liverpool sembrano davvero appartenere l’uno all’altro (come per altro dichiarato dal diretto interessato in una recente intervista, quando al momento del primo contatto tra le parti pensò ‘questo può essere il posto giusto’); e la squadra è decisamente decollata in un’armonia che non si è costruita in un giorno. E’ servito tempo. Ma è servita soprattutto pazienza. Nella costruzione della sua macchina perfetta Klopp ha impiegato 2 stagioni e mezzo. Sperimentando. Incassando tanti gol e parecchie delusioni. Ma non perdendo mai né la fiducia del club; né tanto meno quella dell’ambiente, che nonostante 3 anni senza un singolo trofeo in bacheca sotto la gestione del tedesco, non ha mai dubitato della bontà del suo progetto.

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L'idea di fondo: velocità in verticale

D’altra parte le idee sono state sempre piuttosto chiare. Per quanto Klopp abbia più volte dichiarato in più interviste quanto i moduli non siano fondamentali, il tecnico tedesco, dalla partenza di Coutinho in poi, non ha mai più avuto un singolo dubbio: 4-3-3 l’idea; ‘verticalità’ l’unica fede. D’altra parte Klopp non ha fatto altro che applicare la più semplice e antica delle teorie calcistiche: sfruttare al massimo le qualità dei singoli in un contesto di squadra. E quando i singoli hanno la rapidità di Salah, Mané e Firmino, l’unica chiave vincente non può non essere che la ricerca della velocità negli spazi.

Roberto Firmino, Mohamed Salah e Sadio Mane: il tridente delle meraviglie di un Liverpool veloce e verticale

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Fin qui tutto chiaro. È evidente che l’attacco del Liverpool dia il suo meglio giocando in verticale e con spazio davanti a sé da attaccare, ma il processo per arrivare a essere così equilibrati – e dunque così devastanti – è stato lungo. Le potenzialità offensive dei Reds sono apparse chiare già nei primi mesi di Klopp nel 2015/16, quando subentrando all’esonerato Rodgers iniziò a porre le basi per il suo progetto di lungo termine. Ma la rivoluzione, come sempre accade alle grandi squadre capaci di lasciare un segno nel calcio, è arrivata con la solidità a livello difensivo.

L'evoluzione vincente: la difesa

Per anni infatti il Liverpool ha incassato troppo, ricercando l’equilibrio giusto in una difesa che in qualche modo rendeva vani tutti gli sforzi fatti a livello offensivo. Ma per arrivare a perdere una sola partita nelle ultime 57 di Premier League occorre inevitabilmente trovare qualcosa in più della singola idea di ‘fare un gol in più dell’altro’. E quel qualcosa è la miglior difesa della Premier League. Il Liverpool ha smesso di prendere gol ed è statisticamente la squadra che concede agli avversari meno occasioni di tutti. Per arrivare a questo, è servito stravolgere l’intera linea difensiva. Tra il Liverpool ‘bello ma perdente’ e l’attuale ‘Liverpool imbattibile’, la rivoluzione è stata tutta dietro. Alisson ha perso il posto del mediocre duo Karius/Mignolet; van Dijk è arrivato a dominare la linea difensiva ma soprattutto i Reds hanno fatto bingo con i due terzini: Robertson e Alexander-Arnold. Nel 4-3-3, che qualche settimana fa Maurizio Sarri definiva appropriatamente in una conferenza stampa della Juventus “il modulo più difensivo del mondo”, la discriminante al successo è nella capacità di spinta dei due terzini. Per anni Klopp si è prodigato in tentativi: Clyne, Alberto Moreno, persino Milner riadattato. La vera svolta nell’evoluzione da un ‘buon Liverpool’ a ‘questo Liverpool’ si è palesata però appunto con l’esplosione di un ragazzo del settore giovanile dalla incredibile capacità di spinta e da un improbabile jolly pescato nel retrocesso Hull City: Trent Alexander-Arnold e Andy Robertson, appunto. La quantità nella spinta su entrambi i lati del campo; la facilità di cambio di passo, ma soprattutto la qualità dei cross delle due ali aggiunte ha portato il Liverpool a diventare una macchina tatticamente perfetta.
I Reds si sono trasformati in una squadra che a differenza degli inizi, dove la condizione fisica era fondamentale per il recupero alto del pallone, ha imparato ad attaccare con eguale efficacia giocando anche più bassa, affidandosi alle ripartenze lunghe. La velocità dei terzini – e la qualità anche in fase difensiva – si è dimostrata fondamentale in questa evoluzione, trasformando il Liverpool in una squadra molto più pragmatica. I Reds infatti sono molto meno istintivi di quanto sembri. La maturità e l’evoluzione del Liverpool è nell’essersi trasformato non esclusivamente in una ‘squadra veloce’, ma di essere diventata una squadra in grado in grado di sapere come e quando sfruttare la propria velocità di esecuzione. Insomma, non più un integralismo alla ‘pressing alto o morte’, ma un undici capace di leggere il sistema di gioco degli avversari e adattarsi, capendo come reagire e quando farlo. Solo così è spiegabile una striscia di una sconfitta in 57 partite; impensabile ma soprattutto fisicamente insostenibile sul lungo periodo con il solo pressing alto che era al principio del gioco di Klopp.

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Liverpool, il tabù titolo e nel mirino un altro record: l'Arsenal degli 'invincibili'

Un processo quest’ultimo che come detto ha richiesto moltissimo tempo nel suo sviluppo completo e che si è completato solo pescando le mosse giuste in fase di mercato. E che sarebbe stato impossibile da vedere se al Liverpool avessero ragionato con la moderna logica del “tutto e subito” che affligge il calcio, soprattutto alle nostre latitudini.
La storia vincente del Liverpool si spiega così, come un viaggio che parte da lontano dove tutti hanno interpretato al meglio il loro ruolo: un allenatore che ha saputo evolversi; una società che ha avuto pazienza e ha investito bene; una piazza che ha pensato esclusivamente a tifare. Liverpool si gode così il suo sogno; e mette nel mirino la storia. Con 13 punti di vantaggio sulla seconda e una partita in più da recuperare, quel tabù che dura dal 1990 sembra essere davvero destinato a cadere. Trent’anni di attesa che tra l’altro, se il Liverpool continuerà su questo passo, potrebbero consegnare i Reds a un’ulteriore storia.
Visto il momento di forma e considerata la forza attuale, Jurgen Klopp può mettere in qualche modo nel mirino anche un altro record storico: le 49 partite consecutive da imbattuto dell’Arsenal degli ‘invincibili’. Il Liverpool viaggia al momento a 35 match e per un curioso scherzo del destino, se tale riuscirà a mantenersi, incontrerebbe alla 49esima partita proprio il Manchester City. Lì dove tutto inizio lo scorso 3 gennaio 2019, quando i Reds persero all’Etihad la loro ultima partita di Premier League. Una coincidenza che fa pensare in qualche modo a un destino già scritto. E dunque occhio a sabato 4 aprile 2020, un appuntamento che potrebbe segnare due volta la storia.

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