Adesso è davvero ufficiale, dopo Emirati Arabi Uniti e Qatar, nel mondo del calcio europeo entra di prepotenza anche l’Arabia Saudita. Dopo un lungo, lunghissimo processo, l’acquisizione del Newcastle da parte del Public Investment Fund (PIF) dell’Arabia Saudita è diventata realtà: PIF, PCP Capital Partners e RB Sports & Media sono ufficialmente i nuovi proprietari dei Magpies.
La trattativa, in corso da mesi, è stata sbloccata definitivamente dalla risoluzione delle controversie tra l’Arabia Saudita e beIN Sports, televisione qatariota detenente i diritti della Premier League in tutto il Middle East (e non solo): una faccenda di cui avevamo scritto già in questo articolo; e che era diventata da tempo un caso di un certo spessore politico. Questo, sulla carta, era il problema principale all’ingresso del PIF in Premier League, che non a caso dunque da oggi ha avuto il via libera. Restano poi altre questioni non di poco conto – che proveremo a sviluppare più avanti. Intanto, di fatto, il Newcastle, diventa da un giorno all’altro il club potenzialmente più ricco al mondo.

Newcastle ceduto ai sauditi, fans in delirio a St. James Park

Serie A
Pif, il fondo saudita che vuole l'Inter: chi c'è dietro?
03/03/2021 A 17:16

PIF, 10 volte più ricchi di Mansour, 50 volte più ricchi di Al-Khelaifi

Sì perché il Public Investment Fund è il fondo d’investimento sovrano del regno saudita, e fa capo direttamente a Mohammad bin Salman, giovane principe ereditario della famiglia reale. Secondo alcune stime, il fondo saudita possiede una ricchezza netta di oltre 430 miliardi di euro. MILIARDI! Una cifra, per intenderci, più di 10 volte superiore a quella dello sceicco Mansour (Emirati Arabi Uniti) proprietario del Manchester City e addirittura 50 volte superiore a quella di Nasser Al-Khelaifi (Qatar), presidente di quel PSG che in estate ha fatto il bello e il cattivo tempo sul mercato.
Va da sé, insomma, porsi una domanda: se questi due poli, negli ultimi 10 anni di calcio, hanno rivoluzionato valori e gerarchie, cosa può fare un potenziale tra i 10 e i 50 volte economicamente più forte di coloro che già dominano gli scenari del mercato?
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Vision 2030: il piano di diversificazione principe saudita

La domanda ha una sua pertinenza; e anche una sua delicatezza dal punto di vista della risposta. Ma prima ci sono da puntualizzare ancora alcuni aspetti. L’apertura del Newcastle – dunque della Premier League e di riflesso di tutto il calcio europeo – alla potenza economica del PIF, arriva in un momento particolarmente delicato per gli equilibri del pallone dentro il Vecchio Continente. Gli storici poli spagnoli Barcellona e Real Madrid vertono in condizioni economiche complicate; e in Italia, la situazione dei club, è ben nota. L’apertura al PIF potrebbe significare investimenti anche in questi due Paesi: non a caso nei mesi scorsi il PIF era già emerso come potenziale interessato all’acquisto dell’Inter; e dalla Spagna avevano più volte mormorato come dall’Arabia Saudita fossero arrivate proposte per aiutare concretamente il Barcellona.
L’Arabia Saudita dunque come ente filantropico per il calcio europeo? Non proprio. Il fondo gioca un ruolo chiave nel progetto del principe di diversificazione dell’economia saudita, riassunto nel concetto di ‘Vision 2030’: ovvero il piano finanziario decennale che prepara la totale indipendenza dell’Arabia Saudita dal mercato del petrolio. In un evento di presentazione del programma, qualche tempo fa, il principe Mohammed bin Salman bin Abdulaziz annunciò lo sviluppo del PIF come: “...fondo sovrano più grande e ricco del mondo. Incoraggeremo le nostre società a espandersi oltre i confini, a prendere il loro posto nei mercati globali. Non permetteremo mai al nostro Paese di essere in balia della volatilità dei prezzi delle materie prime o di mercati esterni”.

Vision 2030: il programma di indipendenza dal petrolio dell'Arabia Sauita. Nella foto alcune donne attendono un convegno a Riyadh

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Il calcio è politica

L’acquisizione del Newcastle United da parte del PIF arriva dunque in un momento particolare; e segue vari investimenti dal punto di vista dell’hosting di eventi sportivi internazionali. Le due edizioni della Superocoppa Italiana, ad esempio; ma anche quella della Supercoppa spagnola, piuttosto che match di boxe di altissimo spessore come la rivincita tra Anthony Joshua e Andy Ruiz Jr. Nel calcio però, a livello di proprietà, ancora l’Arabia Saudita non si era mossa così prepotentemente. O meglio, l’unico club tra le prime 5 leghe in Europa appartenente a un imprenditore saudita era lo Sheffield United guidato da Abdullah Bin Mosaad Bin Abdulaziz Al Saud, membro della famiglia reale e proprietario dell’intero pacchetto azionario della società da settembre 2019. Con lo Sheffield però retrocesso in Championship – e comunque non piazza di enorme potenziale come quella di Newcastle – l’ingresso del PIF cambia e non poco la percezione della portata delle operazioni.

l'ex stella di Arsenal e Francia Thierry Henry ospite a Riyahd di un convegno riguardante i progetti di Vision 2030 dell'Arabia Saudita

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La questione etica

Dunque, fin qui, in apparenza, una pura questione di business in una libera economia globale di mercato a cui abbiamo fatto l’abitudine. In molti però non pensano che sia solo questo. I sottolineati interessi dell’Arabia Saudita nel mondo dello sport sono secondo più parti una vera e propria operazione di “sportwashing”, ovvero di pulizia dell’immagine da parte di un Paese da molti considerato invischiato in pratiche sociali oscure, autoritarie e repressive. A sostenere questa tesi ad esempio c’è Amnesty International, ma non solo. Anche altre associazioni no-profit hanno più volte sottolineato la situazione dei diritti umani e dell’uguaglianza di genere in Arabia Saudita, non esattamente il più “libero” dei paesi al mondo. Un Paese, ad esempio, che sullo sfondo vede ancora una vicenda piuttosto scottante come l’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, scomparso solo 2 anni fa. Lo sport servirebbe insomma a nascondere una parte di questa immagine agli occhi della comunità internazionale; e i ricchi investimenti a sviluppare quella trama di influenze a livello politico in una sfera come quella europea che viene definita ‘soft-power’; nulla che Emirati Arabi Uniti o Qatar non abbiano già fatto con Manchester City e PSG.

Amnesty: "Newcastle arabo? In Premier non dovrebbero far festa..."

Jamal Khashoggi, il giornalista che il 2 ottobre 2018 entrò nel consolato dell'Arabia Saudita a Istanbul e da lì in poi fu dichiarato persona scomparsa

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Tanti soldi, ma quale futuro?

A fronte di tutto questo, però, si torna poi alla domanda iniziale: quale può essere la conseguenza all’ingresso di un attore di tale potere economico nel mondo del calcio europeo? E qui l’analisi spetta a ognuno di noi, alla sua sensibilità e alle sue idee. I tifosi del Newcastle, vista la prospettiva economica, non paiono essere troppo preoccupati della questione etica (secondo un sondaggio il 93% si era detto favorevole all'aquisizione).
Al di là di tutto il discorso etico – che non fa una piega, ma che spesso ci dimentichiamo di applicare quando gli investimenti sono di origine europea, ovvero quanto sono etiche le politiche delle case farmaceutiche, delle industrie dell’auto, dei colossi dell’energia eccetera eccetera che investono da sempre nel mondo del pallone? – c’è la questione della sostenibilità e della sopravvivenza del mondo del calcio.
In un momento di grande difficoltà anche per alcune big, l’ingresso di un attore dal potenziale economico tendente a infinito sembra far gola al mondo del pallone, che evidentemente ha messo da parte la precedente questione etica (non da poco!) proprio per concentrarsi sul mantenimento della leadership economica. Il rischio sul medio/lungo periodo però potrebbe essere alto: ovvero quanto ancora può permettersi il calcio di continuare ad alimentare le disuguaglianze tra i club? Quanto ancora può alimentare la bolla? Il Newcastle a marca saudita infatti aprirà sicuramente a nuovo maxi polo di potere che farà iniezione di liquidità in alcuni dei principali club europei, come in passato abbiamo visto fare a Manchester City e PSG. Ma è davvero questa la soluzione per il futuro – o dovremmo dire ‘la sopravvivenza’ – del calcio nel Vecchio Continente? I dubbi ci sono eccome.

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